Lo spoglio nelle primarie nello Stato di New York, mai così decisive dai tempi di Franklin Delano Roosvelt, ha confermato quelle che erano le previsioni della vigilia. Hillary Clinton, che ha staccato il socialista Bernie Sanders di una quindicina di punti (57 vs 42) grazie soprattutto al voto di New York City, ha già messo di fatto una ipoteca  definitiva sulla vittoria finale, dichiarando conclusa la corsa anche prima della Convention democratica aperta di Filadelfia.

Per sperare nel miracolo, che non avverrà, il suo rivale dovrebbe vincere quasi tutte le primarie chiave delle prossime settimane (tra cui la popolosa Pennsylvania e il New Jersey) e - secondo i guru dei sondaggi -  staccare Hillary di una ventina di punti di California. Diciamo pure che la gara è conclusa e che ora il compito di Hillary è quello di ricucire i rapporti lacerati con un avversario che gli ha dato non solo filo da torcere, non solo ha fatto una straordinaria campagna elettorale, ma ha rischiato - con i suoi frequenti attacchi contro il segretario di Stato (alla quale ieri i suoi supporter hanno gettato banconote in segno di disprezzo durante il comizio finale) di spaccare irrimidiabilmente il partito democratico. 

A sua volta Donald Trump - che ha sbaragliato il rivale John Kasich nella sua New York dandogli 35 punti di distacco (60 vs 25) - dovrà  andare alla Convention repubblicana di giugno senza avere in tasca il numero di delegati sufficienti per ottenere l'incoronazione diretta, ma con un vantaggio così schiacciante da rendere  complesso, e con un costo politico molto elevato, un  rovesciamento del responso grazie alle manovre dell'establishment repubblicano e dei suoi supedelegati. Ci proveranno, i repubblicani, a fermarlo, ma sarà dura, e comunque vada con un prezzo da pagare troppo elevato per evitare spaccature in seno al partito. L'ostilità di Ted Cruz di tutto l'apparato contro Trump - nonostante l'ennesima debacle - lascia presagire una battaglia all'ultimo voto e numerosi colpi bassi prima della Convention di Cleveland, ma il miliardario è una valanga che non sarà affatto semplice fermare.

Primarie e caucus: cosa sono e come funzionano


L'AMERICA CHE CAMBIA
Nonostante il responso di New York abbia confermato le previsioni, nonostante Hillary possa tirare un sospiro di sollievo e Sanders non possa far altro che polemizzare per la scomparsa presunta di 125 mila schede dei registri  a Brooklin, sta cambiando tutto in America, chiunque vinca la sfida finale per la Casa Bianca.

Il sistema politico americano, fondato per oltre un secolo su un bipartitismo che premiava i candidati più moderati e centristi dell'uno e dell'altro fronte, è entrato in una fase nuova, una fase costituente, un po' come sta avvenendo sull'altra sponda dell'Atlantico, con la crisi delle famiglie politiche europee - socialista e popolare - e l'esplosione dei partiti populisti e nazionalisti che mirtano a rovesciare l'Unione.

L'irruzione in America sulla scena politica di due outsider di cultura radicale come il socialista  Sanders nel campo democratico e Donald Trump nel campo repubblicano segnalano infatti una trasformazione profonda della cultura politica di massa negli Stati Uniti, di cui il nuovo presidente dovrà tener conto. Una trasformazione che potrebbe investire anche, nei prossimi anni, non solo le politiche interne, non solo le tradizionali appartenenze dei democratici e dei repubblicani, ma anche i legami tra Stati Uniti ed Europa e più in generale la politica estera americana, già profondamente cambiata sotto Obama  all'insegna del soft power, della messa in soffitta dell'unilateralismo e del progressivo spostamento del focus dall'Europa all'Asia e alla Cina. 

Complice la crisi del 2008, che ha ridotto le granitiche certezze della  classe media americana, e complici le  trasformazioni demografiche  che per la prima volta nel 2015 hanno ridotto gli Wasp americani a una (corposa) minoranza, non ci sono più rendite di posizioni politica inscalfibili e assolute, nemmeno quando - come nel caso della Clinton - puoi fare affidamento su un soverchiante vantaggio sul piano della raccolta fondi. Gli stessi grandi partiti che hanno fatto la storia americana nell'ultimo secolo - i democratici e i repubblicani -  si sono dimostrati insomma scalabili da uomini  che, soltanto una decina di anni fa, avrebbero raccolto briciole alle primarie, limitandosi a esprimere candidature di bandiera senza reali aspettative di vittoria.

Mai Hillary, già sconfitta da  Obama nel 2008 e che aveva battuto NY palmo a palmo, avrebbe pensato  di dover attendere New York - che solitamente giunge quando i giochi sono fatti - per cominciare a preparare la sua corsa verso la Casa Bianca. E mai un leader imprevedibile  e populista come Trump, che ha fatto come Sanders il pieno dei voti tra i giovani e gli elettori non registrati, avrebbe potuto puntare alla vittoria finale in  un partito che ha sempre saputo isolare, per tutto il dopoguerra, chi si metteva così apertamente contro l'estabishment e i vertici del partito.

È una lezione, questa, di cui il nuovo inquilino della Casa Bianca dovrà tenere conto, chiunque esso sia. L'America sta cambiando. E chiunque vinca, cambierà ancora di più nei prossimi anni e decenni, sotto il peso della del rimescolamento dei poteri economici e finanziari globali, dei tumultuosi cambiamenti demografici che per la prima volta hanno messo i bianchi americani in minoranza, della richiesta di maggior protezione sociale da parte degli strati più diversi, anche etnicamente, della popolazione americana. Quelli che fino a ieri si ritenevano al di fuori del rischio di povertà, cui si è rivolto Sanders con grande successo. 

È chiaro che ora Hillary è favorita, soprattutto se il contendente fosse Trump, ma sarebbe un errore imperdonabile  trattare Sanders come un Sioux al quale ora tagliare lo scalpo. Non lo farà. È un politico scaltro e troppo intelligente per commettere questo errore. 

Le istanze di sinistra che ha rappresentato il senatore del Vermont - Hillary ne è consapevole - non sono più liquidabili come i capricci estemporanei di un intellettuale snob e radicale lontano dalle paure e dalle speranze della popolazione. Parlano, queste istanze, paradossalmente di un'America nuova e diversa, che sta nascendo dalle viscere della vecchia America, così come parlano di un Paese nuovo e diverso le spesso confuse rivendicazioni di Trump, che infatti non parlano a Washington ma alla pancia spaventata del Paese.

Democratici e repubblicani insomma sono avvertiti, anche se la sfida finale dovesse essere quella, rassicurante, tra due candidati moderati e continuisti come Clinton e Kasich. È già la nuova America quella che sta votando in queste primarie: e non si governa contro la nuova America.


© Riproduzione Riservata

Commenti