Esteri

Erdogan, il Sultano della Turchia "amico" degli jihadisti

Dietro la guerra ai Curdi storie di legami (poco chiari) tra il paese ed estremisti islamici. Il tutto nel silenzio di Nato ed Europa

Recep Tayyip Erdogan

Oriana Allegri

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Nessuno tocchi il Sultano Erdogan! Sembra questo l'ordine silenzioso che si nasconde dietro agli ultimi 16 anni di ininterrotto governo del presidente islamista turco, che in poco tempo ha spazzato via i principi improntati al laicismo della repubblica di Ataturk.
Un ordine non detto né scritto, ma che deve pure essere stato dato, per proteggere lo storico alleato della NATO, che non è mai stato messo alla porta, nemmeno quando ha comprato armi e codici missilistici dalla Cina, condividendo con Pechino i codici di sicurezza dell'alleanza atlantica e mettendoci tutti in grave pericolo.

L'attacco di Erdogan ai curdi della Rojava – la regione nel nord della Siria dove i combattenti dello YPG hanno sacrificato le loro vite per fermare l'assalto del Califfato alle porte dell'Europa – sta passando sotto l'indecente silenzio dell'Europa e della Nato. Un attacco che è solo l'ultima mossa del sultano contro i curdi, accusati di essere tutti “terroristi” del PKK, l'organizzazione che ha come leader Ocalan, tuttora in carcere in Turchia, e che è nella lista nera del terrore di Ankara, Washington e Bruxelles.
Ma quello che i media occidentali non raccontano è la classica polvere sotto il tappeto.

E' dal 2012 che Erdogan ha intensificato i suoi legami con il jihadismo globale. Sotto la sua guida, l'intelligence turca (MIT) avrebbe fornito risorse al cosiddetto Stato islamico, l'ISIS. Mentre i funzionari turchi lungo la frontiera con la Siria chiudevano un occhio sui militanti del Califfato che scappavano dai curdi e trovavano rifugio nel Paese della Mezzaluna.
Molti jihadisti dell'ISIS catturati dai curdi nel nord della Siria – quegli stessi curdi che Erdogan oggi sta bombardando senza nessuna distinzione tra milizie e civili - hanno mostrato regolari timbri per l'ingresso e l'uscita dalla Turchia sui loro passaporti e hanno raccontato di essere stati assistiti direttamente dalle autorità turche.

Diversi miliziani del Califfato si sarebbero uniti ai militari turchi che a settembre hanno occupato la città siro-curda di Afrin, e hanno contribuito a operazioni di pulizia etnica. Sempre sotto il colpevole silenzio dell'Europa e della Nato.

Due funzionari dell'intelligence turca, catturati dai guerriglieri curdi nel nord dell'Iraq nel 2017, hanno dato nomi e contatti di una presunta rete di assistenza all'ISIS e ad altri gruppi jijadisti, che sono operativi in Siria e in Iraq. Una rete di assistenza che farebbe capo direttamente al governo turco di Erdogan.
Il supporto all'ISIS da parte del presidente sultano inizia sin da subito. Nel 2016 Wikileaks ha pubblicato un archivio di 58.000 email, che documentano inequivocabilmente il coinvolgimento del genero di Erdogan, Berat Albayrak, nel sostenere il mercato illegale del petrolio dell'ISIS, rubato dai pozzi di Siria e Iraq, e la cui vendita ingrossa le casse del Califfato e permette di acquistare armi e mezzi per continuare la guerra contro gli “infedeli”. Fino alla pubblicazione di quelle mail, il genero di Erdogan aveva sempre negato il suo coinvolgimento nel mercato del petrolio jihadista. Dopo la pubblicazione di Wikileaks tutto è stato messo a tacere. Anche dai media occidentali.

Ma andiamo avanti. La figlia del presidente turco, Sumeyye Erdogan, ha organizzato a Sanliurfa – città nella parte sud orientale della Turchia vicina al confine siriano - un centro medico, che include un ospedale per curare i feriti dell'ISIS. Il Califfato ha evacuato molti miliziani feriti proprio nella città di Sanliurfa, e questi feriti durante i combattimenti con i curdi, sono stati scortati da un cordone di sicurezza dell'esercito turco e non hanno mai passato l'ispezione e i controlli alla frontiera.
Le prove del coinvolgimento diretto, personale e istituzionale di Erdogan nel sostegno agli amici dell'ISIS e ad altri gruppi jihadisti sono tante. Ma Nato e Europa fanno finta di non esserne a conoscenza.

Erdogan secondo diversi osservatori sarebbe il principale sponsor del terrorismo jihadista nella regione, una sorta di padrino per i “fratelli” del Califfato, che in Turchia vengono sostenuti e protetti. La parte a sud est del Paese è ormai diventata una sorta di Paradiso per i jihadisti, e non è un caso che proprio in quelle zone sia concentrata la popolazione curda che vive in Turchia e che è quotidianamente vessata dalle incursioni dell'esercito turco, che tratta tutti i curdi di Dyarbakir, Marlin e Van come “terroristi” e che sta intensificando le incarcerazioni e le uccisioni della popolazione curda nel Paese della Mezzaluna, senza che nessuno della comunità internazionale abbia il coraggio di dire una sola parola.

Recentemente, a New York, durante l'assemblea generale delle Nazioni Unite, il ministro degli esteri egiziano, Ahmed Hafez, ha lanciato precise accuse contro Erdogan, sostenendo che il presidente turco supporta il terrorismo dell'ISIS anche in Libia, attraverso la costante fornitura di assistenza militare, di armi e di addestramento. Ma, anche questa notizia ha trovato spazio solo sui quotidiani mediorientali.

Erdogan sta pascendo e proteggendo i terroristi del presente e del futuro. Nel suo Paese si addestra quel terrore che mira a destabilizzare l'Europa attraverso attentati e stragi. Le bombe contro i curdi fanno parte di un piano ben preciso: indebolirci tutti di fronte ai possibili prossimi attentati terroristici di matrice islamica.
E chi ora resta in silenzio e non fa nulla per fermare Erdogan, sarà complice e responsabile non solo dei morti curdi nella Rojava di questi giorni, ma anche dei morti occidentali che cadranno sul terreno dei futuri attentati.


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