Esteri

Elezioni presidenziali Usa 2020, il punto sulla campagna elettorale

Trump alle prese con scandali e polemiche. I democratici sempre più divisi, anche se la Warren

Warren-Trump

Stefano Graziosi

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La campagna elettorale in vista delle presidenziali americane del 2020 è ormai entrata nel vivo. E la situazione resta per il momento profondamente incerta.

A prima vista, sembrerebbe che per Donald Trump si stia mettendo male, dal momento che sulla sua testa pende la spada di Damocle di un processo di impeachment. Il punto è che, sotto questo aspetto, lo scenario futuro potrebbe rivelarsi non poi così negativo per l’inquilino della Casa Bianca. E questo per una serie di ragioni. Non solo perché l’Asinello non dispone attualmente dei numeri in Senato per arrivare a un verdetto di colpevolezza. Ma anche perché, più in generale, l’impeachment consente in realtà a Trump di rinverdire la sua classica linea del candidato solo contro tutti: una linea con cui il magnate si è sempre trovato a proprio agio e che, di fatto, gli permise di conquistare la Casa Bianca tre anni fa. Non è del resto un mistero che la personalità politica di Trump tenda a manifestare profonda grinta ed energia proprio nei momenti di assedio e attacco concentrico. Infine, non bisogna trascurare che – qualora passasse la strategia di accusa dei democratici contro il presidente sulla questione ucraina – a farne le spese maggiori potrebbe essere paradossalmente Joe Biden, le cui attività in Ucraina – quando era vicepresidente degli Stati Uniti – sono state altrettanto (se non addirittura maggiormente) opache. In tutto questo, Trump è passato al contrattacco. Al di là di una battente campagna mediatica in televisione e sui social network, il presidente sembra aver intensificato le indagini sulle controverse origini dell’inchiesta Russiagate, per cercare di dimostrare che, alla base della questione russa, vi fosse un complotto ai suoi danni, ordito dai servizi segreti occidentali nell’ambito di un’operazione cui avrebbe preso parte anche l’Italia. È chiaro che, qualora la Casa Bianca dovesse reperire evidenze di questa ipotesi, Trump avrebbe buon gioco a ribaltare la situazione davanti agli elettori americani, ritorcendo contro i democratici le accuse che gli hanno scagliato contro per anni.

Se Trump deve quindi nutrire dei timori per il 2020, più che all’Asinello è meglio semmai che guardi all’economia. Notoriamente gli ultimi due presidenti a non essere stati rieletti (Jimmy Carter nel 1980 e George H. W. Bush nel 1992) si erano ritrovati a gestire con difficoltà serie turbolenze economiche. L’attuale inquilino della Casa Bianca dovrà quindi assicurarsi che, nei prossimi dodici mesi, il livello di crescita del prodotto interno lordo continui a mantenersi alto come nel corso del 2019. E, un discorso analogo, vale anche per il bassissimo tasso di disoccupazione che si è registrato negli ultimi otto mesi. Quello che, insomma, Trump non può assolutamente permettersi è una recessione, che rischierebbe di metterlo in seria difficoltà nel pieno della campagna elettorale. Su questo fronte oggettivamente qualche preoccupazione c’è, soprattutto dopo che – lo scorso agosto – si è verificata l’inversione della curva dei rendimenti. Inoltre si registra anche un certo dissidio nei rapporti tra Trump e la Federal Reserve: il presidente americano sta da tempo cercando di convincere Jerome Powell ad adottare una politica monetaria maggiormente espansiva, tenendo a mente che – nel 1992 – Bush si giocò la rielezione anche a causa della linea restrittiva portata avanti dalla banca centrale americana, guidata allora da Alan Greenspan. Tra l’altro, più che una crisi catastrofica, il timore della Casa Bianca è quello di un contenuto (ma insidioso) rallentamento dell’economia (un po’ come avvenne negli Stati Uniti a cavallo tra il 2015 e il 2016). Per questa ragione, Trump potrebbe decidere di affrontare una simile eventualità attraverso la riforma infrastrutturale che aveva presentato lo scorso aprile e che, finora, è stata tuttavia lasciata da parte: con questa mossa, il presidente inietterebbe infatti circa duemila miliardi di dollari nell’economia statunitense soprattutto sotto forma di investimenti pubblici. Non è comunque scontato che i repubblicani accettino di sostenere una simile proposta: una proposta, che hanno già in passato criticato come troppo statalista.

