Esteri

Dal Burkina al Sudan: le elezioni africane del 2015

Si susseguono gli appuntamenti elettorali in tutto il continente. Tensioni animano le piazze ma i decennali governi autoritari resistono

Per il lavoro a Johannesburg

Una donna con il figlio sulle spalle, sostenitrice dell'Alleanza Democratica - il principale partito di opposizione in Sudafrica – Credits: MARCO LONGARI/AFP/Getty Images

Di Marta Pranzetti per Lookout news

A fine aprile, mentre in Burundi degeneravano le proteste contro la ricandidatura di Pierre Nkurunziza alle presidenziali di giugno, in Africa occidentale Togo e Benin andavano alle urne. Dopo almeno 7 morti e dozzine di feriti nelle manifestazioni che hanno acceso la capitale del Burundi – gli ultimi scontri si sono registrati proprio nella giornata del 4 maggio, nei quartieri di Musaga e Nyakabiga – il governo di Bujumbura in questi giorni ha accusato i manifestanti di “operare per una organizzata rete terroristica” con questo autorizzando la polizia a intervenire per reprimere il dissenso. Le proteste si erano diffuse nella capitale lo scorso 25 aprile quando il partito di governo “Consiglio nazionale per la difesa della democrazia-Forze per la difesa della democrazia” (CNDD-FDD) aveva confermato la ricandidatura di Nkurunziza, già al potere da 10 anni, al suo terzo mandato.

 

Elezioni presidenziali in Togo
Nella stessa giornata del 25 aprile, in Togo la popolazione andava al voto per eleggere il nuovo presidente. Uno scrutinio svoltosi nella calma e nella regolarità secondo quanto hanno riportato gli osservatori internazionali, ma che ha suscitato le contestazioni dell’opposizione. Ad aggiudicarsi il duello per la presidenza è stato infatti l’uscente Faure Gnassingbé, già alla testa del paese dal 2005, quando l’esercito lo aveva portato al potere dopo la morte di suo padre, il generale golpista Gnassingbé Eyadéma che aveva dominato il Paese per 38 lunghi anni di autoritarismo e violenza.

 Candidato dell’“Unione per la Repubblica”, Gnassingbé si è affermato con il 58,77% delle preferenze contro il 35,19% ottenuto dal suo principale rivale, Jean-Pierre Fabre, leader dell’“Alleanza Nazionale per il Cambiamento” (ANC) e candidato della coalizione di opposizione “Lotta per l’Alternanza Politica”(CAP). Un risultato scontato, come scontata è stata la reazione dell’opposizione all’annuncio della vittoria di Gnassingbé dato dalla Corte Costituzionale il 3 maggio. L’opposizione schierata con Fabre ha respinto i risultati denunciando oltre ai brogli elettorali anche la parzialità della Corte Costituzionale stessa. Nel Paese non si sono finora registrati tuttavia scontri o violenze politiche, malgrado il clima pre-elettorale sia stato minato da piccoli incidenti tenuti sotto controllo dalle forze dell’ordine.

 

Legislative in Benin
Voto svoltosi nella calma anche quello che il 26 aprile ha portato alle urne 4,4 milioni di elettori per il rinnovamento degli 83 seggi dell’Assemblea Nazionale in Benin. Un voto che potrebbe però essere precursore di prossima instabilità anche a fronte della vittoria del partito presidenziale di Boni Yayi. Il 3 maggio la Commissione elettorale ha infatti confermato che il partito Force cauris pour un Bénin émergent (FCBE), l’alleanza che sostiene il presidente in carica, si è aggiudicato 33 seggi attestandosi ancora la principale forza politica del Paese.

 


 I due principali partiti di opposizione (l’Union fait la force e Parti du renouveau démocratique) hanno conquistato rispettivamente 13 e 10 seggi. Con questi risultati l’FCBE non ottiene comunque la maggioranza assoluta e dovrà assicurarsi alleanze in parlamento che gli consentano di portare avanti i propri progetti politici. Tra questi il più “pericoloso” (perché potenzialmente gravido di conseguenze sul piano della stabilità e della sicurezza) riguarda la revisione della Costituzione già in precedenza menzionata da Boni Yayi e temuta dall’opposizione perché con alcuni emendamenti il presidente potrebbe garantirsi l’accesso a un terzo mandato alle elezioni presidenziali previste nel 2016.


