Esteri

Elezioni presidenziali Usa, cos'ha detto il dibattito tra i candidati democratici

La Warren meglio di Biden, ma in assoluto, con 12 protagonisti sul palco, solo grande confusione ed incertezza

democratici presidenziali usa 2020

Stefano Graziosi

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Con ben dodici contendenti sul palco, è stato il dibattito televisivo più affollato che la storia americana ricordi. Il quarto confronto tra i candidati democratici, organizzato da CNN e New York Times ieri a Westerville (in Ohio), si è rivelato più serrato dei precedenti, nonostante una certa confusione dovuta all’elevato numero di partecipanti. I temi trattati sono stati svariati: dalla sanità alla pressione fiscale, passando per la politica estera e le questioni eticamente sensibili.

A livello generale, è chiaramente emerso come Elizabeth Warren abbia ormai conquistato la posizione di front runner. La maggior parte dei contendenti ha sferrato durissimi attacchi alla senatrice del Massachusetts, che – dal canto suo – è più volte riuscita a mettere in ombra sia Joe Biden che Bernie Sanders. Innanzitutto, a finire bersagliata è risultata la sua proposta, “Medicare for All”, volta all’introduzione di un sistema sanitario universale sul modello del welfare state europeo. I rivali hanno messo sotto pressione la Warren, chiedendole insistentemente se – per finanziare questo piano – abbia intenzione di aumentare le tasse alla classe media. Particolarmente duri, su questo punto, si sono rivelati Biden e il sindaco di South Bend, Pete Buttigieg. Se il primo ha puntato principalmente il dito sui costi elevati, il secondo ha affermato che una simile riforma metterebbe a rischio la libertà individuale dei cittadini. All’attacco è andata anche la senatrice del Minnesota, Amy Klobuchar, che ha bollato “Medicare for All” come un “sogno irrealizzabile”.

Un’altra questione controversa per la Warren è risultata poi la sua idea di imposta patrimoniale, che prevedrebbe una tassa del 2% sui patrimoni compresi tra cinquanta milioni e un miliardo di dollari. Pur dicendosi tutti favorevoli ad aumentare la pressione fiscale sulle classi benestanti, molti degli altri candidati hanno mostrato un certo scetticismo verso la proposta della senatrice del Massachusetts. Il businessman, Andrew Yang, ha sottolineato che svariati Paesi abbiano eliminato l’imposta patrimoniale, mentre l’ex deputato texano, Beto O’ Rourke, ha accusato la Warren di avanzare progetti programmatici mirati a infiammare i conflitti sociali. Anche sulla questione dei giganti del web (come Facebook, Google e Amazon) si sono registrati degli attriti. La Warren ha rinverdito la sua classica battaglia in materia, affermando: “Non sono disposta a lasciare che una manciata di monopoli domini la nostra economia e la nostra democrazia. È tempo di reagire. Dobbiamo applicare le nostre leggi antitrust.” Un approccio duro, che ha tuttavia riscontrato la freddezza di O’ Rourke, Yang e del miliardario ambientalista, Tom Steyer. Nonostante non sia stata sempre all’altezza del dibattito (soprattutto in tema di politica estera), la Warren si è rivelata la candidata più forte sul palco, costringendo di fatto Sanders a rincorrerla anche su quelli che risultano da sempre i cavalli di battaglia del senatore del Vermont (a partire proprio da “Medicare for All”). Sotto questo aspetto, vale la pena di sottolineare che i due – pur evitando ancora una volta di battibeccare – non hanno mostrato quella sintonia che li aveva invece contraddistinti nel dibattito dello scorso settembre.

Joe Biden, dal canto suo, è apparso parzialmente azzoppato. Da settimane in difficoltà nei sondaggi, l’ex vicepresidente non ha sfigurato ma neppure brillato. Ha indubbiamente mostrato una grinta maggiore rispetto al solito ma non sembra ancora riuscire a debellare quelle debolezze strutturali che, ormai da tempo, si porta dietro. Non solo è finito nuovamente sotto attacco da parte di Sanders per il suo voto a favore della guerra in Iraq. Ma, più nello specifico, si è rivelato fondamentalmente inadeguato nel dare spiegazioni sulla spinosissima questione ucraina. Interrogato dal moderatore sul proprio ruolo nel siluramento del procuratore generale ucraino Viktor Shokin nel 2016 e sulle accuse di conflitto di interessi a causa di suo figlio Hunter, Biden si è limitato a replicare: “Guardate, mio ​​figlio non ha fatto nulla di male. Non ho fatto niente di male […] Non ho mai discusso di una singola cosa con mio figlio sull'Ucraina […]  Abbiamo sempre tenuto tutto separato. Non ci sarebbero potenziali conflitti. […] Concentriamoci sul fatto che si tratta della corruzione di Trump.” Un po’ poco come spiegazione, visto il ruolo di primo piano da lui ricoperto in Ucraina – quando era vicepresidente degli Stati Uniti –  tra il 2014 e il 2016: un periodo in cui suo figlio, Hunter, sedeva nel consiglio d’amministrazione della società ucraina Burisma Holdings. L’unico a prendere apertamente le difese dell’ex vicepresidente ieri sulla questione è del resto stato il senatore del New Jersey, Cory Booker, che – secondo i malevoli – starebbe non a caso puntando alla vicepresidenza nel 2020. Un ulteriore problema per Biden, e per lo stesso Sanders, è stato poi rappresentato dalla questione dell’età avanzata e della salute. Il senatore del Vermont, rimasto recentemente vittima di un infarto, ha glissato il problema, limitandosi a dire di sentirsi meglio. L’ex vicepresidente ha scelto invece di giocarsi la carta dell’esperienza, per aggirare gli scogli del conflitto generazionale.

