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Edi Rama: "Ecco perché l'Albania può aiutare l'Italia"

Dopo il no di Bruxelles ai negoziati per l'entrata nella Ue il premier albanese parla a Panorama dei rapporti con il nostro paese

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Stefano Piazza

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Luciano Tirinnanzi

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Ha appena concluso il vertice col presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, Edi Rama. Appare stanco, ma pacatamente soddisfatto: «So a cosa allude chiedendomi come ho trovato il vostro premier... Ma non abbiamo parlato di politica italiana. Conte comunque non mi è sembrato in difficoltà, stava benissimo» afferma diplomaticamente. E poi va dritto al punto. «La questione dell’Albania al Consiglio europeo è stato un duro colpo. Il Consiglio non ha mantenuto le promesse fatte. Conte, invece, è stato fantastico nel difendere l’interesse strategico dell’Europa nei Balcani occidentali e nel difendere l’Europa stessa dal qualunquismo che talvolta la contraddistingue».

Su una terrazza romana, Panorama incontra il primo ministro dell’Albania. Affabile, fisico imponente, con un passato da giocatore di basket, nonché artista poliedrico ed ex sindaco di Tirana (dal 2000 al 2011). Al di là di riaffermare - in un ottimo italiano - un rapporto «eccellente» con il nostro Paese, emerge la delusione di Rama per la scelta del Consiglio europeo di bloccare l’avvio dei negoziati di adesione all’Ue di Albania e Macedonia del Nord. Le scorse settimane a Tirana sono state molto complicate a causa delle proteste di piazza. Lui replica anche alle accuse pesantissime che Sali Berisha, storico presidente e premier del centrodestra, ha rivolto contro il suo governo socialista. E risponde poi su altri temi «caldi» come l’immigrazione nel Mediterraneo, il ruolo della Turchia e dell’Islam politico in Albania.

Primo ministro, durante lo scorso vertice del Consiglio dell’Unione europea di ottobre, per la terza volta in un anno e mezzo a Bruxelles non si è riusciti a mettersi d’accordo su come impostare le trattative per un possibile ingresso di Albania e Macedonia del Nord nell’Ue. Perché?

Non è certo Bruxelles il problema. La Commissione aveva sostenuto con forza la necessità di aprire al nostro Paese, e aveva dato un mandato senza condizioni al Consiglio dell’Ue. Il cuore del problema sta invece in quella parte di Europa che è entrata in una scia pericolosissima di lotte intestine e veti incrociati. Francia, ma soprattutto Paesi Bassi e Danimarca, ci hanno voluto bloccare. So bene che Parigi è un azionista di maggioranza nell’Ue ma la sua posizione, seppur legittima, verteva su una generale rifondazione dell’Unione e su una rivisitazione del processo di allargamento, che non era oggetto del vertice. Qui si sta parlando solo del trasferimento di conoscenze durante un processo negoziale. Anche perché i negoziati dureranno ben più dei leader che oggi siedono in quel Consiglio.

La sua delusione è palpabile.

Non è che non avessi visto arrivare questo stop. In parte, me lo aspettavo. Però, non è mai bello né facile vivere con la netta sensazione di essere
stati presi in giro. In ogni caso, come vado ripetendo sempre, dobbiamo proseguire nella medesima direzione, perché non ci sono alternative a un’Albania europea. È un nostro dovere verso le prossime generazioni.

Di cosa avete discusso, invece, con il suo omologo Conte?

Abbiamo parlato del futuro, della crescita esponenziale dei turisti italiani in Albania, delle esigenze dei 31 mila titolari di aziende albanesi attive nel vostro Paese. E, ancora, di come armonizzare la previdenza sociale per quei circa 100 mila albanesi che contribuiscono a finanziare l’erario italiano. Abbiamo parlato anche di sicurezza, dell’interesse comune per la lotta contro il crimine organizzato transnazionale, e di alcune misure contro il sovraffollamento delle carceri italiane che portino al trasferimento in Albania di detenuti, e a un coordinamento per migliorare il nostro sistema carcerario. Abbiamo tanti memorandum e percorsi di collaborazione avviati con Roma, che attendono solo di essere firmati o implementati. Noi uardiamo sempre all’Italia, perché ci sentiamo da sempre parte di questa terra e notiamo che oltre l’Adriatico c’è un movimento interessante che cerca di andare velocemente verso l’innovazione. Questo per noi è molto positivo.

