Esteri

"Il dopo-Mubarak è persino peggio di Mubarak"

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, lancia l'allarme dopo l'ennesima condanna di massa all'ergastolo per 230 attivisti egiziani

Egitto

Anna Mazzone

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183 condanne a morte il 2 febbraio. 230 condanne all'ergastolo più 39 minori condannati a 10 anni di carcere il 4 febbraio. In Egitto i processi di massa si susseguono senza soluzione di continuità. L'8 febbraio se ne terrà un altro, in aula 493 persone. Tutti sono accusati dello stesso reato: incitazione alla violenza, attacchi alle forze dell'ordine, proteste di piazza contro il governo. Nonostante l'ultimo faraone Hosni Mubarak sia ormai nel cassetto, l'Egitto è tutt'altro che libero e in pace.

Il presidente Abdel Fattah al Sisi, Generale ed ex capo delle forze armate, è impegnato su due fronti, quello della minaccia esterna costituita dallo Stato islamico e quello della minaccia interna, rappresentata non solo dai Fratelli musulmani, ma anche da tutte quelle componenti laiche che si oppongono al governo nato dal colpo di Stato militare nel luglio del 2013 che esautorò il presidente islamico Mohammed Morsi.

230 ergastoli per gli attivisti anti-Mubarak in piazza Tahrir nel 2011 e 10 anni a 39 minori. Il pugno di ferro del governo militare egiziano si è abbattuto anche sulla società civile che non si identifica con i Fratelli musulmani. Ergastolo anche per Ahmed Douma, uno dei leader delle proteste democratiche contro il regime di Mubarak. Tutti i condannati sono stati riconosciuti colpevoli di "istigazione alla violenza" e di aver causato gli scontri che nel 2011 hanno lasciato sul campo diverse vittime, sia tra le forze dell'ordine che tra i civili.

Ahmed Douma si è difeso da solo, perché gli avvocati hanno lasciato l'aula in segno di protesta contro le irregolarità del processo. L'attivista registra un triste record: è l'unico leader delle proteste di piazza Tahrir ad essere stato tenuto dietro le sbarre da tutti e tre i presidenti dopo Mubarak: il Consiglio Supremo delle forze armate prima, poi Morsi e infine il Abdel Fattah Al-Sisi. Cosa sta succedendo nell'Egitto del Generale, che adesso mette nel mirino anche gli attivisti senza l'etichetta dei Fratelli musulmani?.

"Sembra che in Egitto si sia tornati indietro nel tempo, all'epoca di Sadat, quando la priorità era la sicurezza nazionale. Il dopo-Mubarak è persino peggio di Mubarak", dichiara a Panorama.it Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. Ed emerge un dato agghiacciante: "Il totale delle condanne a morte emesse dall'Egitto da febbraio 2014 a oggi è di 415 persone, un numero altissimo che è ancora più impressionante quando vediamo che, a fronte della tolleranza zero del governo egiziano, non è diminuito il numero degli attentati né quello degli scontri violenti. Come sempre, la pena di morte non serve a niente se non ad attrarre consenso".

"E poi - aggiunge Noury - se andiamo a vedere il numero degli agenti di polizia o dei soldati condannati per i morti fatti durante le proteste dal gennaio 2011, ci accorgiamo che è pari a zero. La giustizia egiziana chiude gli occhi quando si tratta di condannare le forze di polizia, mentre per tutti gli altri la regola è sempre la stessa: la respessione dura". D'altronde, Amnesty International aveva già lanciato l'allarme nel 2013, quando il governo a guida militare aveva approvato la nuova legge anti-proteste, che autorizza le forze di polizia a reprimere le manifestazioni anti governative nel sangue e a disperdere con botte e manganellate i sit-in pacifici di fronte a luoghi di culto e uffici pubblici. In base alla stessa legge, fortemente voluta dall'allora Generale Al-Sisi, i "sovversivi" vengono equiparati ai terroristi e sono quindi punibili con pene molto più dure rispetto al passato. 

"Al-Sisi ha imboccato una strada sbagliata - dichiara Riccardo Noury -. Se da una parte è comprensibile la militarizzazione del Sinai per arginare la minaccia terroristica che proviene dai gruppi armati islamisti, dall'altra è preoccupante vedere utilizzate le medesime tecniche per stroncare il dissenso interno. Amnesty International esprime una grande preoccupazione per quello che sta succedendo in Egitto e per l'indulgenza che gli Stati Uniti e l'Europa hanno nei confronti del regime di Al-Sisi". 

Indulgenza che deriva dal fatto che il presidente egiziano è un bastione anti-Isis nello scacchiere mediorientale. Tuttavia, la necessità di averlo come alleato contro il terrorismo non può giustificare le nefandezze compiute dal suo governo e dai suoi giudici. Processi irregolari, crimini impuniti commessi da militari e forze dell'ordine, violenza diffusa e bavaglio a qualsiasi voce fuori dal coro. Non era certo questo quello che i ragazzi di piazza Tahrir sognavano dopo la cacciata di Mubarak. 

E tra qualche giorno un nuovo processo di massa. 493 imputati tra cui un ragazzo irlandese, Ibrahim Halawa (19 anni), imprigionato al Cairo nel 2013 durante le proteste seguite alla destituzione del presidente Morsi, e ingiustamente accusato di una sfilza di attività sovversive. Tutto quello che Ibrahim ha fatto è stato cercare di scampare alla furia della polizia rifugiandosi in una moschea. Un proiettile gli ha colpito la mano. In carcere non è stato curato e ha riportato una lesione permanente all'arto. 

La sua famiglia a Dublino ha chiesto a Tony Blair, inviato di pace in Medio Oriente, di intercedere con Al-Sisi e i parlamentari britannici hanno chiesto un intervento dell'Unione europea. Ma finora non si è mosso nessuno e nessuno ha proferito parola. Ibrahim e gli altri potrebbero essere le prossime vittime della repressione egiziana ai tempi del Generale. 



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