Esteri

Brexit, come cambiano i piani di Theresa May

Difficile formare un governo forte, capace di fronteggiare la Ue nelle trattative verso la versione "hard" dell'uscita

Carnevale di Düsseldorf

Claudia Astarita

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Il panorama politico inglese è cambiato radicalmente da quando, alla fine di aprile, Theresa May ha preso la decisione di andare alle urne. L'obiettivo di una mossa che a molti parve spregiudicata e cinica era quello di avere un mandato popolare solido e di presentarsi al tavolo dei negoziati per la Brexit forte di una indiscutibile vittoria elettorale.

Del resto, i sondaggi sembravano darle ragione e i più si aspettavano che il suo partito ottenesse un'ampia maggioranza, nel Paese e in Parlamento. Sappiamo com'è andata: le previsioni dell'inquilina di Downing Street sono state seccamente smentite e, sebbene non abbia dovuto lasciare la poltrona di Primo Ministro, ora deve fare i conti con numeri molto più difficili da gestire in Parlamento e con la certezza che i Britannici non hanno sposato appieno le sue tesi.

Anche la Regina non sa più cosa fare

Il quadro è complicatissimo e sarà difficile trovare il bandolo della matassa. Il tavolo negoziale della Brexit è pronto e i primi incontri dovrebbero tenersi la settimana prossima, in concomitanza con l'atteso discorso della Regina alle Camere - che, non a caso, è stato posticipato. E in pochi credono alla motivazione ufficiale del rinvio, ovvero i tempi di stampa delle parole della Regina su cartapecora.

L'incertezza sul futuro delle trattative

L'incertezza regna sovrana e tutti a Londra e Bruxelles si chiedono se sarà o meno confermata la strategia al centro della campagna elettorale ("Meglio nessun accordo che un cattivo accordo"). Persino il team negoziale messo insieme da May prima del voto (David Davis, Oliver Robbins e Simon Case), infatti, potrebbe non essere riconfermato per rispondere meglio alla nuova situazione politica creatasi a Londra. Se i volti-chiave dovessero essere sostituiti, da un lato si darebbe un segnale diplomatico piuttosto chiaro di un cambio di rotta; dall'altro, però, si perderebbe quel patrimonio di discussioni e contatti che si è accumulato nei mesi della fase pre-negoziale.

Le difficoltà "interne" per Theresa May

I nodi da sciogliere non riguardano soltanto i nomi delle persone che condurranno il negoziato, ma anche e soprattutto la linea che il governo britannico intenderà tenere. Dal lato dell'Unione Europea, infatti, sono stati posti dei paletti piuttosto chiari e, in particolare, si intende procedere con il discutere le condizioni di uscita dall'UE prima di avviare il negoziato per un nuovo accordo commerciale. Dal lato britannico, invece, tutto potrebbe essere rimesso in discussione.

Avere una maggioranza parlamentare rosicata, infatti, significherà per Theresa May dover scendere a compromessi tanto con i futuri alleati irlandesi del DUP, molto sensibili sui temi della chiusura dei confini, viste le ripercussioni sul fragile equilibrio può avere in Irlanda del Nord, tanto con quelle correnti all'interno dei Tories che sono alla ricerca di maggior visibilità e dividendi politici.

È il caso, ad esempio, dei parlamentari conservatori scozzesi guidati da Ruth Davidson, che era stata in prima fila nella campagna per il Remain e che ora ha l'occasione di gettarsi nuovamente nella mischia. Per non parlare di coloro che starebbero già muovendosi dietro le quinte per prendere il posto di Theresa May alla guida del Paese, primo fra tutti quel Boris Johnson che è stato fra i paladini della Brexit e che probabilmente non mancherà di sostenere le posizioni più oltranziste rendendo oltremodo difficile la ricerca di un punto di equilibrio.

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