Cuba: ma la fine dell'embargo arriva con 25 anni di ritardo

Il blocco nordamericano è stato un errore geopolitico che ha paradossalmente aiutato la gerontocratica leadership cubana

Fidel Castro

Fidel Castro in una foto d'epoca – Credits: Keystone/Getty Images

Paolo Papi

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In una delle sue ultime interviste, pubblicata sul quotidiano comunista Il Manifesto, Luciana Castellina ha sostenuto che la imminente fine dell'embargo contro Cuba, decretato nel 1960 dal presidente Eisenhower dopo la vittoria dei barbudos di Fidel Castro ed Ernesto Guevara, costituisce «una grande vittoria della resistenza cubana» dopo 55 anni di «asfissia imperialista» che hanno piegato, ma mai domato, il popolo caraibico.

Esultano i fidelistas, esultano i liberal americani, approvano persino secondo gli ultimi sondaggi  le nuove generazioni di statunitensi di origini cubane, nate e cresciute in un'epoca in cui «el bloqueo» contro l'isola era già spaventosamente anacronistico, ultima vestige di una guerra fredda che a livello geopolitico era già finita nel 1989 quando fu abbattuto il Muro di Berlino


Ci sono però voluti venticinque anni - e forse non saranno nemmeno sufficienti se il Congresso dovesse mettersi di traverso - per prendere atto che la guerra è davvero finita

Ci sono però voluti venticinque anni - e forse non saranno nemmeno sufficienti se il Congresso dovesse mettersi di traverso - per prendere atto che la guerra è davvero finita. Che il blocco, come sostenevano i più avvertiti politologi dei think tank occidentali, non solo aveva perduto  senso da quando era crollato l'impero sovietico, ma  aveva paradossalmente finito per rafforzare la leadership cubana, i suoi vizi, anche dopo il drammatico periodo especial, spingendo larga parte del popolo cubano a stringersi ancora di più attorno a Fidel e al suo entourage, gli unici dai quali i cubani, specie i più poveri, potevano attendersi qualcosa.

Venticinque anni, durante i quali, anziché spingere nella direzione della normalizzazione delle relazioni con Cuba, gli Stati Uniti hanno inasprito ulteriormente i tratti dell'embargo, prima con la discutibile legge Torricelli del 1992 (che di fatto impediva alle navi degli altri Paesi di attraccare nei porti cubani e stabilì un controverso automatismo in base al quale gli Stati che avrebbero fornito aiuti a Cuba avrebbero visto ridursi in egual misura gli eventuali finanziamenti nordamericani) poi con la famigerata legge Helms-Burton del 1996 voluta da  Clinton che penalizzò ulteriormente le imprese statunitensi che facevano affari con Cuba.

Un'assurdita geopolitica - proprio mentre il vento della Storia spirava in tutt'altra direzione e Cuba non era più quell'avamposto geostrategico russo che era negli anni 60 - che solo il pragmatico coraggio di Barack Obama e il contestuale dialogo inaugurato dall'ex gesuita  Fidel Castro con il Vaticano potrebbero emendare. 

Il futuro, certo, è pieno di incognite. E toccherà soprattutto ai cubani evitare di finire come la Russia eltsiniana degli anni 90, quando una malintesa ubriacatura da «fine della storia» come la chiamava Francis Fukuyama, unita a un altrettanto dannosa e cieca fiducia verso il «dio-mercato», diede il via a un periodo di torbidi, caos finanziario e voraci appetiti oligarchici che spinserto la Russia verso il crac.

Guardare avanti, un passo alla volta. A cominciare dal diritto dei cubani di ottenere visti turistici. E presto, quando i tempi saranno maturi, magari anche di votare per il partito preferito. Senza illusioni, però: non basta - come hanno insegnato questi 25 anni in America del sud dopo la fine delle dittature militari - un multipartitismo solo formale, se le strutture della diseguaglianza e le tradizionali oligarchie terriere e industriali continuano a impedire la nascita di una classe media autenticamente nazionale, come è accaduto in Paesi chiave come il Messico o gli Stati dell'America centrale, tuttora attraversati da spaventose ondate di violenza di cui spesso  sono protagoniste bande di narcotrafficanti e militari corrotti.

L'epoca della guerra fredda e del monopartitismo caudillista che, con l'embargo, hanno impedito l'evoluzione della società cubana, assuefacendola a un sistema dove alla bassa produttività della forza-lavoro si è storicamente associato un regime di minimo garantito per tutti, deve finire anche e soprattutto a Cuba.

Ci vorrà tempo, chiaro, ma il primo passo è sempre quello che conta di più. Ora tocca a loro, alle nuove generazioni di cubani, mettersi definitivamente alle spalle l'epoca dei barbudos. La campana è suonata anche per loro, i fidelistas, non solo per i vecchi e nostalgici esuli di Miami rimasti spiazzati dalla mossa di Obama. Un'altra pagina di Storia sta per essere voltata. 



 
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