Esteri

Dibattiti per le primarie dei democratici. Una guerra civile

Cos'hanno detto i primi due dibattiti tv tra gli sfidanti di Trump? Che i Democratici sono le caos. e Trump sogna il bis

Bernie Sanders democratici eelezioni Usa

Stefano Graziosi

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Una guerra civile non priva di caos. Questa, in estrema sintesi, è la situazione che emerge dai due dibattiti televisivi tra i candidati allanomination democratica del 2020, organizzati da Cnn a Detroit. Una situazione preoccupante, che fotografa una corsa elettorale sovraffollata e litigiosa, all’interno di un partito più spaccato che mai: dilaniato da lotte intestine, diatribe ideologiche e smanie di protagonismo. Nelle due serate di confronto (resesi necessarie per l’elevato numero di concorrenti in lizza) si sono manifestati alcuni fattori di considerevole importanza.

In primo luogo, un dato: il centro non è morto. Negli ultimi mesi, le correnti moderate interne all’Asinello sembravano essere state totalmente eclissate dalle frange della sinistra che, con fare battagliero e un po’ intollerante, si erano prese la scena, pretendendo di imporre la propria agenda politica all’intero partito. Soprattutto nel corso del dibattito del 30 luglio, questa situazione ha iniziato parzialmente a cambiare. Candidati molto di sinistra, come il senatore del Vermont Bernie Sanders e la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, hanno subìto pesanti attacchi da parte degli esponenti centristi, che li hanno accusati di portare l’Asinello sulla strada di un controproducente oltranzismo. In particolare, l’ex deputato del Maryland, Joe Delaney, ha criticato le idee radicali dei due senatori: idee che, a suo dire, rischiano di determinare una nuova debacle per i democratici nel 2020. In questo senso, ha paragonato gli attuali esponenti della sinistra a candidati presidenziali fallimentari del passato, come George McGovern, Walter Mondale e Michael Dukakis. Un’affermazione forte, condivisa anche da altri concorrenti sul palco: dal deputato dell’Ohio, Tim Ryan, al governatore del Montana, Steve Bullock. Quel medesimo Bullock che ha non a caso accusato la Warren di “fare il gioco di Trump” con le sue proposte molto spostate a sinistra (soprattutto in materia sanitaria).

Lo stesso Joe Biden, nella seconda sera, ha cercato di arginare la virata a sinistra del Partito Democratico. E lo ha fatto soprattutto sulla questione migratoria, opponendosi a chi – come l’ex ministro Julian Castro – invocava la depenalizzazione del reato di immigrazione clandestina. Anche sulla sanità ha poi criticato le varie proposte di creare un sistema sanitario universale, difendendo la necessità di presentare un piano più moderato che non gravi eccessivamente sulle spalle dei contribuenti. Insomma, si assiste – a livello generale – a un parziale cambio di passo, probabilmente dettato dall’efficace strategia elettorale messa in campo da Donald Trump negli ultimi mesi. Il presidente americano sta infatti continuamente tacciando il Partito Democratico di pericoloso radicalismo, evidenziandone ripetutamente gli spostamenti a sinistra. Un fattore che sta dunque spingendo le correnti moderate a farsi sentire, prima di finire del tutto inghiottite – politicamente e mediaticamente – dagli esponenti massimalisti del partito.

