Alessandro Turci

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I francesi mandano al ballottaggio presidenziale Emmanuel Macron e Marine Le Pen.

Siamo formalmente sempre nella Quinta Repubblica, ormai sessantenne, ma la cesura col passato è storica perché il voto relega per la prima volta socialisti e gollisti ai margini della scena politica, innalzando due outsider alla competizione finale per l’Eliseo. Una sfida tutt’altro che scontata.

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Gli scenari del secondo turno, con l’incognita terrorismo pronta a sconvolgere l’agenda, sono aperti ed entrambi i candidati hanno molto da perdere. Forse per questo i loro primi discorsi dopo il voto sono stati all’insegna della prudenza, sanno di non aver vinto ancora nulla.

Chi ha perso veramente
La grande sconfitta è la sinistra socialista del Presidente uscente, umiliata dal 6,3 % di Benoît Hamon, o a ben guardare la destra classica che invece di capitalizzare l’opposizione a Hollande e il vasto consenso popolare accumulato negli ultimi cinque anni, finisce per mandare al ballottaggio il candidato d’area peggiore?

Se da una parte è vero che il peso delle destre è significativo e vanta un lignaggio storico in Francia, è difficile non vedere come la semplice somma delle percentuali di Mélenchon (19,7%), Hamon (6,3%) e anche solo della metà dei voti d’ispirazione socialista andati a Macron (23,9%) avrebbero dato un candidato presidenziale alla sinistra. Ma, il Novecento insegna, la sinistra europea non è tale senza vocazioni autolesioniste.

Il voto, confermando (finalmente) i pronostici, dimostra inoltre la specificità della transizione francese, uno scenario che relativizza gli ormai troppo facili paragoni con l’ascesa al potere di Trump o con il significato della Brexit.

Macron l'europeista: perchè ha avuto successo
Il risultato di Macron l’europeista suggerisce una società francese capace di metabolizzare la lezione di questi anni di crisi dell’Europa e dell’Euro, e cioè che non si possono fare progetti seri scavalcando la BCE e la Commissione. Piaccia o meno, qualsiasi promessa elettorale nazionale deve confrontarsi con questi due fattori: Mario Draghi (la carica, ma anche l’uomo) è il deus ex machina di tutta la dialettica europea, e la Commissione è al momento l’unica custode dei (lenti) processi decisionali.

Macron ha capito che tanto vale supportare queste due evidenze pragmatiche con principi ideali e migliorativi: ecco la strategia per restituire alla Francia il primato accanto alla Germania. Se Macron riuscirà a dimostrare che l’euroscetticismo è in realtà una scorciatoia, guiderà il Paese.

In effetti la metà dei punti programmatici dei suoi rivali erano velleitari nel breve periodo e di difficile realizzazione nel medio. L’Euro, come la parabola dei PIGS ha insegnato, e quella di Grecia e Cipro in termini clamorosi, per quanto mal concepito non è un club dal quale una volta entrati si possa uscire semplicemente non rinnovando l’adesione. È uno scenario non previsto dagli statuti e quindi molto complesso da realizzare.

Svalutare l’Euro (Le Pen), auto-esonerarsi dal patto di stabilità (Mélenchon), creare una nuova assemblea parlamentare per la zona Euro (Hamon), riscrivere Schengen e trasformare l’Euro in una moneta simile al dollaro (Fillon), sono voli pindarici ai quali molti francesi non hanno creduto.

Al contrario sostituire al più presto i 73 deputati britannici a Bruxelles e varare manovre anti-dumping per proteggere il commercio europeo, sono parse proposte più serie. Forse meno seducenti, ma attuabili nel breve periodo e con la speranza che portino a risultati nel medio.

L’ascesa del centro
La Francia dunque condanna i partiti tradizionali (d’altronde Hamon e Fillon non potevano essere Mitterand e Chirac) e innalza Macron perché giovane e post-ideologico, ma soprattutto per il coraggio di porsi controcorrente: non solo europeista convinto, anche atlantista convinto. Se è vero che preferisce i democratici USA a Trump, non per questo ammira Putin e vuole uscire dalla NATO.

La rivoluzione francese è l’Evento Fondatore e chiede sempre un omaggio, un riferimento: in questo caso evocare il primato della ragione è francamente altisonante, poiché siamo semplicemente di fronte alla solida affermazione del buon senso borghese: Macron è giovane ma assai posato, ha un programma di centro e volentieri incassa il sostegno di socialisti e gollisti, in una parola dell’establishment.

Marine Le Pen: chi può votarla ora
La domanda fondamentale che riguarda Marine Le Pen è invece semplice: saprà trasformarsi da peggior candidato per i valori della destra nel migliore possibile?
Storia e ideologia fanno qui cortocircuito. La destra gollista di Fillon sembra girarle le spalle, mentre la sinistra insoumise di Jean-Luc Mélenchon vanta un’analogia di programmi che suggerisce la teoria degli opposti estremismi destinati paradossalmente a congiungersi.

Ciò che la destra elegante negherà a Marine, potrebbe venirle restituito dalla sinistra disillusa e dal voto operaio, una metà del quale è già fedele elettore del Front National mentre l’altra metà è stata immediatamente lasciata libera di decidere secondo coscienza.

Forse l’unica strategia vincente per Marine Le Pen sarà quella di concludere la parabola iniziata con l’esautoramento del padre dal Front National, lanciando un’Opa su ciò che rimane del gollismo. Ma per farlo dovrà percorrere un doppio binario: continuare a parlare alle pulsioni irrazionali e alle paure della Francia profonda per consolidare il suo consenso, e contemporaneamente rendersi accettabile dalla Francia fin de race, chiudendo col passato negazionista e accreditandosi come leader di una destra moderna.

Il video della sua campagna elettorale inizia con una scogliera affacciata su un mare indomito, e la memoria va immediatamente alla tomba di Chateaubriand, al pellegrinaggio laico dell’identità francese. Tuttavia quando entra la voce narrante si capisce come il riferimento fosse inconsapevole, e l’estetica successiva mostra foto dell’album di famiglia solo per facilitare la stoccata contro il fanatismo islamico.

Insomma, due settimane non sono molte per superare definitivamente il lepensimo e aspirare alla levatura dei de Gaulle e dei Pompidou.

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