Esteri

Elezioni Usa 2020: tutto sulle Primarie dei Democratici

Un partito diviso come non mai. Questa la situazione dei Democratici in vista delle Elezioni Presidenziali Usa del 2020

Convention dei Democratici a Filadelfia

Stefano Graziosi

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Circa venti candidati in campo. Aggressività. E tanto caos. Questa, in breve, la situazione della nomination per il Partito democratico in vista delle Elezioni Presidenziali Usa 2020 e che esploderà in vista delle Primarie. Mai si erano avute primarie tanto affollate: nemmeno quelle del 1976, che videro sedici concorrenti in gara e – come vincitore – l’allora poco noto governatore della Georgia, Jimmy Carter. Grande è quindi la confusione sotto il cielo. Ma la situazione è tutt’altro che eccellente. I recenti dibattiti televisivi che si sono tenuti a Miami hanno mostrato dei candidati abbastanza farraginosi. E, almeno per il momento, l’Asinello stenta a scorgere una leadership salda, che possa realmente sperare di condurlo alla Casa Bianca il prossimo anno.

Joe Biden continua a restare in testa nei sondaggi e a raccogliere cospicui finanziamenti elettorali (ha annunciato ieri di aver reperito quasi ventidue milioni di dollari nel secondo trimestre del 2019). Eppure la sua posizione si sta notevolmente indebolendo. Le cause di questa situazione sono del resto molteplici. In primo luogo, sta sempre più pesando su di lui la questione razziale. Nel corso del confronto televisivo di Miami, la senatrice della California, Kamala Harris, ha rinfacciato all’ex vicepresidente le sue simpatie per un paio di vecchi senatori democratici segregazionisti e – soprattutto – la sua opposizione negli anni ’70 alla politica del “busing”: una strategia adottata all’epoca per combattere il segregazionismo nelle scuole, che prevedeva di far uscire attraverso l’impiego di autobus gli studenti afroamericani dai ghetti in cui erano stati reclusi.

Questo attacco (combinato all’incapacità di Biden di replicare con forza e convinzione) è esploso come un’autentica bomba sulla campagna elettorale dell’ex vicepresidente. Si pensi soltanto che, secondo un sondaggio condotto da Reuters/Ipsos, Biden avrebbe visto dimezzato il sostegno da parte dell’elettorato afroamericano negli ultimissimi giorni. Un problema non di poco conto. Non solo perché le minoranze etniche rappresentano da tempo una quota elettorale di riferimento del Partito Democratico. Ma anche perché, negli scorsi mesi, l’ex senatore del Delaware sembrava poter contare su un vasto appoggio da parte degli afroamericani, forte soprattutto del fatto di essere stato per otto anni vicepresidente al fianco di Barack Obama. Inoltre, come se non bastasse, qualche giorno fa un’icona dell’universo afroamericano, come il reverendo Jesse Jackson (candidato senza successo alle primarie democratiche del 1984 e del 1988), ha dichiarato pubblicamente che – sulla questione del “busing” – Biden si sia schierato “dal lato sbagliato della Storia”.

Ma non è tutto. Perché, più in generale, i problemi per Biden non si fermano qui. Al di là di alcune sue posizioni controverse, è l’intera storia politica dell’ex vicepresidente a farne oggi un candidato fondamentalmente anacronistico. Non dimentichiamo che, da senatore del Delaware, Biden abbia assunto posizioni abbastanza destrorse: in politica economica, è sempre stato un convinto sostenitore della globalizzazione, mentre – in materia di esteri – ha spesso assunto un approccio muscolare e interventista. Si tratta di posizioni che, allo stato attuale, non risultano granché gradite dalla classe operaia della Rust Belt: quella classe operaia che invoca protezionismo economico e un tendenziale isolazionismo sul fronte internazionale. Quella classe operaia che i democratici vorrebbero riconquistare, dopo che – nel 2016 – è passata tra le file di Trump. Biden non sembra avere al momento le ricette giuste per riuscire in quest’impresa: basti pensare che, appena poche settimane fa, negasse che la Cina rappresenti un problema in termini di concorrenza commerciale per gli Stati Uniti. Salvo poi fare poco dignitosamente marcia indietro, dopo gli strali ricevuti dai suoi stessi compagni di partito.

D’altronde, è proprio la sinistra dem che non nutre troppa simpatia per Biden, considerandolo – a torto o a ragione – nulla più che un burattino nelle mani dei poteri forti. L’ex vicepresidente è pienamente consapevole di ciò. Eppure la strategia fin qui adottata per far fronte a questo stato di cose non sembra delle migliori. Pur di evitare polemiche, appare infatti propenso a chinare la testa e fare marcia indietro rispetto a qualsiasi critica o accusa. Atteggiamento che lascia vagamente perplessi, visto che Trump – nel 2016 – vinse la nomination repubblicana e poi la Casa Bianca comportandosi esattamente nel modo opposto. Del resto, Biden non ha mai mostrato troppa stoffa nelle disfide presidenziali: non dimentichiamo infatti che sia già stato sconfitto alle primarie democratiche del 1988 e a quelle del 2008.