Ciononostante bisogna fa attenzione. Perché tutto questo non decreta certo il tramonto della sinistra. Nel corso del primo dibattito, Bernie Sanders ed Elizabeth Warren hanno venduto cara la pelle, ribattendo colpo su colpo e difendendo le proprie proposte con le unghie e con i denti. Pur essendo attualmente in competizione per intestarsi la leadership delle correnti più radicali, i due si sono addirittura alleati nel corso del confronto, spalleggiandosi contro gli attacchi dei centristi. Che la sinistra sia tutt’altro che in cattiva salute è stato del resto testimoniato anche dal secondo dibattito, dove Biden si è ritrovato quasi da solo a rappresentare le galassie moderate. E infatti, sebbene su alcune questioni abbia mantenuto una posizione decisamente centrista, su altri dossier l’ex vicepresidente si è mostrato molto più ondivago e a tratti ambiguo. Ha confermato la retromarcia sull’aborto e – pur di scansare le critiche per i numerosi rimpatri di clandestini attuati dall’amministrazione Obama – ha cercato di declinare (poco credibilmente) ogni responsabilità. “Non ero io il presidente”, ha detto. Proprio lui che – come gli ha fatto velenosamente notare il senatore del New Jersey, Cory Booker – pretende da sempre di presentarsi come l’unico e legittimo erede dell’ex presidente democratico.

Quel che è certo è che la sinistra dell’Asinello, per quanto nutrita e agguerrita, non sia granché unita al suo interno. Al di là delle dichiarazioni di facciata, quella a cui si assiste è una differenza strutturale. Se Bernie Sanders ed Elizabeth Warren puntano molto sulla questione delle disuguaglianze sociali e – soprattutto Sanders – del voto operaio, figure come Cory Booker e la senatrice californiana, Kamala Harris, sembrano maggiormente interessate ai diritti civili e alla tutela delle minoranze etniche (soprattutto quella afroamericana), incorrendo tuttavia nel rischio di focalizzarsi eccessivamente sui singoli gruppi senza un’adeguata visione d’insieme: una strategia fallimentare, come già dimostrò la sfortunata campagna elettorale del reverendo Jesse Jackson alle primarie democratiche del 1984. Tra l’altro, nonostante tale attenzione dedicata alle minoranze, un evidente paradosso di questa campagna elettorale è che, al momento, non ci sono figure forti in grado di parlare al voto ispanico: i principali candidati che nutrirebbero questa ambizione (l’ex deputato texano, Beto O’Rourke, e Julian Castro) risultano infatti al momento sotto il 3% dei consensi.

Qualcuno ha cercato poi di trovarsi uno spazio mediano tra i moderati e il variegato mondo della sinistra: a tentare la mossa sono stati, nel corso della prima sera, il sindaco di South Bend, Pete Buttigieg, e Beto O’ Rourke. Una scelta che, a livello teorico, potrebbe anche avere un senso: collocarsi a metà strada, per cercare di conquistare voti da destra e da sinistra. Il punto è che tuttavia, concretamente, entrambi i candidati hanno finito con il rivelarsi particolarmente incolori, oltre che troppo vaghi su un imprecisato numero di questioni. E’ pur vero che puntino tutti e due a presentarsi come figure capaci di incarnare una visione per il futuro. Ma a lungo andare questa indeterminatezza di fondo rischia di rivelarsi controproducente.

La situazione ingarbugliata emersa in questi due confronti televisivi, non rende facile individuare nettamente i vincitori del dibattito. Joe Biden ha indubbiamente registrato un performance migliore rispetto al mese scorso: ha duellato con Kamala Harris, mettendola in difficoltà sulla questione sanitaria. E anche sul segregazionismo – storica accusa che la senatrice muove all’ex vicepresidente – ha ribattuto affermando che – da procuratore generale della California – la Harris non abbia mosso un dito per combattere la segregazione vigente in alcune scuole locali. Ciò detto, l’ex vicepresidente ha continuato a mostrarsi un po’ affaticato e – a tratti – confuso. Non ha spinto sull’acceleratore, anche quando magari avrebbe potuto, perché – da front runner – teme che l’innescarsi di nuove polemiche possa costituire un danno alla propria candidatura. Il risultato della sua performance è quindi un misto tra riscossa e stagnazione: un elemento che certo non lo aiuta a rafforzare la sua leadership. Una leadership che appare assai spesso titubante e irresoluta. Senza guizzi e costantemente sotto assedio.  