Sudan: la conferma di Bashir
A metà aprile si è conclusa prima ancora di sbocciare la primavera in Sudan. Alle elezioni presidenziali del mese scorso, si è affermato come da pronostici l’uscente Omar Al Bashir, leader del Partito del Congresso Nazionale, riconfermandosi alla guida del Paese con uno schiacciante 94,5% dei voti. A poco è valsa la denuncia delle forze di opposizione che considerano falsati i risultati elettorali. Il piano studiato dall’“Appello del Sudan” (la coalizione che riunisce dal dicembre 2014 le maggiori forze di opposizione del Paese) per una transizione pacifica del potere sembra dunque che dovrà ancora aspettare.

 

Al Bashir saliva al potere in Sudan nel 1989 con un colpo di stato e, con il suo inseparabile bastone, ne tiene ancora saldamente le redini. Due anni prima del suo avvento, in Burkina Faso un sanguinoso golpe militare portava invece al potere l’ex presidente Blaise Compaoré rimasto ininterrottamente in carica fino all’ottobre del 2014 quando è stato destituito da un altro putsch militare. Inaspettatamente la “primavera” burkinese è riuscita a decollare senza eccessivo spargimento di sangue e, con la nomina a presidente ad interim di Michel Kafando, in Burkina Faso è ufficialmente iniziato il processo di transizione.

 

People gather at a rally in support of a law that prohibits the candidature of anyone who supported ousted president Blaise Compaore in the upcoming presidential elections, Ouagadougou

 

Elezioni a ottobre in Burkina Faso: promulgata la legge elettorale
In linea con la road map della rivoluzione burkinese, a fine aprile è stata promulgata la legge elettorale che esclude dalle prossime elezioni – legislative e presidenziali, previste a ottobre 2015 – tutti i partigiani dell’ex presidente e tutti coloro che in passato abbiano sostenuto “cambiamenti che minano il principio dell’alternanza politica” (con chiaro riferimento al tentativo, intrapreso da Compaoré prima della destituzione, di emendare la Costituzione per assicurarsi l’ennesimo mandato). Il 25 aprile la società civile burkinese scendeva in piazza nella capitale Ouagadougou per manifestare a favore della nuova legge elettorale che, stante la validità del dettato normativo, già mette fuori dai giochi uno dei più papabili candidati alle presidenziali del prossimo ottobre, Djibrill Bassolè, ex ministro degli Affari Esteri sotto Blaise Compaoré. Proveniente dai ranghi militari e uomo forte sulla scena politica nazionale Bassolè è considerato troppo vicino all’ex presidente per poter sperare di accedere alla carica da cui Compaoré è stato allontanato a furor di popolo.

 

Inaspettatamente la “primavera” burkinese è riuscita a decollare senza eccessivo spargimento di sangue e, con la nomina a presidente ad interim di Michel Kafando, in Burkina Faso è ufficialmente iniziato il processo di transizione

Il programma di Ouattara dopo le elezioni in Costa d’Avorio
Il Burkina Faso non è il solo Paese dell’Africa occidentale ad andare alle urne nel mese di ottobre 2015. Anche la Costa d’Avorio si prepara per le presidenziali, che qui con tutta probabilità confermeranno al potere l’attuale presidente Alassane Ouattara. Lo scorso marzo infatti il partito presidenziale Rassemblement des républicains (RDR) confermava ufficialmente la sua candidatura al prossimo appuntamento elettorale, candidatura recentemente confermata e sostenuta anche da tutta la coalizione dei partiti al potere, Rassemblement des Houphouétistes pour la démocratie et la paix (RHDP).


 Sebbene non siano ancora stati confermati i nome dei candidati rivali che si contenderanno la presidenza, è del 4 maggio la notizia secondo cui l’opposizione avrebbe creato un fronte comune per rivaleggiare con Ouattara. La “Coalizione Nazionale per il Cambiamento” (CNC) riunisce i rappresentanti del “Fronte Popolare Ivoriano” di Abou Drahamane Sangaré, del partito “Libertà e Democrazia per la Repubblica” di Mamadou Koulibaly e le formazioni dei tre dissidenti provenienti dal “Partito Democratico della Costa d’Avorio” (PDCI) ora alleato con Ouattara (Kouadio Konan Bertin, Charles Konan Banny e Essy Amara). Sulla base di questa nuova formazione le precedentemente annunciate candidature di Banny e Amara potrebbero adesso essere riviste per individuare un unico candidato su cui convogliare i voti dell’opposizione.


Costa d'Avorio al voto
Le prossime elezioni rappresentano un momento cruciale per la Costa d’Avorio che esce da un decennio di continua crisi politico-militare accentuatasi alle elezioni del 2010 dopo che l’ex presidente Laurent Gbagbo rifiutò di riconoscere i risultati che assegnavano la vittoria a Ouattara, dando inizio a violenti scontri tra fazioni contrapposte a cui pose fine un anno dopo solo l’intervento dell’ONU.

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