Esteri

Siamo così sicuri che TAP ci salverà?

Lo stop di South Stream non preoccupa Matteo Renzi, che punta sulla carta del gasdotto azero

Renzi e Alijev

Anna Mazzone

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"Il progetto di South Stream era fortemente contrastato e condizionato dalla procedura di infrazione dell'Unione Europea, era un progetto che non consideriamo fondamentale per l'Italia". Dopo il niet di Vladimir Putin al progetto del gasdotto South Stream (63 miliardi di metri cubi l'anno), pensato per connettere direttamente Russia ed Unione Europea, eliminando ogni Paese extra-comunitario dal transito, Matteo Renzi da Algeri ostenta tranquillità. Ma il presidente del Consiglio evidentemente non riesce ad avere un effetto tisana sulle borse e il titolo dell'italiana Saipem, coinvolta in South Stream, in poco meno di qualche ora lascia sul terreno un -8% in Borsa.

A sostenere la sicurezza e la mancanza di preoccupazione di Renzi ci pensano gli uomini del suo governo, che tirano fuori dalla manica il jolly del TAP, il gasdotto transadriatico made in Azerbaijan, che dovrebbe essere realizzato tra circa sei anni, se tutto va bene. E a quanto pare non sembra stia filando tutto liscio, soprattutto viste le resistenze della Puglia che non vuole sentir parlare di gasdotti a pochi chilometri dalle spiagge di San Foca di Melendugno, in provincia di Lecce. 

Il primo a parlare è il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni che, dopo l'annuncio di Putin da Ankara, ribadisce l'interesse dell'Italia nel sostenere il progetto del gasdotto Tap anche se dichiara che "ovviamente non c'è un nesso fra la possibilità che quel progetto (South Stream, ndr) venga meno e il sostegno che noi diamo a Tap". Il gasdotto azero per il capo della Farnesina rappresenta "un elemento di diversificazione molto importante, lo era prima che ci fosse questo annuncio e certamente può esserlo a maggior ragione" ora. 

Sulla stessa linea di Gentiloni c'è il vice ministro dello Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, per il quale la realizzazione del gasdotto Tap "era, è, e resterà prioritaria per il nostro paese, indipendentemente da South Stream". Sottolineando che per l'Italia il Tap "è strategico ed è sempre stato una priorità" perché "oltre a differenziare le rotte differenzia anche le fonti di approvvigionamento del gas".

Al coro dei non preoccupati si aggiunge Carlo Malacarne, amministratore delegato di Snam, che dichiara che per la società "South Stream non è mai stato un investimento strategico, al contrario del gasdotto Tap", e aggiunge che il gasdotto russo per Snam era "un elemento di flessibilità per gestire meglio alcuni passaggi critici legati a questioni geopolitiche".

Insomma, basta con le polemiche e con i "gufi". Se la Russia passa il rubinetto (del gas) nelle mani della Turchia del presidente islamico Recep Tayyip Erdogan noi italiani facciamo spallucce, tanto abbiamo il Tap delle meraviglie. Ma le cose stanno realmente così? Perché a leggere le cifre del Tap, pubblicate sul sito del progetto, in realtà avremmo molto da preoccuparci, sia dal punto di vista commerciale che dal punto di vista geopolitico.

Senza addentrarci nei meandri dei tecnicismi energetici, alcuni dati su Tap parlano da soli. L'aggiudicazione finale dei contratti avverrà nel 2015, la costruzione del gasdotto è prevista pe ril 2016, nel 2018 il consorzio azero Shah Deniz prevede le prime vendite di gas alla Grecia e alla Turchia, mentre le prime forniture verso l'Europa cominceranno presumibilmente nel 2019/2020. E' ovvio che questa tabella di marcia potrebbe subire variazioni (cosa molto probabile) ed è altrattanto ovvio che Tap non fornirà solo l'Italia ma anche altri Paesi europei.

L'azionariato Tap è composto da BP (20%), Socar (20%), Statoil (20%), Fluxys (19%), Enagas (16%) e Axpo (5%). La società risiede in Svizzera. Tranne San Foca già dall'organigramma di Italia se ne vede poca, per non dire zero. Il gasdotto avrà una capacità iniziale di trasporto di 10 miliardi di mc ( afronte dei 63 miliardi di mc di South Stream), equivalente al consumo di circa 7 milioni di famiglie in Europa. Famiglie non solo italiane, ma anche austriache, olandesi e tedesche.

Il governo dell'ex presidente del Consiglio Enrico Letta e quello attuale di Matteo Renzi evidentemente confidano in ritorni a cascata del Tap sull'occupazione. Il gasdotto - secondo i suoi estimatori - porterà all'Italia "molti posti di lavoro". Ma, a leggere i numeri sul sito del Tap le cose non stanno proprio così.

