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Dallas: la questione razziale e il dilemma di Obama

È il giorno della visita del presidente nella città teatro della strage dei poliziotti: le parole ora non bastano più

Black Lives Matter, proteste USA

Attivisti neri in marcia verso il Campidoglio di Baton Rouge il 9 luglio 2016 – Credits: Mark Wallheiser/Getty Images

È il giorno di Barack Obama. A quattro giorni dalla strage degli agenti in divisa, avvenuta a Dallas per mano di un ex reduce dall'Afghanistan che voleva vendicare gli afroamericani uccisi dalla polizia, il presidente americano è chiamato a pronunciare un discorso difficile, forse il più difficile della sua presidenza.

Trovare le parole giuste per dimostrare di essere vicino ai familiari dei poliziotti, per difendere le istituzioni e le forze di sicurezza in un momento di gravi tensioni razziali e sociali in America, e trovare le parole giuste per dare risposte concrete a quella grande fetta d'America nera che si sente ed è esclusa, per la quale nulla è cambiato dacché è stato eletto, nel 2008, il primo presidente nero della storia americana.

Un esercizio di equilibrismo dialettico - dove Obama ha sempre primeggiato - non sarà più sufficiente, mentre Donald Trump - il controverso candidato repubblicano alla Casa Bianca - mena fendenti che potrebbero rendere sempre più complicata la corsa di Hillary Clinton: «Guardate che cosa succede sotto la debole leadership di Obama e di gente come la corrotta Hillary Clinton. Siamo una Nazione divisa, eppure il nostro presidente ci dice che la Nazione non è affatto divisa. Sta vivendo in un mondo immaginario». Per Barack Obama è la prova del fuoco.


 
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Da New York ad Atlanta, da Miami a Fort Lauderdale, in Florida, fino a Baton Rouge, in Louisiana, teatro di una recente esecuzione a sangue freddo da parte di un'agente di polizia, gli attivisti di Black Lives matter sono sul piede di guerra. Bloccano autostrade, ingaggiano scontri e sassaiole contro i cordoni di polizia, cui è giunto l'ordine di cercare di non esasperare il clima.

Tra arresti di massa e il timore che la protesta possa sfuggire di mano agli stessi leader del movimento, l'America teme che anche Dallas - dove sono stati schierati anche alcuni blindati in occasione della visita di Omaba, Biden e George W.Bush - possa diventare il teatro di qualche nuova clamorosa protesta, che qualcosa possa non andare per il verso giusto, che qualche folle come Micah Johnson possa approfittare dell'occasione per passare alla storia. 

Ci sono frange anche radicali del movimento nero americano. C'è chi considera Barack Obama, nel migliore dei casi, come uno Zio Tom che si è venduto ai bianchi per fingere di avere un presidente afroamericano, e c'è chi lo considera un finto nero che non viene dal ghetto e non conosce la vera vita della gente di colore. Non sono frange così numericamente irrisorie nell'America nera. C'è anche chi, tra i giovanissimi, accusa in America i leader di comunità  - sempre molto ascoltati dalle generazioni nere precedenti - di avere completamente fallito.In fondo, le Black Panthers - il movimento nero armato degli anni 70 che reclutava attivisti nelle carceri e tra gli ultimi della terra - è nato così.

Evitare che il movimento nero possa farsi fagocitare dalle spinte estremiste significa fornire risposte concrete, non solo parole. Quelle risposte che attendono anche i poliziotti e gli agenti di sicurezza, tra i quali spira oggi il vento della rivalsa, spesso impauriti e - come ha detto lo stesso Barack Obama  - vittime anche loro di un'America sempre più spaccata lungo linee sociali e razziali. Che cosa dirà oggi il presidente? E soprattutto: basteranno le parole?

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