Esteri

Cos'ha detto il dibattito dei Democratici per le Presidenziali Usa

Schermaglie interne ma nessun grosso strappo nel faccia a faccia tenutosi a Houston

Il Vicepresidente Joe Biden saluta la Convention

Stefano Graziosi

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È stata una lotta serrata, quella che si è tenuta questa notte durante il terzo dibattito televisivo tra i dieci principali candidati alla nomination democratica. Un confronto di tre ore, organizzato da Abc News a Houston (in Texas), in cui si sono affrontati svariati temi: dalla sanità, all’immigrazione, passando per il commercio internazionale e la politica estera.

A livello generale, si è almeno in parte replicata una dinamica già verificatasi lo scorso luglio, in occasione del dibattito di Detroit: i rappresentanti della sinistra, il senatore del Vermont Bernie Sanders e la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, hanno infatti evitato di battibeccare, preferendo allearsi per difendersi dai ripetuti attacchi degli avversari più centristi. Una dinamica che, questa notte, si è registrata soprattutto sulla questione della sanità. Se i due senatori hanno ribadito la proposta di creare un sistema sanitario universale sul modello del welfare state europeo, Joe Biden ha duramente attaccato la loro linea. Da sempre punto di riferimento per le correnti moderate, l’ex vicepresidente ha affermato che la proposta dei due senatori sia troppo onerosa e che comporterebbe per questo un eccessivo incremento della pressione fiscale. “Il mio piano costa molto”, ha dichiarato Biden, “Ma non costa trenta trilioni di dollari. […] Come lo pagheremo? Voglio sentire.” Anche il sindaco di South Bend, Pete Buttigieg, e la senatrice californiana, Kamala Harris, hanno preso di mira Sanders e la Warren, tacciandoli di non voler garantire ai cittadini la libertà di scelta in materia di copertura sanitaria. Non è del resto un mistero che, con il modello Medicare for all, le coperture private risulterebbero di fatto smantellate, laddove la maggior parte degli attuali candidati sostiene la cosiddetta “opzione pubblica”: l’idea, cioè, di mettere un sistema statale in competizione con quello privato. Una soluzione che già Barack Obama aveva cercato invano di introdurre. Se le maggiori divergenze ideologiche della serata si sono verificate sul tema della sanità, i battibecchi sono comunque proseguiti, riguardando anche ulteriori argomenti.

Differentemente dai dibattiti di Miami e Detroit, questa volta la politica estera ha rivestito un peso maggiore. A livello generale, i vari candidati hanno criticato Donald Trump perché – a loro dire – avrebbe reso gli Stati Uniti più isolati sul fronte internazionale, mostrando tra l’altro una sorta di simpatia verso dittatori e regimi autoritari. Passando invece alle questioni specifiche, diversi contendenti sul palco si sono detti favorevoli a un celere ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan: una posizione non certo nuova, che è stata caldeggiata soprattutto da Buttigieg e dalla Warren. Il problema semmai è che piani articolati su come questo ritiro dovrebbe avvenire non sono stati esposti. Buttigieg si è limitato a rinnovare la propria consueta critica alle “guerre senza fine”, mentre la senatrice del Massachusetts ha un po’ genericamente dichiarato che, per risolvere la crisi afghana, ci sarebbe bisogno di cooperazione, interventi economici e diplomazia. Biden, dal canto suo, ha cercato di difendere le proprie passate scelte politiche sui conflitti di Afghanistan e Iraq ma si è ritrovato azzannato da Sanders che – ancora una volta – gli ha rinfacciato di aver votato, da senatore, a favore dell’invasione irachena. “Le grandi differenze tra me e te”, ha detto all’ex vicepresidente, “sono che io non ho mai creduto a quello che Bush e Cheney dicevano sull’Iraq e che io ho votato contro la guerra in Iraq e ho aiutato a condurre l’opposizione contro di essa.” Il senatore del Vermont ha tuttavia riscontrato qualche problema sul Venezuela. Incalzato da un moderatore sulle posizioni morbide, espresse da lui in passato verso Maduro e l’attuale regime di Caracas, Sanders ha risposto: “Chiunque faccia quello che fa Maduro è un tiranno malvagio”, per poi aggiungere che il proprio modello di “socialismo democratico” non si rifaccia a quello venezuelano ma – semmai – a quello canadese e scandinavo. Un chiarimento probabilmente dovuto al fatto che una parte consistente degli elettori ispanici non avesse troppo apprezzato la simpatia mostrata da Sanders verso Maduro, con conseguenze potenzialmente disastrose in territori delicati come la Florida.

