Esteri

Da guerra aperta a guerriglia: la nuova strategia dell'Isis

Il Califfato non riesce più a sostenere gli scontri frontali: d'ora in poi saranno assalti isolati, fughe in avanti e veloci ritirate

isis

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

La riconquista di Palmira in Siria e di Ramadi in Iraq, due delle città-simbolo della guerra in Medio Oriente, perdute in maniera umiliante dai rispettivi governi e oggi nuovamente strappate allo Stato Islamico, dimostra inequivocabilmente che il Califfato è ormai incapace di resistere a una guerra di posizione lunga e logorante.

ISIS non riesce più a sostenere scontri frontali con le proprie forze residue, soprattutto quando contro di esso si utilizzano tecniche di battaglia tipiche degli eserciti regolari, come l’accerchiamento delle città occupate sostenuto da raid aerei martellanti. Dunque, gli avversari del Califfato sembrano aver trovato non solo i punti deboli dei jihadisti, ma hanno anche imparato a rispondere a schemi ormai consolidati a cui gli uomini del Califfo solitamente ricorrono per sfondare le linee nemiche.

Negli assalti, in particolare quelli alle città, gli uomini dello Stato Islamico sinora hanno applicato la medesima tattica: inizialmente partono i bombardamenti da parte dell’artiglieria pesante; poi seguono l’invio di mezzi blindati e le autobomba guidate da kamikaze, che vengono lanciate contro le barriere per aprire un varco. Dopo che i kamikaze si sono fatti esplodere e hanno aperto la breccia, i jihadisti entrano in città dividendosi in più gruppi e barricandosi all’interno degli edifici più alti. Qui, alcuni gruppi piazzano i propri cecchini, mentre altri procedono a minare le strade. Dopodiché si inizia a combattere casa per casa, uomo per uomo, sino alla resa del nemico.

La guerra in Siria


Questa strategia di guerra, che ha permesso allo Stato Islamico di avanzare per ben due anni di seguito, dimostra che è infondato e ambiguo parlare semplicemente di “terroristi”, poiché quella che si è combattuta sinora in Medio Oriente è stata una guerra canonica (fatta eccezione per i kamikaze), portata avanti da eserciti sia pur acerbi e raccogliticci che si sono scontrati in campo aperto per il possesso di porzioni di territorio ben definite.

Questo è un modus operandi in antitesi con il concetto di “terrorismo”, secondo cui la lotta è finalizzata a incutere terrore nei confronti di una collettività organizzata e a destabilizzarne l’ordine mediante azioni limitate e non finalizzate al completo controllo del territorio. Il terrorismo tuttavia è l’altra arma che lo Stato Islamico sfrutta, come ad esempio in Europa, in scenari e per scopi diversi dal raggiungimento di un obiettivo militare.

Nella guerra per conquistare le terre del Califfato, invece, essi hanno dato vita a vere e proprie entità statuali o parastatali, dove vige una legge precisa (la Sharia) e dove sono previste sia un’organizzazione sia un’amministrazione del territorio. Se nel caso dello Stato Islamico non si può parlare della costruzione di un vero e proprio stato moderno, è però evidente l’affermazione di fenomeni come le città-stato, dove esiste una forma di governo complessa al punto che in queste realtà sono attivi elementi quali tribunali, polizia, scuole, distribuzione di beni e commercio.

Si prefigura dunque uno scenario dove a giocare un ruolo preminente saranno assalti isolati, fughe in avanti e veloci ritirate, com’è tipico dei gruppi di resistenza che non hanno le disponibilità di un vero esercito
L'Isis e la guerra al terrorismo islamico


In tal senso, l’Iraq e la Siria sotto lo Stato Islamico sono divenuti veri e propri casi-scuola per altre aspiranti milizie irregolari, che puntano a sovvertire i poteri costituiti per sostituirvisi. Si pensi all’Africa: le tecniche militaresche (ma non solo) degli uomini del Califfato sono state imitate e replicate tanto in Libia quanto in Mali, Nigeria e Somalia. Ciò dimostra anche che l’approccio guerresco offerto dallo Stato Islamico è in un certo qual modo esportabile ed è proprio questo a fare del Califfato un nemico resiliente e asimmetrico.

Ciò detto, lo Stato Islamico è ormai consapevole della propria inferiorità militare e dunque oggi, piuttosto che resistere a una lotta impari, ha deciso di mutare radicalmente le proprie tattiche di combattimento, e ha optato per proseguire la lotta con la cosiddetta “guerriglia”. Il che è un regresso evidente alle proprie ambizioni, ma questo non mette la parola fine alla minaccia. La cittadella di Palmira, ad esempio, è stata praticamente abbandonata affinché le forze residue del Califfato si ricostituissero altrove.

Sono lontani i tempi in cui lo Stato Islamico sacrificava sino all’ultimo uomo disponibile: oggi è molto meglio ripiegare per proseguire la lotta più avanti e non sprecare uomini e armi inutilmente. Nel prossimo futuro si prefigura dunque uno scenario dove a giocare un ruolo preminente saranno assalti isolati, fughe in avanti e veloci ritirate, com’è tipico delle forze di opposizione e dei gruppi di resistenza che non hanno le disponibilità di un vero esercito.

Caratteristiche tipiche della guerriglia sono la conoscenza dei luoghi in cui si combatte e delle condizioni ambientali locali, formazioni di limitata entità contro truppe più numerose, campagne militari costituite da ripetute imboscate, attentati, sabotaggi, attacchi a sorpresa e scontri limitati nel tempo; infine, la predilezione per azioni effettuate in zone impervie, dove è facile nascondersi e dove è possibile ripiegare rapidamente.

Elemento principe della guerriglia è però il fattore sorpresa, elemento ineludibile che serve a evitare il combattimento diretto contro forze nettamente superiori. Questo permette ai guerriglieri non solo di estendere la lotta nello spazio, ma anche prolungarla il più a lungo possibile per logorare l’avversario e diminuirne il consenso politico nel tempo.

 Se lo Stato Islamico sinora si è contraddistinto come una novità sotto molti punti di vista, il punto di caduta della sua forza propulsiva ci racconta di un’involuzione militare che potrebbe presto riportare il gruppo agli schemi e alle tecniche già usate dai Talebani in Afghanistan, dove l’organizzazione terroristica meglio nota come Al Qaeda – di cui il Califfato è figlio – dopo quindici anni tiene ancora in ostaggio un intero paese e riesce a condizionarne la vita politica, nonostante il tempo trascorso e i mezzi usati contro di esso. Un ritorno alle origini, dunque, su quel modello qaedista che ha già aperto la strada ad attentati terroristici anche in Occidente e che non è meno pericoloso del precedente, perché capace di durare molto a lungo.

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