Esteri

Elezioni in Turchia: schiaffo al sultano Erdogan

Per la prima volta il presidente non raggiunge la maggioranza assoluta e i curdi entrano in Parlamento

Elezioni in Turchia

Anna Mazzone

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Una brutta notte per Recep Tayyip Erdogan, una grande festa per tutti i suoi oppositori. Il presidente-sultano di Turchia manca il rush finale. Dopo quasi quattordici anni di governo incontrastato perde la maggioranza in Parlamento, proprio quando già pregustava di riscrivere la Costituzione a sua immagine e somiglianza, per far diventare la Turchia una Repubblica presidenziale, ovvero una dittatura islamica mascherata da democrazia.

Ma Erdogan non ha calcolato la tenacia dei suoi oppositori, che non si sono fatti spaventare dalle sue minacce, dagli arresti di massa di giornalisti e intellettuali, dalle costanti violazioni delle più elementari regole democratiche, e che hanno votato in modo compatto contro il presidente-sultano. L'AKP, il partito islamico di Erdogan al potere dal 2002, fa un passo indietro. Pur restando primo partito di Turchia, non ha più i seggi sufficienti per poter imporre i suoi diktat. Si ferma a 260 con circa il 40% dei consensi e assiste all'ascesa dei curdi.

Per la prima volta nella Storia della Repubblica turca il partito per la Democrazia Popolare (HDP) capeggiato dal giovane leader curdo Selahattin Demirtas, entrerà in Parlamento con circa 80 seggi. Il partito ha superato la soglia del 10% (sfiorando il 12%), anche grazie al voto di migliaia di oppositori non-curdi di Erdogan che, però, non se la sono sentita di votare il noioso "Gandhi" del CHP, Kiliçdaroglu.

Elezioni in Turchia

Il leader curdo Selahattin demirtas ha ottenuto un risultato storico e per la prima volta il partito curdo HDP entrerà nel Parlamento turco – Credits: OZAN KOSE/AFP/Getty Images

Cosa succederà adesso in Turchia? Il presidente-sultano è stato ingabbiato, ma un leone ferito resta sempre assai pericoloso. E' prevedibile una reazione scomposta di Erdogan sin dalle prossime ore, anche se il rischio per lui è grande, dal momento che mai come oggi la Turchia è sotto la lente di ingrandimento della comunità internazionale e della Nato.

L'impossibilità di formare una coalizione di governo (i curdi hanno già fatto sapere di non avere alcuna intenzione di scendere a patti con Erdogan) fa propendere verso l'ipotesi di elezioni anticipate in autunno. Ma il presidente potrebbe sempre promettere al partito curdo l'ndipendenza delle regioni del sud-est, e allora qualcosa potrebbe cambiare.

Intanto, esplode la festa degli anti-Erdogan anche in Europa. A Berlino, nel quartiere di Kreuzberg a maggioranza curda, non appena cominciano ad arrivare i risultati dalla Turchia una folla oceanica si riversa per le strade, ballando e cantando contro il presidente-sultano.

Adesso la democrazia in Turchia sembra avere un'altra chance. Dopo più di un decennio Erdogan è stato messo all'angolo attraverso le elezioni. Fanno bene i curdi a festeggiare e con loro tutti quelli che finora hanno subito le politiche inique dell'AKP, che hanno portato la Turchia a scivolare rovinosamente lungo la china di una dittatura islamica. Ma la Turchia non è una sola e, soprattutto, non ha solo il volto di Erdogan. 

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