Lo scorso 24 ottobre, a Tirana, lei ha partecipato a una tavola rotonda organizzata da Consulcesi Tech, dove ha annunciato una proposta di legge nazionale per regolamentare i mercati finanziari che operano con la tecnologia blockchain.

Vogliamo portare sempre più tecnologia nei nostri processi di governance, così come nei servizi. Per esempio abbiamo appena lanciato il 5G con Vodafone Albania, un investimento massiccio per integrare questa tecnologia. Mentre su blockchain e criptomonete, il nostro rappresenta il primo quadro regolatore dalla A alla Z. Lo abbiamo fatto perché ci crediamo e perché riteniamo che porterà innovazione e investimenti.

L’immigrazione è un tema che Tirana conoscete molto bene, sin da quando i migranti verso l’Italia erano proprio gli albanesi. Come giudica il fenomeno odierno?

So che voi vivete con preoccupazione i flussi migratori. Il nostro approccio è diverso. Per noi non è mai stato un problema. Del resto, non abbiamo il vostro fardello, ma capisco benissimo la frustrazione di essere stati lasciati soli dall’Europa. L’immigrazione albanese in Italia è parte di una storia a lieto fine, che ha trasformato un popolo di «invasori senza scarpe e con lo stomaco vuoto» in una massa importante di contribuenti all’economia italiana, che poi hanno portato sviluppo anche in Albania.

La Turchia, però, minaccia l’Europa di riaprire i flussi migratori dal Medio Oriente, proprio attraverso la rotta dei Balcani.

Con questo Paese abbiamo un buon rapporto da sempre. In generale, sarei cauto sui giudizi verso Ankara. Loro hanno aiutato l’Unione europea in un momento drammatico, durante la crisi dei rifugiati. Hanno ragione nel chiedere di essere rispettati per questo. Il ruolo della Turchia resta molto importante sotto vari punti di vista per l’intera Europa, direi fondamentale.

Come la Turchia, anche l’Albania è tradizionalmente un Paese a maggioranza musulmana, e fa parte dell’Organizzazione della cooperazione islamica. L’Islam politico non rappresenta per voi un problema di tipo sociale?

Facendo gli scongiuri del caso, ci sentiamo piuttosto al riparo e quasi non conosciamo il fenomeno con i conflitti che si registrano in Italia. In Albania si convive serenamente tra diverse comunità religiose. Basti dire che io sono cattolico, mia moglie è musulmana, i nostri primogeniti sono ortodossi. Mentre, per l’ultimo nato, seguirò le indicazioni di Papa Francesco, il quale durante un colloquio privato mi ha suggerito di lasciare che sia lui stesso un giorno a scegliere quale religione intenda adottare.

Eppure i problemi sociali non mancano. E l’opposizione guidata da Sali Berisha non ha mai mancato di sottolinearlo. Per esempio, quando ha dichiarato che, con voi socialisti al governo, l’Albania è diventata un narco-Stato, dove le elezioni non sono libere.

Non commento mai gli oppositori in una lingua straniera, italiano compreso... Ciò detto, fonti autorevoli come la vostra Guardia di finanza o la stessa Commissione europea possono confermare i progressi fatti in questa direzione. Lo dicono i loro dati. Sono molto addolorato che qualcuno ci dipinga così ma, essendo io stesso un pittore, so che ci si può prendere la responsabilità solo del proprio dipinto. Mi sembra più importante parlare, invece, di quel che interessa davvero al governo di Tirana: oggi noi vogliamo attirare privati e aziende italiane in Albania per vivere bene e godere di un paesaggio fantastico, pagando molte meno tasse. È il nostro grande punto di forza.

Mentre le proteste di piazza sono il punto debole?

Siamo una democrazia giovane, ma risentiamo di una cultura politica vecchia. La nostra debolezza consiste in quel passato retrogrado, che continua ancora adesso a esercitare un certo freno allo sviluppo praticamente in ogni settore. Per questo, ammodernare lo Stato è, per me, una priorità assoluta.

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