Donald Trump, i successi del primo anno

Il presidente Usa ha fatto le cose che piacciono agli elettori repubblicani (e solo a loro). I quattro pilastri di una presidenza di parte

Trump Asia

Soffio di vento all'aeroporto di Pechino, 10 novembre 2017 – Credits: Jim Watson/AFP/Getty Images

Alessandro Turci

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Il successo di Donald Trump ricorda il paradigma delle torre di Pisa.

È storta, ma sono proprio i suoi 4 gradi di pendenza a renderla unica. E, come la torre, non si raddrizzerà mai; né al politicamente corretto, né all’armonia, ma ugualmente sembra aver cambiato nella sostanza il paesaggio della democrazia americana.

Incoronato dalla riforma fiscale, il primo anno è stato un crescendo di scelte forti: basta con la neutralità della Rete, basta con l’accordo sul clima, basta col programma educativo per le ragazze (il fiore all’occhiello della tenure di Michelle Obama come first lady).

Poi, in ordine sparso, altre “storture”: Gerusalemme nuova capitale d’Israele, basta con l’Unesco, giorni contati all’Obamacare e vittoria sul Muslim Ban. Una sistemata agli equilibri conservatori della Corte Suprema e l’agorà della democrazia Usa ha preso forma.

Al centro della veduta, pendente ma solido, si staglia solo lui: The Donald.

Ecco i 4 gradi principali di quest’architettura presidenziale inedita che piace all’America dei repubblicani (e solo a loro).

Primo grado. Il partito Repubblicano è domato, quasi docile. I senatori fanno quello che dice Trump. Un commentatore in vena è arrivato a scrivere: “non è più il Senato americano, è il Senato dei Cesari”. Ed è un plauso. L’Obama Care non è ancora abolito formalmente ma ormai è picconato alle sua base, cioè nel mercato assicurativo. Solo questione di tempo.

Secondo grado. La storica riforma fiscale favorisce i ricchi?
È una cosa che si dice di ogni riforma fiscale liberale a ogni latitudine. In questo caso è vero, ma non per partito preso, per semplice legge matematica. Il vantaggio è per tutti, direttamente proporzionale ai redditi; suona poco equo ma molto Sogno Americano, e lancia un messaggio netto: il governo federale non vuole più essere il socio antipatico della ditta, quello che incassa i dividendi e si gira dall’altra parte per le perdite.
È l’American Dream al tempo delle aliquote.
Romanticismo zero, sostanza tanta.

Terzo grado. A Wall Street i numeri girano come mai.
Record di scambi e record occupazionale, i meriti saranno anche di chi c’era prima ma questo in politica non conta. D’altronde si sa: pecunia non olet.
Trump è al timone e per la prima volta non conferma il secondo mandato al capo della Federal Reserve ma i tassi si alzano lo stesso, segno di un’economia che crede in se stessa.

Quarto grado. Gli esteri: l’Arabia Saudita tornata al fianco destro, e una Polonia ancillare come baluardo antirusso.
Con la Cina definita “potenza rivale” Trump non disdegna la nuova guerra fredda – non proprio vinta in Siria, ma strisciante nella trincea ucraina – e sfida in sede ONU tutto e tutti, col voto su Gerusalemme capitale condito di minacce (“segneremo i nomi dei contrari”).
Trump si esalta nello scontro: è il pugile che intrepreta l’arte nobile della boxe come street fight. Brutto da vedere (per i puristi), ma efficace.

Prossimo grado?
Tra poco s’inizierà a parlare di elezioni di Mid Term, fondamentali per sapere quanto il Trump style abbia messo radici nell’elettorato americano che vive sotto i radar degli analisti e che, come abbiamo finalmente capito, non coincide con l’opinione pubblica, non coincide con il gusto dei principali media e non coincide coi mantra dei guru della new economy; non coincide e basta…

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