Sul fronte democratico, la situazione resta per ora poco chiara. La questione ucraina e le conseguenti accuse di conflitto di interessi sembra stiano azzoppando seriamente Joe Biden che, pur mantenendo ancora la propria posizione di front runner, ha perso quasi quattro punti percentuali nelle ultime due settimane. Il consenso dell’ex vicepresidente si sta quindi erodendo rapidamente e non è chiaro se sarà in grado di fornire una risposta efficace a questo stato di cose. Biden sconta una forte antipatia agli occhi dell’elettorato più spostato a sinistra che, non da oggi, lo considera un’odiosa espressione dell’establishment. Senza dimenticare che le sue stesse posizioni sulle questioni economiche e di politica estera non vengano granché apprezzate da buona parte degli elettori americani. Nel corso di questi mesi, inoltre, l’ex vicepresidente ha assai spesso mostrato una scarsa fibra, preferendo giravolte e passi indietro pur di evitare (sebbene senza troppi risultati) attacchi e polemiche. Il suo vantaggio principale continua ad essere costituito dalla forte notorietà a livello nazionale, oltre che dal sostegno ricevuto da gran parte dell’elettorato afroamericano. Si tratta tuttavia di elementi che, da soli, non possono garantire la conquista della nomination.

Brutte notizie anche per Bernie Sanders. Qualche giorno fa, il senatore del Vermont è stato costretto a sospendere temporaneamente la propria campagna elettorale a causa di un’occlusione ad un’arteria. Si tratta di un problema serio per lui: anche nel caso infatti dovesse riprendersi, probabilmente finirebbe bersagliato dagli altri candidati per la questione della salute, che – storicamente – rappresenta un fattore molto delicato nell’ambito delle presidenziali americane. Basti solo pensare che, nel 1972, l’allora candidato democratico alla vicepresidenza statunitense, Thomas Eagleton, fu costretto a ritirarsi, quando si diffuse la notizia che fosse stato in cura per problemi di depressione. E comunque, al di là della salute, la campagna elettorale di Sanders non era finora riuscita a decollare in maniera decisa: pur vantando buoni risultati sondaggistici, Sanders è apparso a molti elettori come troppo ripetitivo e incapace quindi di catalizzare quella potente energia anti-establishment che aveva caratterizzato la sua corsa elettorale alle primarie democratiche del 2016. Non a caso, da alcune settimane, nelle rilevazioni era scivolato dal secondo al terzo posto, ritrovandosi sorpassato da Elizabeth Warren.

Proprio la senatrice del Massachusetts è infatti in netta ascesa: l’ultima media sondaggistica di Real Clear Politics la dà al 26%, appena due punti dietro al front runner, Joe Biden. Le ragioni di questo successo sono molteplici. In primo luogo, la Warren è stata capace di sottrarre voti ad alcuni dei candidati meno forti, a partire dalla senatrice californiana Kamala Harris che – dopo un effimero exploit a luglio – risulterebbe ormai in caduta libera. In secondo luogo, la Warren – pur essendo molto spostata a sinistra – lo è comunque meno rispetto a Sanders: un elemento che la rende potenzialmente attrattiva anche agli occhi di qualche settore maggiormente centrista. Adesso, con la crisi del senatore del Vermont, potrebbe teoricamente incrementare i propri consensi a sinistra, riuscendo così a sorpassare definitivamente Biden. Bisogna tuttavia essere molto cauti. Nonostante in questo momento sia in grande spolvero, i problemi non mancano. Innanzitutto è da rilevare che – nonostante una certa somiglianza – gli elettorati di Sanders e della Warren non risultino del tutto sovrapponibili: la prima trova sostegno soprattutto tra le donne e i ceti istruiti, laddove il secondo fa principalmente leva sugli operai e sui giovani. Uno dei grandi ostacoli che la senatrice ha sinora riscontrato risiede nella scarsa capacità di attrarre consensi da parte dei colletti blu: svariati segmenti elettorali considerano infatti la Warren troppo cattedratica e scarsamente in grado di rivolgersi in modo efficace ai ceti più popolari: un problema che azzoppò, per esempio, il democratico Adlai Stevenson alle presidenziali del 1952 e del 1956. Un'altra spina nel fianco della Warren è poi costituita dal suo passato repubblicano: un elemento che le frange della sinistra più radicale non le perdonano e che l’ha esposta ad accuse di ipocrisia. Più in generale, la senatrice deve ancora dimostrare di possedere quell’abilità organizzativa assolutamente necessaria per condurre un’efficace campagna presidenziale.

In questo contesto, bisognerà poi capire dove riuscirà ad arrivare il sindaco di South Bend, Pete Buttigieg, da mesi graniticamente fermo al 5% dei consensi. Viste le difficoltà di Biden, potrebbe in realtà emergere come punto di riferimento dei centristi e assurgere al ruolo di principale sfidante della Warren, in quello che potrebbe forse trasformarsi prima o poi in un duello. Non è quindi escluso che gli equilibri interni alla corsa dei candidati democratici possano ben presto rimescolarsi. E il dibattito televisivo di metà ottobre potrebbe già iniziare a segnalare un graduale cambio di scenario.

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