Elezioni in Iran: il significato della vittoria di Rouhani

Netta affermazione di moderati e riformisti nel nuovo parlamento: il presidente si candida come uomo del presente e del futuro

Hassan-Rohani

Il presidente della Repubblica Islamica dell'Iran, Hassan Rouhani – Credits: Sergey Guneev/Host Photo Agency/Ria Novosti via Getty Images

Rocco Bellantone

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Il presidente iraniano Hassan Rouhani ha ottenuto ciò che sperava dalle elezioni del 26 febbraio, valide per la nomina dei 290 membri del Majles (il parlamento monocamerale) e per la scelta degli 88 membri dell’Assemblea degli Esperti, organismo religioso chiave del Paese che nomina direttamente la Guida Suprema.

Il fronte moderato-riformista che sostiene Rouhani ha infatti ottenuto una netta affermazione non solo a Teheran, la capitale che con i suoi oltre 10 milioni di aventi diritto al voto orienta tutte le competizioni elettorali in Iran, ma anche in altre importanti città e perfino in quelle aree dell’entroterra considerate tradizionalmente dei bastioni dei conservatori.

Come sarà il nuovo parlamento iraniano
Come detto, lo specchio della vittoria del blocco moderato-riformista, coalizzato nella “Lista della Speranza”, è Teheran. Qui il fronte pro-Rouhani, stando alle ultime cifre fornite dal ministero dell’Interno iraniano, ha conquistato tutti i trenta seggi parlamentari in palio. Il risultato rilancia sulla scena politica nazionale Mohammad Reza Aref, l’attuale primo vicepresidente, che alle presidenziali del 2013 si fece da parte prima del voto per spianare la strada a Rouhani verso la vittoria.

La sconfitta dei conservatori si era iniziata invece a consumare già prima del 26 febbraio con una profonda spaccatura interna tra l’ala più radicale, vicina ai Pasdaran (i Guardiani della Rivoluzione), e quella più pragmatica, disponibile al dialogo con il governo di Rouhani. Il nome eccellente che potrebbe perdere il proprio seggio è quello di Gholam-Ali Hadad Adel, ex presidente del parlamento, la cui figlia è sposata con uno dei figli dell’Ayatollah Ali Khamenei.

 Si salvano invece il conservatore Ali Motahari, alleatosi con i moderati e in corsa per ottenere il secondo posto a Teheran subito dopo Aref, e Ali Larijani. Quest’ultimo è l’attuale speaker del parlamento, esprime la posizione dei conservatori più moderati e, forte del sostegno ufficiale del generale Qassem Suleimani, il comandante delle forze al Quds (corpo d’élite delle Guardie della Rivoluzione), è in corsa per vincere a Qom.

La nuova Assemblea degli Esperti
I moderati-riformisti potrebbero avere un ruolo determinante anche nella ricomposizione dell’Assemblea degli Esperti. Si tratta di una possibilità che, se confermata, in prospettiva potrebbe disegnare nuovi scenari religiosi e politici per l’Iran. La nuova Assemblea resterà infatti in carica per i prossimi otto anni e i suoi membri, viste le precarie condizioni di salute in cui versa da almeno un anno Ali Khamenei, potrebbero essere chiamati a nominare la nuova Guida suprema.

 Al momento in testa per i moderati-riformisti c’è Akbar Hashemi Rafsanjani, uno degli storici leader della rivoluzione del 1979, allontanatosi negli ultimi anni da Khamenei e avvicinatosi a Rouhani per ovvie opportunità politiche. Tra i conservatori si prospettano le sconfitte di due rilevanti figure: Mohammad Yazdi, presidente uscente dell’Assemblea degli Esperti, e Mohammad Taghi Mesbah Yazdi, fedelissimo dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. Sarà invece sicuramente rieletto Ahmad Jannati. Il presidente del Consiglio dei Guardiani – l’organismo che ha l’ultima parola sui candidati alle elezioni e che alla vigilia di questo voto ha bocciato le candidature di migliaia di riformisti e moderati – ha infatti ottenuto l’unico dei sedici seggi di Teheran andato ai conservatori.

Il significato del voto
Per conoscere i risultati finali si dovrà attendere almeno la giornata di martedì 1 marzo. Dal voto sono emersi, tra gli altri, due fattori: la buona affermazione delle donne con venti di loro che dovrebbero far parte del nuovo Majles; la vittoria morale di Mohammad Khatami, il primo presidente riformista dell’Iran (1997-2005), confinato ai margini della scena politica dopo l’elezione dell’oscurantista Ahmadinejad e riapparso negli ultimi mesi per sostenere pubblicamente la “Lista della Speranza”.

In generale, la vittoria dei moderati e dei riformisti consegna al presidente Rouhani i numeri necessari per portare avanti in parlamento il piano di riforme economiche varato con la sua elezione nel 2013. Un piano passato per lo snodo epocale dell’accordo sul programma nucleare iraniano firmato con i Paesi del Gruppo 5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito più la Germania) nel luglio 2015, e  che gode, nonostante le dichiarazioni in più occasioni infuocate, del sostegno diretto di Khamenei.

Al netto della portata di questa vittoria, è bene ricordare che se Rouhani è l’uomo del presente e del futuro dell’Iran è perché lo vuole la Guida suprema. Ed è da Khamenei che continueranno a dipendere, fin quando questi sarà in vita, le prossime mosse dell’Iran non solo nei rapporti con Stati Uniti ed Europa ma anche in Medio Oriente, dove il governo di Teheran è impegnato politicamente e militarmente per consolidare il potere degli sciiti in Libano e soprattutto in Iraq, e per vincere il confronto sempre più riavvicinato con l’Arabia Saudita in Siria e Yemen.

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