Esteri

Elezioni Usa, le divisioni tra i democratici

Un partito diviso tra centristri e sinistra al centro del dibattito tra i candidati alle presidenziali tenutosi nella notte ad Atlanta

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Stefano Graziosi

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Si è tenuto ieri sera il quinto dibattito tra i candidati alla nomination democratica. Organizzato da Msnbc e Washington Post, il confronto televisivo di Atlanta (in Georgia)  ha visto dieci contendenti sul palco. Due elementi, in particolare, hanno ripetutamente aleggiato sulla serata: l’indagine per impeachment contro Donald Trump e – soprattutto – il fatto che Barack Obama abbia pochi giorni fa sottolineato un eccessivo spostamento del Partito Democratico a sinistra. Uno spostamento che, secondo l’ex presidente statunitense, rischierebbe di danneggiare seriamente l’asinello, alienandogli il sostegno degli elettori moderati in sede di General Election. Tutto questo ha determinato alcuni fattori significativi nel dibattito di ieri sera.

In primo luogo, è riesplosa l’ormai consueta faida tra il centro e la sinistra. A risultare principalmente sotto attacco è stata, ancora una volta, Elizabeth Warren. La senatrice del Massachusetts è innanzitutto finita nel mirino del senatore del New Jersey, Cory Booker, per la sua proposta di imporre una tassa del 2% sui patrimoni superiori ai cinquanta milioni di dollari. “Fare una tassa patrimoniale non significa punire nessuno”, ha dichiarato la Warren. “Si tratta di dire: 'Hai costruito qualcosa di eccezionale in questo paese? Buon per te. Ma lo hai fatto usando i lavoratori che tutti noi abbiamo contribuito a pagare per educare. Lo hai fatto portando le tue merci su strade e ponti per cui tutti noi abbiamo contribuito a pagare. Lo hai fatto protetto dalla polizia e dai vigili del fuoco per cui tutti noi contribuiamo a pagare gli stipendi '”.

Booker ha sottolineato il proprio disaccordo con la visione avanzata dalla senatrice, sostenendo di preferire altri strumenti per aumentare la pressione fiscale sulle classi agiate e aggiungendo che le minoranze chiedano uguaglianza nelle opportunità piuttosto che nella ricchezza. La Warren è stata inoltre attaccata sul fronte sanitario, in particolare dal sindaco di South Bend, Pete Buttigieg, che ha criticato la proposta “Medicare for All”, avanzata dalla senatrice e da Bernie Sanders, affermando di voler tutelare la libertà dei cittadini di ricorrere all’assicurazione sanitaria privata. Una posizione ripresa anche da Joe Biden, secondo cui la maggioranza degli elettori democratici non risulterebbe favorevole a una proposta sanitaria così radicale. Sanders, dal canto suo, ha ribattuto, dichiarando che “è giunto il momento per “Medicare for All””.

Scintille si sono inoltre registrate tra Tulsi Gabbard e Kamala Harris. Le due si erano già scontrate in passato ma ieri sera la tensione è salita non poco. La deputata delle Hawaii ha rinnovato le sue dure critiche nei confronti di Hillary Clinton, da cui – nei giorni scorsi – era stata tacciata di agire in coordinamento con i russi, per spaccare il Partito Democratico dall’interno. La Gabbard ha polemicamente affermato che l’ex first lady risulti espressione di quell’establishment politico di Washington sempre più legato al complesso militare-industriale: quell’establishment che ha trascinato gli Stati Uniti nelle “guerre senza fine” degli ultimi due decenni. La Harris ne ha quindi approfittato per accusare la Gabbard di essere molto vicina alle galassie repubblicane. “Penso che sia un peccato che su questo palco ci sia una persona, che sta tentando di essere il candidato democratico per la presidenza degli Stati Uniti, che durante l'amministrazione Obama ha trascorso quattro anni a tempo pieno su Fox News per criticare il presidente Obama”, ha dichiarato la senatrice della California. Quest’ultima ha inoltre velatamente rinfacciato alla rivale la sua vicinanza al presidente siriano, Bashar al Assad. La deputata delle Hawaii ha replicato seccamente, dando alla collega della bugiarda.

Il rinnovato scontro tra centro e sinistra non è comunque risultato l’unico fattore caratterizzante di quest’ultimo dibattito. Un ulteriore elemento interessante risiede nel fatto che, per la prima volta, quasi tutti i contendenti sul palco abbiano cercato di accreditarsi come candidati di sintesi. Joe Biden, Pete Buttigieg, Amy Klobuchar e Cory Booker hanno teso a sottolineare la propria capacità di compattare il Partito Democratico. Lo stesso Bernie Sanders ha affermato che i democratici debbano unirsi in modo solido e non semplicemente in una sorta di santa alleanza contro Trump. A ben vedere, si tratta di una svolta significativa nel procedere di queste primarie democratiche. Primarie che, soprattutto nei primi mesi del 2019, vedevano ciascun candidato intestarsi la rappresentanza di una specifica minoranza, con atteggiamenti spesso settari e senza un’adeguata visione d’insieme. Del resto, è notorio che – vista la confusione interna – l’asinello necessiti disperatamente di un federatore. Il punto è che, nonostante le professioni di unitarietà pronunciate ieri sera, una simile figura sembra ancora ben lungi dal comparire. Soprattutto adesso, che l’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg, sembra ormai pronto a scendere formalmente in campo per la nomination democratica. Una candidatura – quella di Bloomberg – che rischia di spaccare ulteriormente il Partito Democratico: non è infatti chiaro in che modo un miliardario tendenzialmente destrorso possa rivelarsi in grado di attrarre il voto della sinistra democratica.

Vincitore della serata è probabilmente stato Buttigieg: nonostante abbia dovuto costantemente difendersi dalle accuse di inesperienza politica, il sindaco di South Bend ha mantenuto un piglio molto istituzionale, dosando abilmente calma e verve polemica. Interessante notare come stia continuando a cercare di intestarsi la rappresentanza degli agricoltori: una classe colpita dalle tensioni tariffarie con Pechino e rispetto a cui il sindaco ha dichiarato di voler mantenere in piedi i sussidi, introdotti dall’amministrazione Trump. Pur non brillando particolarmente, Elizabeth Warren e Bernie Sanders non hanno sfigurato: i due continuano ad evitare di scontrarsi ma sembrano ormai lontani i tempi in cui – nei precedenti dibattiti – facevano sponda contro i candidati più a destra.

Non è andata invece troppo bene a Joe Biden: dopo una performance modesta nella prima parte della serata, l’ex vicepresidente è caduto in una serie di gaffe nell’ultima mezz’ora, suscitando anche ilarità da parte dei rivali. La debolezza strutturale – fisica e politica – di Biden continua a rivelarsi un problema. E non sarà un caso se i sondaggi in Iowa e New Hampshire non gli si rivelino particolarmente favorevoli. Restano invece in mezzo al guado Kamala Harris e Cory Booker: se il secondo ancora non è riuscito seriamente a decollare, la prima è ormai distante dagli ottimi risultati sondaggistici dello scorso luglio. Entrambi faticano a trovare una collocazione politica chiara e riconoscibile. Continua infine ad essere deludente il miliardario Tom Steyer. Nonostante ieri sera sia riuscito a ritagliarsi qualche minuto di “celebrità” sulla questione del cambiamento climatico (suo storico cavallo di battaglia), è ripiombato quasi subito nell’anonimato, senza troppi guizzi. Insomma, la fitta nebbia, che aleggia sul futuro delle primarie democratiche, sembra ancora ben lungi dal diradarsi.

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