È tornato da Madrid a Washington domenica sera per partecipare domani a Dallas ai funerali dei cinque poliziotti uccisi da un cecchino afroamericano. Un funerale di Stato cui prenderanno parte in una Dallas blindatissima le alte cariche istituzionali, tra cui l'ex presidente George Bush e il vicepresidente Joe Biden. Incontrerà sempre domani in forma privata i familiari delle vittime di Micah Xavier Johnson, lo sniper nero reduce dalla guerra in Afghanistan che ha sparato per follia ma anche per spirito di vendetta contro le continue uccisioni dei cittadini afroamericani da parte di agenti in divisa.

Quella che attende Barack Obama è  una delle prove politicamente più difficili di tutta la sua presidenza, quando mancano ormai pochi mesi alla fine del secondo mandato, mentre negli Stati Uniti esplode la rabbia della comunità nera americana, con quasi trecento arresti in tutto il Paese e sassaiole e disordini che prendono di mira le forze di polizia accusate di razzismo.

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IL COMPITO DI OBAMA
Tenere insieme la rabbia degli afroamericani e lo spirito di rivalsa degli agenti americani e di Dallas, la città dove fu ucciso John Fidgerald Kennedy, storico teatro della stagione della lotta per i diritti negli anni 60: è questo il compito che attende il primo presidente nero americano, l'uomo al quale anche alcune frange radicali di Black Lives matter rinfacciano di non essersi speso abbastanza per porre fine alle discriminazioni di cui sono oggetto i neri americani, sul lavoro, nelle aule di giustizia, in strada.

Il tutto mentre in America la National Rifle Association, la potente lobby delle armi americana che conta molti sostenitori tra i membri repubblicani del Congresso, continua a dire no a qualsivoglia tentativo di regolamentare il commercio di armi, negando però il sostegno a Philipando Castile, l'ultima vittima afroamericana uccisa da un agente nel suo abitacolo e in possesso di un regolare porto d'armi. Quello che è certo è che non basterà un bel discorso per riportare l'ordine in un Paese ancora attraversato, come negli anni 60, da forti tensioni razziali.

LEADER NERI CERCASI
Uno dei problemi emersi finora è stata la mancanza di un leader nero capace, come Marthin Luther King, di prendere in mano le redini del movimento, all'insegna di una protesta radicale nei contenuti ma pacifica nei mezzi. Uno degli uomini del movimento nero più in vista è  DeRay Mckesson, un ex professore di matematica abilissimo sui social cresciuto in un ghetto di Baltimora che ha filmato il suo arresto avvenuto ieri, perché - lo ha detto la poetessa Claudia Rankine - i corpi degli afroamericani sono invisibili senza telecamere.

È lui il volto pubblico più riconosciuto e apprezzato di Black lives matter, il movimento contro le discriminazioni razziali nato nel 2012 sulla scia dell'indignazione per il proscioglimento di un poliziotto che aveva ucciso Trayvon Martin, un diciassettenne afroamericano disarmato e innocente. Il suo profilo dialogante  potrebbe essere una risorsa della politica americana per cercare di convincere decine di migliaia di giovani afroamericani radicalizzati a non farsi incantare dagli esempi distruttivi e folli come quello di Micah Johnson.

La questione si intreccia con quella della rabbia dei poliziotti americani, sempre più spaventati e timorosi di nuove vendette. Quello che appare chiaro è che non basterà un bel discorso. La rabbia, quando esplode, rischia di seguire vie difficilmente controllabili. Dall'una e dal'altra parte.

 

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