Una ricerca di Nomisma Energia realizzata nel 2012 è arrivata alla conclusione che durante il periodo di costruzione del gasdotto in Puglia Tap impiegherà circa 150 persone (part-time e full-time) e parteciperà indirettamente alla costruzione di circa 640 posti di lavoro. Ma, una volta terminata la costruzione, il gasdotto dell'Azerbaijan creerà un'occupazione stabile a Melendugno e dintorni di 30 (sì, avete letto bene) posti di lavoro, principalmente giardinieri e autisti.

Sì, ma diversifichiamo l'approvvigionamento delle fonti - dice qualcuno - e ci sganciamo da Putin. Non è così. Le famiglie italiane non saranno i consumatori finali del gasdotto. Secondo Matteo Verda, ricercatore dell'Ispi, la strategia energetica nazionale disegnata nel 2013 dall'allora governo Monti, immaginava per l'Italia il ruolo di hub europeo del gas. Il che significa che il metano che viene dall'estero non resta tutto in Italia, ma servirà per scaldare le case di altri Paesi europei. 

Ma insomma, cosa ci guadagna nell'immediato l'Italia da Tap? Di sicuro ( o quasi) ci sono le tariffe di transito pagate a Snam. Sempre secondo Verda, per gli 8 miliardi di mc targati Azerbaijan, Snam dovrebbe incassare circa 200 milioni di euro l'anno. E' bene ricordare che con lo stop a South Stream Eni e Saipem perderebbero circa 2 miliardi di euro. Però, sul sito Tap Italia si legge che, in linea con le normative europee in materia di energia, Tap non pagherà i diritti di transito nei Paesi attraversati. Ed ecco che scompare anche l'obolo di Snam.

Le bollette costeranno meno? Andando a spulciare i dati, quello della riduzione delle tariffe energetiche è un altro mito da sfatare. In teoria sì. Il gas proveniente dall'Azerbaijan aumenterà l'offerta sul mercato, e questo - secondo logica - dovrebbe portare a una riduzione dei prezzi. Ma c'è una variabile indipendente che non possiamo tralasciare: il costo del gas a Shah Deniz.

Il giacimento azero da cui verrà il metano è controllato da un consorzio che ha l'azienda locale Socar e la britannica Bp come soci principali. Per l'estrazione e per la costruzione dei tubi fino all'Italia l'investimento è di circa 45 miliardi di dollari, coperti - secondo Tap - da accordi con 9 operatori (tra cui le italiane Enel ed Hera) per 200 miliardi di dollari. 

In soldoni, secondo uno studio dell'università Bocconi di Milano, per vendere il gas a un prezzo competitivo il governo di Baku dovrebbe rinunciare quasi totalmente ai suoi guadagni. Cosa a tasso di probabilità zero. Il che significa che i risparmi in bolletta rimarranno solo nell'elenco dei desiderata

Last but not least, un'altra variabile non secondaria è rappresentata dai destinari della tanto agognata "diversificazione" delle forniture energetiche. In sostanza, lo stop di Putin a South Stream è una risposta alle sanzione europee contro Mosca come conseguenza della crisi in Ucraina. Eppure - come scrive Evgeny Utkin (analista ed esperto di energia) per la rivista East online - "Guarda caso, tutti i gasdotti in progettazione - da TAP, appoggiato dal governo italiano, al neonato di ieri - passano per la Turchia. Ecco quindi che questo paese diventa un nodo cruciale, come l’Ucraina di una volta (anzi di più, perché porta il gas da diverse fonti, non solo russe)". E conclude l'economista russo: "Non chiedete più il gas a Putin, lo dovrete chiedere ad Erdogan: avrà lui in mano i rubinetti verso l’Europa".

Saremmo uno di quei rari casi che diversificando cade dalla padella (del Cremlino) nella brace (di Ankara). In pratica, l'Italia e l'Europa desiderano svincolarsi dal giogo dell'orso russo e per questo si affrettano a correre tra le braccia della Turchia del presidente islamico Erdogan, che ha rimesso il velo al suo Paese e che fa l'occhiolino ai terroristi dell'Isis.

Per non parlare poi del regime degli Alijev in Azerbaijan, noto per la sua foga nel calpestare i più elemntari diritti umani, condannando al carcere (o peggio) qualsiasi oppositore, con un "occhio di riguardo" per i giornalisti e la stampa, una categoria che in Azerbaijan sta praticamente tutta dietro alle sbarre, mentre chi è fuori è totalmente asservito al regime.

E' questa la "diversificazione" che desideriamo? Il presidente del Consiglio dice di non essere preoccupato. Tanto abbiamo il Tap delle meraviglie e facciamo allegramente affari sia con il regime di Baku che con la "nuova" Turchia di Erdogan. C'è da "stare sereni" insomma. 




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