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Egitto, perché la conferma di Al Sisi è importante per il Medio Oriente

Il generale-faraone confermato presidente con il 90%. Il suo ruolo è fondamentale per Israele, la Palestina e la lotta all'Isis

Egitto elezioni conseguenze

Eleonora Lorusso

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La vittoria alle elezioni egiziane del generale Abdel Fattah Al Sisi era scontata, il suo trionfo con oltre il 90% di consensi non ha stupito nessuno, neppure nella comunità internazionale rimasta però silente sull'altro vero "trionfatore" delle elezioni presidenziali in Egitto: l'astensionismo, o meglio "lo sciopero del voto" che era stato proclamato dall'opposizione. Alle urne si è recato solo il 40% degli aventi diritto, meno che alle precedenti consultazioni del 2014 (47%).

Sono molti i dubbi sulle modalità di voto e sulle intimidazioni ai cittadini che non avessero esercitato il loro diritto-dovere, per i quali sono state annunciate multe, mentre "regali"sarebbero stati distribuiti a chi invece ha espresso la propria preferenza.

La vittoria di Al Sisi deve essere dunque analizzata non solo in funzione della difficile situazione interna dell'Egitto, ma anche dei delicati equilibri in Medio Oriente: il Cairo negli ultimi mesi ha ricoperto un ruolo centrale nei rapporti tra Israele e Autorità Nazionale Palestinese, soprattutto in vista dello spostamento dell'ambasciata statunitense a Gerusalemme e nell'ipotesi di creare due Stati. Massiccio poi l'impegno delle forze egiziane nell'area del Sinai contro l'Isis, che lì ha creato una sorta di enclave dell'ex Califfato, costituita dai fuoriusciti da Siria e Iraq.

L'Egitto e gli equilibri in Medio Oriente

Le elezioni infatti sono state salutate con enfasi dall'Ambasciata statunitense al Cairo, con l'incaricato degli affari esteri, Golberger, che ha twittato parlando di "entusiasmo e patriottismo degli elettori egiziani".

Il Cairo rappresenta, infatti, un alleato importante per Washington, che si prepara a trasferire la propria ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, a maggio. Al Sisi finora ha giocato un ruolo di mediazione tra Israele e l'Autorità Nazionale Palestinese. Non a caso si è svolto al Cairo, lo scorso dicembre, un vertice tra il presidente dell'ANP, Abu Mazen, e quello egiziano Al Sisi, insieme a re Abdallah di Giordania, per discutere proprio della decisione dell'amministrazione Trump.

È da mesi che lo stesso generale-faraone lavora a ricucire i rapporti con i palestinesi, per trovare una soluzione che porti anche a un eventuale riconoscimento dei due Stati israeliano e palestinese.

Fatah, Hamas e il ruolo del Cairo

Secondo analisti arabi e israeliani, è sempre l'Egitto a voler mediare tra il movimento islamico Hamas e il partito di Abu Mazen, Al Fatah. Lo scorso ottobre è stato proprio Al Sisi a ospitare nella capitale egiziana un incontro tra le due parti per porre fine alle divisioni interne, che sono anche alla base di tensioni crescenti con Israele.

Da un lato c'è Hamas, che di fatto controlla Gaza in aperto contrasto con le politiche dell'ANP, ritenute troppo "concilianti" con Tel Aviv. Dall'altra c'è il leader dell'Autorità Nazionale Palestinese, per nulla disposto a lasciare che a Gaza ci possa essere un controllo della sicurezza diverso da quello in Cisgiordania e che Hamas vorrebbe affidare al proprio braccio armato, le Brigate Ezzedin al Qassam.

L'Egitto e gli Stati Uniti

Secondo Abdel Bari Atwan, direttore del giornale arabo online Al Raya al Youm, "la causa palestinese sta tornando al centro della scena passando per la porta egiziana". La riconciliazione tra Fatah e Hamas sarebbe caldeggiata sia dal Cairo che, soprattutto, dagli Usa, impegnati non solo a dare concretezza allo spostamento della propria ambasciata a Gerusalemme, ma anche nel giungere alla creazione di uno Stato palestinese "provvisorio" che porti, secondo Atwan, a una "più ampia riconciliazione arabo-israeliana e alla normalizzazione delle relazioni" tra arabi e Stato ebraico.

Secondo il portale El Monitor, "per quanto riguarda l'amministrazione Trump, il conflitto arabo-palestinese sarà risolto solo sotto un ombrello regionale con l'Egitto che svolgerà un ruolo centrale".

Tra Il Cairo e Tel Aviv

In questa situazione Israele, protagonista dei violenti scontri con i palestinesi a Gaza delle scorse ore, osserva con attenzione i rapporti interni palestinesi, anche perché non viene escluso un cambio della guardia in tempi più o meno ristretti proprio all'interno dell'ANP. Abu Mazen appare indebolito e non solo per ragioni anagrafiche (ha 83 anni e le sue condizioni di salute sarebbero precarie).

Per Israele è invece importante avere un interlocutore credibile. Non a caso vedrebbe con favore Majd Faraj, capo dell'intelligence palestinese, come nuova guida dell'Autorità. Faraj godrebbe anche del sostegno dell'amministrazione Usa. Avrebbe anche ottimi rapporti con l'inviato americano in Medio Oriente, Jason Greenblatt.

Proprio Al Sisi ha lanciato un messaggio indiretto ad Abu Mazen. Dopo l'incontro recente al Cairo con Mohammed bin Salman, potente erede al trono dell'Arabia Saudita, non è stato emesso alcun comunicato a sostegno di Abu Mazen. Il presidente dell'ANP, infatti, ha annullato, lo scorso dicembre, l'incontro con il videpresidente americano, Pence, che nel suo viaggio in Medio Oriente ha invece avuto colloqui con il premier israeliano, Netanyahu, e con lo stesso Al Sisi al Cairo.

In questo scenario risulta fondamentale la continuità di leadership in Egitto, che finora ha ospitato proprio i colloqui più delicati per la sorte dell'area mediorientale.

L'Egitto, l'Isis e il Sinai

Il rafforzamento della posizione di Al Sisi in Egitto è vista anche come fondamentale, soprattutto da Washington e dalla comunità internazionale, nell'ambito della lotta all'Isis e al terrorismo, che di recente ha spostato in Sinai, al confine con il valico di Rafa e Gaza, un ingente numero di propri militanti.

Si tratta soprattutto di combattenti che hanno ripiegato in quest'area dell'Egitto dopo le prime sconfitte del Califfato islamico in Iraq e Siria. A questi si sono uniti jihadisti provenienti da zone centrali del paese, oltre a palestinesi in fuga da Gaza.

Da sempre area cruciale per il passaggio di uomini e mezzi, il territorio poco abitato e desertico ha favorito i nuovi insediamenti di estremisti islamici, che dopo le primavere arabe hanno incrementato in modo esponenziale i propri attacchi terroristici, soprattutto nei confronti della comunità copta egiziana e di località turistiche.

Da tempo Al Sisi è impegnato militarmente nel contrasto all'Isis proprio in Sinai, con un tacito accordo con Israele: nonostante gli accordi di Camp David lo vietino, l'Egitto sta impiegando mezzi pesanti ed elicotteri in questa zona, con beneplacito di Tel Aviv.

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