Dopo Parigi: l'Isis e la guerra interna all'Islam

Sarebbe sbagliato entrare con i boots on the ground in Siria. Il conflitto nel mondo islamico può essere risolto solo dalle potenze mediorientali

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

Quello che abbiamo visto accadere a Parigi il 13 novembre non è diverso da quello che è accaduto a Beirut il giorno precedente e che accade più o meno ogni giorno a Baghdad e in altri luoghi: morte, devastazione, insicurezza diffusa. Per dire, stamani al mercato di Yola, in Nigeria, sono morte oltre 30 persone a causa di un attacco suicida di Boko Haram.

 Per quanto ci colpisca e ci preoccupi la minaccia portata dallo Stato Islamico nel cuore dell’Europa, dobbiamo cercare di essere obiettivi e non cadere vittime dell’egocentrismo occidentale: non tutto quello che sta accadendo in Siria e in Iraq è legato al nostro ruolo nel mondo.

 Quando il presidente francese Francois Hollande afferma comprensibilmente “siamo in guerra”, rischia di fare un errore che potrebbe costare alla Francia più di quanto il suo governo immagini. Quando il presidente russo Vladimir Putin parla di allestire una “coalizione come contro Hitler”, prende l’esempio sbagliato. E la ragione è che questa non è la nostra guerra, non lo è mai stata e non dovrebbe esserlo d’ora in avanti.

 Siamo certo coinvolti in un contesto geopolitico complicato e in cui è arduo districarsi, ma lasciarsi tirare dentro il caos mediorientale potrebbe essere un passo fatale per la nostra sicurezza di qui ai prossimi anni.

L’attentato di Parigi come propaganda
Esiste un’interpretazione da non sottovalutare circa la ferita di Parigi. E cioè che la vile strage compiuta sotto i nostri occhi non è altro che un gesto di propaganda del jihadismo islamico. Un atto che reca con sé un messaggio preciso: “state fuori dal Medio Oriente, perché questa guerra che non vi riguarda”. Un segnale rivolto ai decision maker internazionali, riuniti contemporaneamente al G20 in Turchia e al tavolo di Vienna, proprio mentre si decidevano le strategie future da attuare nella crisi siro-irachena.

 C’è una certa incoerenza e una certa confusione sotto il cielo della politica euroccidentale, che presto potrebbe indurci a compiere scelte strategiche sbagliate, sull’onda dell’emozione per atti che sono sì intollerabili, ma che vengono compiuti proprio perché i terroristi hanno la certezza di provocare simili reazioni.

 Conosciamo gli interessi russi nella guerra siriana, ma quali sarebbero i reali interessi europei in Siria e Iraq, tali da giustificare un intervento di terra? Quali, ad esempio, quelli dell’Italia? Perché mai il nostro paese dovrebbe infilarsi in un conflitto armato a Raqqa e non concentrarsi invece su Tripoli, Sirte o Bengasi? Abbiamo più interessi in Libia o in Siria? Le risposte non sono facili né univoche, ovviamente.

 

 

Sunniti contro sciiti
Il problema dell’Europa non è di stampo religioso, “Islam versus Occidente”, ma semmai di tipo socio-politico. Mentre invece la guerra in Medio Oriente è un problema interno solo al mondo musulmano e riguarda la contrapposizione difficilmente risolvibile - anche perché va avanti a fasi alterne da oltre mille anni - tra due versioni inconciliabili della religione maomettana, l’inconciliabilità tra Sunna e Shia. Una contrapposizione millenaria che oggi non si porta avanti con le sciabole, ma con armi sofisticate ed esplosivi capaci di grandi e ignobili stragi.

 Esiste ormai una frattura insanabile all’interno di Paesi dove queste due anime convivono forzatamente e dove le frontiere non sono più riconosciute dai loro abitanti. Anche perché quei confini furono disegnati dalle potenze coloniali d’Occidente esattamente un secolo fa, senza tener conto di tali differenze etniche e religiose. Oggi quelle contraddizioni sono riesplose violentemente: le primavere arabe hanno risvegliato le popolazioni che vivono sotto quelle bandiere e avviato una guerra proprio come avvenne in Europa tra protestanti e cattolici nel Seicento.

 Finché non si arriverà a una pace di Westfalia tra sunniti e sciiti, dunque, la guerra intestina al mondo arabo-musulmano continuerà. Con o senza il nostro intervento. Per quanto sia difficile da digerire, vale la pena ricordare alle cancellerie occidentali che solo paesi come Iran, Arabia Saudita, Egitto e Turchia, insieme ai diretti interessati Siria e Iraq, hanno la titolarità e il diritto di decidere per il loro futuro. Come potremmo noi occidentali, che illo tempore gettammo i semi del disastro futuro, imporre oggi la pace? L’ultima volta che abbiamo tentato - invasione USA in Iraq del 2003 - non è finita bene.

 

La pace è possibile solo tra i paesi mediorientali
Sono allora e inevitabilmente questi paesi i principali (anche se non unici) protagonisti di una fase storica che sta completamente rivoluzionando la geopolitica della regione. E sono sempre loro ad avere l’obbligo di risolvere la situazione, sedersi a un tavolo e concordare la fine delle ostilità. Chi divide la storia in buoni e cattivi difficilmente digerirà questo pensiero, ma anche chi afferma di sapere chi sono i buoni e i cattivi in questa guerra è quantomeno presuntuoso.

 Sconfiggere lo Stato Islamico è certo un bene, ma questo non fermerà le convinzioni ideologiche e religiose dei suoi fiancheggiatori, né fermerà i processi geo-economici e gli effetti distorsivi che essi comportano. Se l’Islam non promuoverà un processo di pace, infatti, dopo lo Stato Islamico conosceremo un nuovo mostro che ne raccoglierà l’eredità, come l’ISIS ha raccolto le ceneri di Al Qaeda e dei baathisti iracheni.

 

Gli attentati fuori dall’Europa
Il mainstream mediatico occidentale si concentra giustamente su Parigi, ma resta strabico rispetto alle notizie che vengono dall’Egitto, dove ogni settimana vengono rinvenute bombe inesplose nei cantieri o dove i caffè, i fast food e i posti di polizia vengono fatti saltare in aria per minare il processo di laicizzazione del Paese (si è dovuto attendere l’esplosione in aria di un aereo civile per capire quanto la situazione fosse degenerata).

 Ancor meno si parla di Baghdad, dove non passa giorno in cui non vi sia un’autobomba o un attacco suicida. Secondo il Global Terrorism Index, nel 2014 i morti per terrorismo globale sono aumentati dell’80% rispetto al passato, con 32.658 morti. L’Iraq continua a essere il paese più piagato al mondo dal terrorismo, con 9.929 attentati che segnano il record più alto mai raggiunto in un singolo paese. E c’è da credere che il conto del 2015 sarà ben peggiore.

Il rapporto evidenzia anche che, sul totale degli atti terroristici mondiali, il 78% si concentra in soli cinque paesi: Pakistan, Nigeria, Afghanistan, Siria e Iraq. Calcolati insieme, Boko Haram e Stato Islamico sono responsabili del 51% di tutti gli attentati occorsi nel 2014 (13.317), con la Nigeria in crescita vertiginosa.

 Qualcuno deve fermare queste fabbriche di morte, ma quel qualcuno non è l’Occidente. La responsabilità è tutta in mano ai paesi mediorientali. Ci siamo sentiti colpevoli per generazioni per quanto avevamo provocato in passato in quella regione. Oggi, dopo Parigi, ci sentiamo vittime. Non torniamo a essere colpevoli.

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