Dopo la battaglia di Mosul: le ambizioni di Turchia e Iran sull'Iraq

Mentre Baghdad può sperare di liberarsi dall'ISIS e ricomporre un paese in pezzi, Ankara e Teheran tentano il controllo su un territorio strategico

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

Mosul alla fine cadrà, se non altro per la sproporzione delle forze in campo che è di almeno dieci a uno in favore degli assedianti. Eppure, questo non risolverà i problemi dell’Iraq. Perché lo Stato Islamico è solo una faccia, sebbene la più feroce, dei molti problemi che attanagliano il paese dalla caduta di Saddam Hussein in poi, per non andare troppo indietro nel tempo. La questione confessionale pesa come un macigno sul futuro della convivenza pacifica del popolo iracheno, ma ancor più pesano le ambizioni di Turchia e Iran, e in secondo luogo del futuribile Kurdistan, che ne faranno il campo di battaglia delle loro pretese egemoniche.

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Le pretese della Turchia
Ankara
sta posizionando da mesi le sue truppe nei territori persi dallo Stato Islamico in ragione delle sue ambizioni geopolitiche, in funzione anti-curda e in chiave di conservazione dell’anima sunnita. “La Turchia non resterà a guardare come uno spettatore sulle questioni che minacciano la sua sicurezza” ha dichiarato in proposito Recep Tayyip Erdoga. Nei sogni imperialistici del presidente turco c’è, infatti, la precisa volontà di riprendere pezzo dopo pezzo il territorio che per circa cinquecento anni è stato dominio ottomano, a cominciare proprio da Mosul.

Tutto ebbe inizio nel 1923, quando il presidente turco Mustafa Kemal Ataturk inviò il suo ministro degli esteri, Mustafa Ismet Pasha, a Losanna per salvaguardare gli interessi della nascente repubblica dalle mire dei colonialisti europei. Due anni prima, il Trattato di Sèvres aveva smembrato l'impero ottomano e diviso quel territorio tra potenze alleate: la Siria sotto mandato francese, l’Iran e l’Iraq sotto mandato britannico. Ma la sorte di Mosul era già stata decisa a tavolino anni prima.

Come ricordato anche da Pierre Haski sul settimanale francese L’Obs, il 1 dicembre 1918 il capo del governo britannico David Lloyd George stava discutendo con il primo ministro Georges Clémenceau all’ambasciata francese a Londra. Il dialogo surreale si svolse all’incirca così: Clémenceau chiese a Lloyd George di cosa volesse parlare e questi rispose “Della Mesopotamia e della Palestina”. “Mi dica che cosa vuole”, domandò Clémenceau. “Voglio Mosul”, disse Lloyd George. “L’avrà”, rispose Clémenceau. E così fu.

 La Turchia nazionalista di Ataturk avrebbe voluto un ruolo da pari a Losanna, ma si dovette accontentare dell’Anatolia e degli stretti di mare strategici. A Losanna, Ismet Pasha insisté che “Mosul è diventata più strettamente connessa con i porti del Mediterraneo che con quelli del Golfo Persico”, ma se ne tornò a casa lasciando in sospeso la questione dell’ex vilayat (provincia) ottomana di Mosul. E tale è rimasta sino a oggi, quando il Califfo Abu Bakr Al Baghdadi ha riacceso le speranze turche e dato l’occasione a Erdogan di mettere la parola fine a una controversia secolare.

Le pretese curde e iraniane sull’Iraq
Oggi come ieri, dal punto di vista di Ankara (ma anche di Baghdad), la posizione strategica di Mosul è cruciale per frenare le minacciose rivendicazioni indipendentiste che i curdi nutrono sin dalla fine dell’impero ottomano. Il trattato di Sèvres, infatti, ha frustrato anche le loro ambizioni, poiché gli era stata promessa un’indipendenza che però non si realizzò mai. Inoltre, la ricchezza petrolifera dell’area rappresenta un incentivo non da poco. Le pretese curde su Mosul sono perciò evidenti: la conquista della città anche per mano dei Peshmerga sarà usata come moneta di scambio al fine di ottenere un peso negoziale nella creazione di un futuro stato indipendente. Altrettanto evidenti quelle irachene: Baghdad può solo sperare di riuscire a ricomporre un paese in pezzi prima che la situazione attuale conduca alla separazione definitiva di intere regioni.

Meno evidenti, anzi piuttosto ambigue, sono invece le reali intenzioni dell’Iran, potenza regionale che da mesi si pone come risolutore per la ritirata dello Stato Islamico e la vittoria finale degli sciiti iracheni. Il governo di Baghdad oggi è guidato da Haider Al Abadi, che resiste a giorni alterni alle pressioni e agli interessi di Teheran, così come a quelli della componente sciita più oltranzista, rappresentata dall’imam Moqtad Al Sadr, che ha un ascendente e un potere reale sulla popolazione della capitale, se non altro per la resistenza offerta dai suoi uomini all’invasione americana del 2003.

Se Al Sadr preme sul governo iracheno per evitare qualsiasi interferenza straniera nella lotta di liberazione dallo Stato Islamico, la politica degli Ayatollah iraniani è orientata piuttosto a influenzare le scelte del governo e, in caso Al Abadi venga meno alle aspettative, sono pronti anche a sostituirlo: con Nouri Al Maliki, il premier predecessore, o con altri soggetti più inclini alle volontà espansionistiche di Teheran. I tentativi di “comprare” ministri e parlamentari sono ormai all’ordine del giorno.

L’Iran, insomma, accreditatosi come difensore degli interessi sciiti, intende ora presidiare l’Iraq con veri e propri agenti d’influenza, in modo da negoziare accordi sempre più vantaggiosi con Baghdad. Oltre che con le milizie irregolari. Alle porte di Mosul, infatti, oggi ci sono migliaia di volontari che rispondono agli ordini del generale iraniano Qassem Soleimani, leader delle Forze Al-Quds emanazione dell’ayatollah Ali Khamenei. Sinora, Baghdad ha intimato loro di non entrare in città e di restare nelle aree rurali, per evitare l’esplosione di faide interetniche. Che è proprio l’inevitabile futuro che attende l’Iraq, se la gestione del dopo Mosul non sarà stata organizzata per tempo. Cosa della quale è legittimo dubitare sin d’ora.

In fin dei conti, dunque, alla presa di Mosul potrebbe corrispondere la maledizione irachena che seguì all’invasione americana: vincere la guerra e perdere la pace.

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