Oltre cinquecento persone uccise dalla polizia dal primo gennaio 2016 a oggi, contro 41 poliziotti. È questo il triste bilancio che si sovrappone alla conta degli omicidi per arma da fuoco negli Stati Uniti d’America a poche ore dal “tiro al bersaglio” di Dallas, Texas, dove un commando di cecchini ha aperto il fuoco sulla manifestazione in memoria delle vittime della comunità afroamericana, che si è sentita bersaglio della polizia nei giorni precedenti in Louisiana e Minnesota (due casi distinti, accomunati dal fatto che in entrambe le occasioni due uomini neri sono stati uccisi da poliziotti, apparentemente a sangue freddo).

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 La campagna presidenziale violenta

La notizia irrompe nella corsa alla presidenza americana, dove Hillary Clinton e Donald Trump offrono alla popolazione due ricette diametralmente opposte circa la questione principe dell’acquisto di armi (che viene forse prima ancora degli scontri razziali), e rischia di invelenire ancor più un clima tutt’altro che sereno.

In questa campagna presidenziale, infatti, si rischia seriamente un proliferare di tensioni sociali che già oggi ne fanno una delle peggiori campagne elettorali degli ultimi tempi, tra colpi bassi, linguaggio violento e una società americana rissosa e divisa su praticamente ogni questione posta da democratici e repubblicani. Una campagna dove Donald Trump ha già personalmente rischiato un attentato a Las Vegas (per opera di un giovane inglese squilibrato) e dove spesso i comizi del GOP finiscono in rissa e scontri con la polizia.

Ma quel che è peggio, è che l’odio razziale - se di questo si può parlare dopo i fatti di Louisiana, Minnesota e soprattutto Texas - compie un salto di qualità, dal momento che l’uso di cecchini per uccidere deliberatamente dei poliziotti è una dimostrazione di come la criminalità organizzata stia scivolando verso derive antisistema e terroristiche.

Il dato politico è in ogni caso che le speranze riposte nella presidenza Obama per svelenire il clima di odio razziale e ritrovare la pace sociale sono evaporate in fretta, e così anche i buoni propositi di regolamentare un mercato delle armi oggettivamente fuori controllo e tale per cui qualsiasi cittadino può acquistare un fucile di precisione per attentare alla vita di chiunque, anche se ha la fedina penale sporca.

La legge sulle armi

Secondo il Brady Bill, la legge del 1993 (presidenza Clinton) circa l’acquisto di armi, infatti, si fa obbligo ai venditori di armi di comunicare all’FBI, la polizia federale che ha giurisdizione sull’intero territorio americano, la richiesta d’acquisto da parte dell’acquirente: dopo i controlli che l’FBI svolge attraverso il National Instant Criminal Background Check (un database nazionale dei crimini), il Bureau può decidere di impedire l’acquisto dell’arma, se riscontra che il richiedente ha già dei precedenti penali. Tuttavia, se entro tre giorni l’FBI non provvede a fornire al venditore una comunicazione negativa, l’acquisto può essere effettuato tranquillamente. E spesso, per lentezze burocratiche o mancanza di personale, passano ben più di tre giorni e anche gli ex criminali possono fare shopping senza limiti di armi da fuoco.

È ciò che viene chiamato “Charleston loophole”, la “scappatoia di Charleston”: prende nome dal massacro avvenuto nella cittadina di Charleston (South Carolina) nel giugno 2015, quando un giovane bianco con precedenti, in mancanza di controlli adeguati acquistò armi per compiere una strage di afroamericani in una chiesa metodista frequentata dalla comunità nera locale. Fu un momento buio per l’America, ma purtroppo non un fatto isolato.

Hillary Clinton fa della modifica del “Charleston loophole” un punto forte della sua campagna al contrario di Donald Trump, secondo il quale invece il Secondo Emendamento - la famosa parte della costituzione americana in cui si afferma il diritto di tutti i cittadini di possedere armi per la propria difesa personale (anche se l’asserzione originale è un po’ ambigua) - non può e non deve essere modificato.

I morti per arma da fuoco

Sarà, ma intanto la media annuale di 31mila morti per arma da fuoco (di cui 21mila circa per suicidio o per incidente) non decresce negli anni, al contrario del numero di possessori d’arma da fuoco. Così come non diminuiscono le statistiche relative ai decessi per razza ed etnia: oggi in America un cittadino qualunque ha una probabilità di 1,56 su un milione di rimanere ucciso dalla polizia, ma un nero tre volte di più. Tuttavia, va anche detto che, secondo le statistiche, i neri d’America commettono anche lo stesso numero di reati dei bianchi, pur essendo i bianchi superiori di numero in un rapporto di uno a sei (42 milioni di neri contro 246 di bianchi).

È allora qualcosa di più profondo che attraversa la società americana, qualcosa che in epoche passate ha prodotto tanto la discriminazione razziale, quanto le Black Panthers o la Fratellanza Musulmana di Elijah Mohamed. Spinte politiche anti-sistema che alla lunga potrebbero devastare ancora nel nuovo millennio quella pace sociale che si credeva raggiunta con l’elezione del primo presidente nero d’America.

È pur vero che questo è un paese giovane e complicato dove le leggi contro la segregazione razziale sono scomparse solo quarant’anni fa, e che la sintesi tra le molteplici etnie è più facile a New York che non in Texas per evidenti ragioni anche demografiche, ma in fondo basterebbe ricordare che è proprio la mescolanza e l’accoglienza delle diversità che ha fatto grandi gli Stati Uniti e che questo principio è parte fondante della stessa società americana. Dimenticarlo anche per un attimo potrebbe portare a una recrudescenza delle tensioni razziali che potrebbero sfociare in quella violenza aperta di cui siamo oggi spettatori.

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