La 'Primavera' Araba è diventata inverno

Due anni fa scoppiava la rivolta di Piazza Tahrir. Oggi come allora in Egitto si continua a chiedere libertà e democrazia

In questa foto datata 11 febbraio 2011 i manifestanti in piazza Tahrir al Cairo festeggiano la fine dell'epoca di Hosni Mubarak (Credits: Epa/Andre Pain)

Anna Mazzone

-

25 gennaio 2011 - 25 gennaio 2013. La Primavera Araba esplosa nella grande culla di piazza Tahrir al Cairo compie due anni. Ma quello spirito rivoluzionario e democratico, incarnato da centinaia di migliaia di persone che hanno costretto il presidente Hosni Mubarak a lasciare il suo trono dopo trenta anni di regno, oggi più che i frutti di una primavera avanzata mostra i segni di un lungo e gelido inverno.

Due anni fa gli egiziani in massa gridavano slogan contro il loro ultimo faraone, uniti nel chiedere libertà e democrazia. Ma oggi, quello che si continua a vedere per le strade del Cairo sono scontri feroci e lacrimogeni. La società egiziana è estremamente polarizzata, come dicono gli osservatori politici; frantumata e dolorosamente divisa, è invece l'opinione dei comuni mortali.

Il presidente Mohammed Morsi, espressione dei Fratelli Musulmani e a capo del partito islamico Giustizia e Libertà, ha sostanzialmente fallito il suo principale obiettivo: quello di integrare le varie anime della società egiziana per permettergli di camminare insieme sulla strada della democrazia.

Contro di lui e i suoi Fratelli sono scesi in piazza i secolaristi e i liberali. Quelli che non tollerano l'idea di uno Stato governato sulla base della sharia, la legge coranica, richiesta a gran voce dai Salafiti, che rappresentano l'ala estrema della compagine islamica.

Insomma, a due anni dalla cacciata di Mubarak, la Primavera Araba in Egitto ancora non è finita e, anzi, si è trasformata in qualcos'altro: in una lotta tra religiosi e laici per il governo del Paese. Una guerra che lascia sul campo morti e feriti e che getta l'Egitto in una profonda crisi politica, oltre che identitaria.

L'Egitto del dopo-Mubarak sembra pagare un prezzo molto alto per la compiuta distruzione dell'ex dittatura e la squadra islamica capeggiata dal presidente Morsi si sta dimostrando incompetente e incapace a governare 85 milioni di cittadini egiziani. Dall'altra parte, anche l'opposizione non dà segni di essere cresciuta ed è tuttora profondamente lacerata tra diverse componenti che non riecono a trovare un'unità.

In questa situazione di caos, persino le celebrazioni della rivoluzione del 25 gennaio 2011 saranno separate. I Fratelli Musulmani saranno impegnati in una campagna sociale, Insieme costruiamo l'Egitto, mirata a offrire servizi medici gratuiti e a ricostruire più di 2.000 scuole in tutto il Paese, cercando di alleviare la crisi economica che ha messo in ginocchio l'Egitto attraverso l'istituzione di mercati dove si potranno trovare prodotti alimentari a prezzi stracciati.

I secolaristi, invece, hanno chiamato a raccolta gli oppositori di Mohammed Morsi in una grande manifestazione di piazza, per celebrare l'anniversario della fine del regime di Mubarak e allo stesso tempo rimarcare la loro distanza dall'attuale governo, denunciando una pericolosa islamizzazione del paese delle Piramidi. Piazza Tahrir si riempirà ancora una volta, ma non c'è più un tiranno da cacciare, bensì un Paese che da due anni è in stand-by e attende di essere ricostruito su basi pienamente democratiche.

Lo stesso fenomeno si sta verificando anche in Tunisia. La presa di potere dell'islam politico sotto la bandiera delle istanze democratiche della Primavera Araba preoccupa tutti coloro che temono che i valori della rivoluzione possano andare perduti. E non è una preoccupazione campata in aria.

Laici e liberali accusano i Fratelli Musulmani di voler governare l'Egitto come dei tiranni, mentre gli islamisti sostengono che i loro oppositori non hanno a cuore il bene del Paese e non rispettano le regole del gioco democratico: Mohammed Morsi è stato eletto presidente con la maggioranza dei voti.

Ma è pur vero che la maturità di una democrazia si riconosce dalla sua tutela nei confronti delle minoranze e non solo dalle garanzie date alla maggioranza. E le minoranze in Egitto non se la passano molto bene. Basti pensare ai copti, che fondamentalmente rimpiangono Mubarak (ed è tutto dire), o ai convertiti che vengono spediti in galera. Come nel caso di una donna e dei suoi sette figli nella città di Beni Suef, che recentemente è stata giudicata colpevole di aver convertito tutta la sua famiglia al cristianesimo e per questo è stata condannata a 15 anni di prigione.

La Costituzione pret-a-porter voluta dal presidente Morsi, e dalle tinte a forte espressione islamica, continua ad essere al centro del conflitto. Nonostante l'approvazione della maggioranza attraverso un referendum popolare, la nuova Carta rappresenta un feroce terreno di scontro.

I laici e i liberali sostengono che tradisce i valori della rivoluzione e che non garantisce un'adeguata tutela dei diritti umani, consegnando nelle mani del presidente Morsi troppi privilegi e fallendo nel tentare di mitigare il potere dei militari, che in Egitto continuano a rappresentare il lato oscuro della forza.

E, tra scontri e proteste, in questi due anni l'economia egiziana è colata definitivamente a picco. L'inflazione è salita alle stelle, la moneta si è svalutata e il prezzo dei generi alimentari importati è diventato proibitivo. Anche in questo campo, gli oppositori di Morsi accusano i Fratelli Musulmani di essere stati completamente incapaci nel gestire la crisi economica, mentre gli islamici ribattono che se l'economia va male è proprio a causa dell'instabilità politica del Paese, che addebitano all'opposizione che si ostina a scendere in piazza.

Fatto sta che a dicembre del 2012 Morsi ha rimandato le riforme economiche a data da destinare e ha chiesto un maxi-prestito di quasi 5 miliardi di dollari al Fondo Monetario Internazionale. Altri 5 miliardi sono stati garantiti all'Egitto dal piccolo (ma assai ricco) emirato del Qatar, che ha elargito fondi e prestiti ai fratelli del Cairo.

Ma l'enorme buco nelle finanze egiziane non può risolversi con qualche toppa. Il Paese più popoloso del mondo arabo deve trovare una nuova formula per rilanciare la crescita e l'economia, stagnanti durante l'epoca di Mubarak. Il lavoro da fare è lungo e complesso, ma in molti sono preoccupati perché al momento Mohammed Morsi non l'ha nemmeno cominciato.

In più, si alza anche il grido degli attivisti, che chiedono giustizia per le vittime del regime di Mubarak e per quelle che sono venute dopo di lui, con l'inter-regno dei militari. In questi due anni è stato fatto davvero molto poco per riformare le terribili agenzie di sicurezza volute da Hosni Mubarak.

Eppure, i Fratelli Musulmani sembrano non voler abbandonare la via del populismo, che li ha portati al governo del Paese. "La gente è interessata solo al pane quotidiano", dichiara un portavoce del fronte islamico nell'annunciare la campagna sociale in occasione dell secondo anniversario della rivoluzione. Già, ma quale sarà il prezzo da pagare per questo "pane quotidiano"?. La libertà e la democrazia possono davvero essere barattate con qualcosa da mettere sotto i denti?. A Piazza Tahrir non sembrano pensarla così. E in Egitto fa molto freddo.

© Riproduzione Riservata

Commenti