Scintille hanno poi avuto luogo sulla questione siriana. La maggior parte dei candidati sul palco ha duramente criticato il ritiro delle truppe promosso da Trump. Unica voce fuori dal coro è stata quella della deputata delle Hawaii, Tulsi Gabbard, che ha attaccato la politica dei “cambi di regime”, portata avanti da Washington soprattutto contro il presidente siriano, Bashar al Assad. Un certo imbarazzo è stato tradito da Pete Buttigieg che – nonostante abbia sempre sostenuto la necessità di porre un freno alle cosiddette “guerre senza fine” – ieri sera ha criticato il ritiro di Trump, sostenendo al contrario di voler restaurare la credibilità internazionale americana. “Quando pensiamo che le nostre uniche scelte siano tra guerra senza fine o isolamento totale ... ciò rende questo mondo più pericoloso”, ha dichiarato il sindaco di South Bend. Una posizione anche legittima ma che rischia di non essere compresa da un elettorato che sempre più insistentemente chiede un maggiore disimpegno statunitense dagli scenari mediorientali. E, non a caso, la Gabbard ha provato a mettere Buttigieg in difficoltà su questo fronte.

Insomma, pur con qualche ammaccatura, ad emergere ieri sera è stata innanzitutto Elizabeth Warren che dovrà adesso dimostrare di saper mantenere l’alto grado di consenso che i sondaggi le attribuiscono. Particolarmente attiva e incisiva si è rivelata anche Amy Klobuchar, una cui decisa ascesa resta tuttavia al momento abbastanza difficile. Ampio invece lo spettro di candidati che sono rimasti in mezzo al guado. Biden e Sanders, pur presidiando il territorio, hanno mostrato evidenti segni di stanchezza politica, mentre Buttigieg – pur mostrando un certo vigore – ha continuato a ritagliarsi il suo consueto spazio centrista senza troppe pretese. È chiaro che il sindaco di South Bend speri in un progressivo deterioramento di Biden, per sottrargli voti. Il punto è che questa strategia necessita di tempi lunghi e potrebbe alla fine produrre contraccolpi negativi. Beto O’ Rourke, dal canto suo, si è rivelato un po’ più efficace del solito: resta tuttavia evidente la sua collocazione politica poco chiara. L’idea dell’ex deputato del Texas sarebbe quella di pescare consensi contemporaneamente dal centro e dalla sinistra: il problema è che, così facendo, continua a risultare troppo incolore. Tulsi Gabbard non ha sfigurato, mostrandosi uno dei pochi candidati ad essere ferrato in materia di politica estera. Un suo punto di forza potrebbe essere costituito anche dalla parziale carica antiestablishement che incarna. Se tuttavia non riuscirà a trovare presto una propria via sulle questioni economiche, la deputata delle Hawaii rischia di ritrovarsi schiacciata tra Sanders e la Warren. La senatrice della California, Kamala Harris, ha cercato di recuperare il terreno perduto negli ultimi due mesi: in particolare, si è intestata la lotta abortista, ereditandola dalla senatrice newyorchese, Kirsten Gillibrand, ritiratasi quest’estate a causa di magrissimi risultati sondaggistici. Resta da dimostrare se questa strategia si rivelerà efficace, perché oggettivamente la Harris sta riscontrando enorme fatica a trovare un posizionamento chiaro e riconoscibile nella sua corsa elettorale. Deludenti infine le performance di Booker, Steyer e Julian Castro, mostratisi o troppo vaghi o poco incisivi.

La corsa verso la nomination democratica è ancora lunga. E il quarto dibattito televisivo ha stentato a determinare maggiore chiarezza in una campagna elettorale, che resta ancora confusa e sovraffollata.

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