Sul commercio internazionale, si è assisto poi a un quadro un po’ confuso. Da una parte, i vari candidati hanno criticato Trump per come sta conducendo la guerra tariffaria con Pechino, cercando di far leva sullo scontento degli agricoltori statunitensi che risultano la classe maggiormente danneggiata da queste tensioni commerciali. Dall’altra, i democratici hanno tuttavia riconosciuto che la Cina rappresenti un pericolo per l’economia americana, senza tuttavia lasciare troppo intendere come abbiano intenzione di fronteggiarlo concretamente.

Difficile parlare di vincitori e vinti in questo terzo dibattito. Differentemente dai primi due infatti nessuno dei contendenti sul palco ha registrato una performance spiccatamente negativa. Joe Biden ha indubbiamente mostrato più vigore del solito, duellando serratamente soprattutto con Sanders e la Warren. Uno spirito battagliero che tuttavia, dopo la prima ora di confronto, si è progressivamente affievolito, lasciando il posto a un’evidente stanchezza fisica. Anche stavolta, del resto, l’ex vicepresidente non si è salvato dai suoi classici lapsus: un fattore che, ormai da settimane, sta sempre più suscitando dubbi sul suo stato di salute. Senza poi dimenticare il passato politico che lo perseguita. Non solo – come abbiamo visto – sull’Iraq ma anche sull’immigrazione. Quando gli è per esempio stato chiesto conto dei numerosi rimpatri di clandestini attuati dall’amministrazione Obama, ha provato poco decorosamente a glissare, scaricando interamente la responsabilità sul suo ex principale. 

Bernie Sanders ed Elizabeth Warren hanno retto alla prova, mostrando tuttavia qualche limite rispetto ai passati confronti televisivi. Il primo è apparso molto (forse troppo) aggressivo, mentre la seconda è sembrata eccessivamente astratta su alcune questioni, ripetendo in certi casi quasi dei discorsi preconfezionati. Restano invece nel consueto limbo Kamala Harris e Pete Buttigieg: se la senatrice californiana si è in parte ripresa (pur senza guizzi eclatanti) dalla scadente performance televisiva di luglio, il sindaco di South Bend è restato sulle sue posizioni ondivaghe, a metà strada tra destra e sinistra, stentando a risultare incisivo. Modesta ripresa per l’ex deputato texano, Beto O’ Rourke che, dopo due prove totalmente scialbe nei primi confronti televisivi, questa sera è temporaneamente emerso sulla questione dei massacri e del controllo delle armi, soprattutto in riferimento alla recente sparatoria di El Paso. Nulla di che, infine, per il senatore del New Jersey, Cory Booker, che non è riuscito a capitalizzare la discreta performance televisiva di luglio.

Il quadro generale di queste primarie democratiche resta caratterizzato da una profonda incertezza. Nonostante nell’ultimo dibattito siano stati ammessi soltanto i dieci candidati più forti, ne restano in lizza ancora venti in totale. Tutto questo, mentre la classifica dei sondaggi, pubblicata da Real Clear Politics, continua a premiar Biden, vedendo Sanders e la Warren in lotta per la seconda posizione. Una situazione ormai cristallizzata, che difficilmente il confronto di Houston riuscirà a smuovere più di tanto. Anche Trump, dal canto suo, non può permettersi di dormire sonni troppo tranquilli. Un recente sondaggio del Washington Post lo dà infatti perdente contro  i cinque principali candidati democratici. Senza poi trascurare che, da metà agosto, i timori di una recessione stiano aleggiando sempre di più. Ragion per cui, il presidente non può fare esclusivamente affidamento sulle divisioni interne all’Asinello per essere rieletto il prossimo anno. L'economia si rivelerà infatti dirimente ed è in questo senso che vanno  lette le frequenti polemiche tra la Casa Bianca e la Fed in materia di tassi di interesse. La strada è comunque ancora lunga. E intanto gli occhi sono già puntati sul quarto dibattito tra i democratici, che si terrà a metà ottobre.

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