Il punto è che alla sinistra dell’ex vicepresidente la situazione non migliori poi molto. In questi giorni, a contendersi il secondo posto sono infatti in tre: il senatore del Vermont, Bernie Sanders, la senatrice californiana, Kamala Harris, e la senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren. Una dinamica interessante (e un po’ confusa) che evidenzia come nessuno dei tre disponga al momento di tutte le caratteristiche necessarie per federare adeguatamente la frastagliata galassia della sinistra democratica. Sanders mantiene la sua presa sui colletti blu ma comincia ad essere percepito come troppo ripetitivo rispetto a tre anni fa: un fattore che lo sta azzoppando, visto che alcuni sondaggi lo danno in netta perdita. Inoltre, al di là di un messaggio elettorale un po’ stantio, il senatore continua a pagare lo scetticismo delle minoranze etniche: un elemento tuttavia difficilmente evitabile dal suo punto di vista, dal momento che le istanze della classe operaia americana confliggono sempre di più con quelle delle associazioni politiche afroamericane e ispaniche. Basti pensare che, lo scorso aprile, durante un evento elettorale in Iowa abbia affermato: “Se apri i confini, mio Dio, c'è molta povertà in questo mondo e avrai persone da tutto il mondo. E non penso che sia qualcosa che possiamo fare a questo punto. Non possiamo farlo.” Una posizione netta, non poi così lontana dalle idee di Trump in materia di immigrazione clandestina.

Kamala Harris, dal canto suo, riscontra il problema opposto. Se negli ultimi giorni la senatrice sta incrementando i propri consensi sul fronte delle minoranze etniche, non è ancora chiaro quali siano le sue proposte in materia di voto operaio. Molto concentrata su clima e diritti civili, per il momento non si sta occupando troppo di industria e commercio internazionale. Non è quindi esattamente chiaro come speri di sfondare tra gli elettori della Rust Belt. Anche Elizabeth Warren sta cercando di approntare una strategia per ottenere l’appoggio delle minoranze: in particolare, secondo Politico, la senatrice vorrebbe puntare molto a stringere legami con i leader dei vari movimenti politici afroamericani, intessendo le sue proposte programmatiche di riferimenti ai diritti civili. Anche lei, però, come Sanders si ritrova il problema di attuare una convergenza con le istanze operaie. E, per quanto abbia dichiarato di volersi battere contro i colossi industriali e lo strapotere di Wall Street, non è che si sia esposta troppo in concreto su dossier dirimenti come, per esempio, la guerra tariffaria con la Cina. Fattore, questo, che le renderebbe complicato strappare Stati come il Michigan a Donald Trump.

In questo quadro, Pete Buttigieg sembrerebbe aspirare alla posizione di dark horse (così si definisce, in gergo, il candidato dapprima sconosciuto che balza improvvisamente ai primi posti). Il sindaco, dichiaratamente omosessuale, di South Bend si trova in una situazione altalenante. Inizialmente i sondaggi lo davano in grande spolvero, per poi vederlo cadere in disgrazia dopo che la polizia della sua città ha ucciso, giorni fa, un afroamericano. Buttigieg ha rimediato una raffica di critiche da sinistra per la gestione delle forze dell’ordine locali, eppure ci sono alcuni segnali per lui incoraggianti: non solo si colloca al momento al quinto posto ma ha rivelato ieri di aver raccolto quasi venticinque milioni di dollari nel secondo trimestre del 2019, sopravanzando in questo modo due big come Biden e Sanders. Il sindaco punta tutto sulla propria immagine giovane e sta cercando di  accreditarsi come punto di riferimento per le minoranze. Il problema per lui risiede in una visione politica un po’ troppo aleatoria (costantemente oscillante tra destra e sinistra), oltre al fatto di non sembrare troppo ferrato in materia di economia e commercio internazionale. I colletti blu, insomma, restano fuori dal suo radar.

Il grande problema che sta riscontrando il Partito Democratico è forse proprio questo. Al di là delle annose faide intestine tra correnti e candidati, il maggiore ostacolo sembra essere quello di non riuscire a ricomporre una coalizione elettorale andata ormai in mille pezzi. Una coalizione che storicamente andava dal mondo operaio alle minoranze etniche, passando la classe media e una parte consistente del ceto accademico e intellettuale. Una coalizione che è letteralmente esplosa nel 2016, quando gli operai hanno votato in buona parte per Trump, mentre le minoranze etniche hanno espresso profonda delusione per la candidatura di Hillary Clinton. E adesso rimettere insieme i cocci sembra veramente arduo. Del resto, si tratta di una svolta a suo modo epocale ma non certo inedita. E’ la stessa natura dei partiti statunitensi che, in un certo senso, porta a questo stato di cose. I grandi partiti americani sono infatti contenitori vasti e fluidi che, nel corso dei decenni, hanno rappresentato tutto e il contrario di tutto. Per intenderci, la coalizione elettorale che sosteneva il Partito Repubblicano di Richard Nixon negli anni ’70 era differente da quella che appoggiò l’ascesa del Partito Repubblicano guidato da Ronald Reagan negli anni ‘80. E lo stesso Trump, su alcuni punti, ha a sua volta rotto con la tradizione reaganiana. Un discorso simile vale per l’Asinello. Dopo che Trump gli ha sottratto non poche delle sue storiche battaglie, il Partito Democratico è oggi probabilmente chiamato a cambiare pelle, trovando una nuova ragione di impegno politico e – soprattutto –  di rappresentanza. Il problema è che non è chiaro se se ne stia realmente rendendo conto.

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