Appaiati nei sondaggi, Bernie Sanders ed Elizabeth Warren hanno più o meno confermato le aspettative. Pur dovendo giocare molto sulla difensiva, i due hanno mostrato un certo spirito collaborativo, che non è tuttavia chiaro quanto potrà continuare a durare nel prosieguo della campagna elettorale. Situazione meno felice per Kamala Harris. Nonostante una performance agguerrita, la senatrice ha dovuto questa volta difendersi dagli attacchi di Biden e della deputata delle Hawaii, Tulsi Gabbard. Pur controbattendo energicamente, ha tradito una certa inquietudine, mostrando di patire la tensione del confronto dialettico. Più a suo agio, si è invece rivelato Cory Booker, che ha saputo gestire con una migliore efficacia comunicativa i vari battibecchi in cui è incorso (per quanto, sotto l’aspetto programmatico, continui a restare nella vaghezza più totale). Particolarmente male è andata invece a Beto O’ Rourke e al sindaco di New York, Bill de Blasio. Il primo è rimasto sostanzialmente fedele alla sua immagine di candidato tutto marketing e niente arrosto: inconsistente dal punto di vista politico e pressoché anonimo nel corso del confronto televisivo. De Blasio, come al suo solito, ha invece cercato di farsi notare, strillando e lanciando attacchi il più delle volte sconclusionati. Il risultato è stata una performance abbastanza imbarazzante, che potrebbe contribuire a fargli ritirare la candidatura (visti i numeri ben poco promettenti da lui finora raggranellati in termini di consensi e finanziamenti elettorali). Menzione d'onore - si fa per dire - va alla scrittrice Marianne Williamson, secondo cui Trump starebbe sfruttando "una oscura forza psichica dell'odio collettivizzato". Espressione, quest'ultima, che registrato un boom di ricerche su Google martedì sera. 

Insomma, oltre ad essere molto confuso, il quadro generale appare attraversato da divisioni quasi inconciliabili. Perché, al momento, l’unico fattore coesivo di cui il Partito Democratico sembra disporre è una radicale opposizione nei confronti di Donald Trump. Un’opposizione che tuttavia stenta a ravvisare elementi di concretezza. Nel corso delle due sere di Detroit si è per esempio parlato molto poco di economia e ancor meno di politica estera. Sotto questo aspetto, le principali critiche mosse al presidente sono state legate a questioni come il razzismo o l’inchiesta Russiagate. Ma quasi per nulla si è parlato di prodotto interno lordo, disoccupazione e – soprattutto – politica industriale. In alcuni casi, si è addirittura assistito al paradosso di candidati democratici che, più o meno consapevolmente, sostenevano tesi molto simili a quelle dello stesso Trump: sul commercio internazionale, per esempio, Elizabeth Warren ha esposto una prospettiva protezionistica non poi così lontana da quella espressa dall’attuale inquilino della Casa Bianca. Per non parlare di Biden, che ha escluso di voler ripristinare la Trans Pacific Partnership (siglata da Obama nel 2016 e stracciata da Trump l’anno dopo). Altri candidati (come O’ Rourke) si sono poi detti favorevoli a porre un termine alle “guerre senza fine” condotte dagli Stati Uniti in giro per il mondo: una posizione, anche questa, che Trump ha fatto propria dai tempi della sua discesa in campo per la nomination repubblicana del 2016.

Non è, insomma, esattamente chiaro in che modo – con queste premesse – i democratici sperino di riconquistare quote elettorali importanti come gli operai della Rust Belt. Un discorso che vale anche per gli Stati in bilico, storicamente più orientati a valutare la concretezza delle proposte che le divisioni di natura ideologica. Dal canto suo, il presidente – se vuole vincere – dovrà garantire l’attuale livello di crescita economica anche l’anno prossimo, dovrà far digerire la sua riforma infrastrutturale al Partito Repubblicano e dovrà cercare di arrivare a una felice conclusione nella guerra tariffaria con Pechino. Per Trump, la strada verso la riconferma ha quindi i suoi ostacoli. Ma il Partito Democratico, almeno per ora, non è tra questi.

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