I dazi di Trump in Cina, spiegati bene

Il presidente ipotizza quasi un raddoppio dei 60 miliardi di dazi e sanzioni su Pechino decisi il mese scorso

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Le reazioni degli analisti di Wall Street al down di Borsa del 22 marzo 2018 – Credits: Drew Angerer/Getty Images

Redazione

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Donald Trump sferra un nuovo attacco alla Cina, minacciando la possibilità di imporre dazi aggiuntivi su merci cinesi pari a 100 miliardi di dollari

Membri dell'amministrazione Trump nei giorni scorsi erano invece intervenuti stemperando il clima e, enfatizzando la possibilità di negoziati, avevano ridimensionato la prospettiva di una guerra commerciale.

"Alla luce delle ingiuste rappresaglie della Cina, ho dato mandato ai rappresentanti Usa per il Commercio di valutare se 100 miliardi di ulteriori dazi siano appropriati", ha affermato il presidente, stando a una nota diffusa dalla Casa Bianca.

Trump ha tuttavia proseguito lasciando a sua volta aperta la porta per negoziati: "Gli Stati Uniti sono comunque pronti a discussioni per continuare a sostenere il nostro impegno nel perseguire un commercio libero, giusto e reciproco e proteggere la tecnologia e la proprietà intellettuale delle aziende americane e degli americani", si legge ancora nella dichiarazione del presidente Trump.

"Le barriere commerciali devono essere abbattute per incoraggiare la crescita economica in America e nel mondo", che conclude: "Non consentirò mai che pratiche di commercio ingiuste minino gli interessi americani".

Il mese scorso, l'amministrazione Usa aveva deciso un pacchetto di dazi e sanzioni per 60 miliardi di dollari alla Cina su vari prodotti, dall'aerospaziale ai macchinari. In più decise di restringere gli investimenti cinesi nel settore tecnologico americano.

Una "ritorsione" per i "furti" di segreti tecnologici e commerciali statunitensi da parte della Cina e per le sue politiche restrittive o sleali nei confronti delle aziende americane.

Ovviamente il fronte orientale ha già dichiarato battaglia. Capiremo bene come nelle prossime settimane ma è possibile un attacco ai prodotti agricoli made in Usa.

Cina e Europa

La guerra commerciale alle porte non è certo apprezzata dai mercati. Nella giornata del 22 marzo l'indice Dow Jones a Wall Street ha perso il 3%, mentre sul fronte europeo, dove per ora Trump ha deciso di non intervenire in materia di dazi, il presidente della Bce Mario Draghi avvertiva dei rischi dei venti protezionistici per la crescita.

"La cosa positiva" nella vicenda dei dazi Usa "è che l'Ue ha riaffermato la sua unità, la Commissione Ue ha risposto con una voce sola e in modo rapido, e io come altri leader europei ho avuto diverse discussioni con il presidente Trump", ha commentato il presidente francese Macron.

Cosa vuole ottenere Trump

La Cina invece è stata messa all'angolo nonostante gli sforzi sul dossier nordcoreano, in cambio dei quali il tycoon aveva promesso di astenersi dai dazi. Trump ha cominciato dicendo che vede Pechino come "un amico" e che ha un "grandissimo rispetto per il presidente Xi", ma poi ha accusato il Dragone di essere coinvolto in un "enorme furto di proprietà intellettuale" e di praticare misure restrittive verso le società Usa, costringendole a cedere il know how o facendo shopping in settori strategici chiave.

Comportamenti che fanno perdere "centinaia di miliardi di dollari alle nostre aziende" e "migliaia di posti di lavoro", influendo negativamente su un deficit commerciale di 800 miliardi di dollari, di cui 500 rappresentati dalla Cina.

Ecco quindi dazi e sanzioni, che colpiranno circa 100 categorie merceologiche, dalle calzature all'elettronica. In particolare l'amministrazione Trump proporrà di aumentare del 25% le tariffe su certi prodotti che sono sostenuti da Pechino con politiche industriali ritenute scorrette: i settori interessati includono l'aerospaziale, le tecnologie dell'informazione e della comunicazione, nonchè i macchinari.

Giro di vite anche sugli investimenti finanziari cinesi nella tecnologia Usa. Si tratta del provvedimento più aggressivo preso finora dal tycoon contro la Cina. "Questo è il numero uno. Ma è il primo di molti", ha ammonito.

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