Corea: la diplomazia olimpica del presidente-pacifista del Sud, Moon Jae-in

Seul punta sulla distensione e accetta le condizioni di Pyongyang, ma Washington avverte: Kim vuole arrivare alla riunificazione

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La stretta di mano tra Kim Yo-jong e Moon Jae-in – Credits: STR/AFP/Getty Images

Non è ancora calato il sipario sulle Olimpiadi di Pyeongchang, ma per le due Coree è già tempo di bilanci. Una cosa è certa: la scelta rischiosissima del presidente sudcoreano Moon Jae-in di sfruttare i Giochi per creare un canale di comunicazione diretto con Kim Jong-un sembra aver già dato i suoi frutti. Il Presidente ha assecondato tutte le richieste di Pyongyang e si prepara ad incontrare il numero uno del regime in Corea del Nord. Scommettendo sulla bontà dell'approccio conciliante del Nord, però, sta bruciando il suo consenso politico e si sta allontanando dagli Stati Uniti, che invece credono ben poco nell'apertura di Kim arrivando a immaginare sia prodromica alla realizzazione di un nuovo sogno: usare l'atomica per riunificare la Penisola sotto la bandiera del Nord.  

Perché Moon vuole la pace a tutti i costi

Per Moon Jae-in il problema della Corea del Nord va oltre la crisi nucleare. I suoi genitori lasciarono il paese nel 1950 a bordo della SS Meredith Victory, la nave statunitense che aiutò 14mila rifugiati a scappare dalla Guerra di Corea. Moon è nato nel 1953, a Geoje, nel Sud del paese. I suoi genitori hanno condiviso con lui tanti dei loro ricordi della vita al Nord, convincendo Moon che la loro fuga fu determinata da un unico, fortissimo desiderio: quello di riacquisire un po' di libertà. 

Quello dei genitori del Presidente sudcoreano è un desiderio molto diffuso nella comunità dei rifugiati del Nord. Scappano per disperazione e perché sognano una vita migliore. Anche se spesso quella al di là del confine si dimostra molto peggiore di come era stata immaginata

Perché la strategia di Seul ha funzionato

Dopo essere stato eletto presidente, Moon Jae-in ha subito chiarito che la sua unica grande priorità sarebbe stata quella di rilanciare la distensione sulla Penisola. Traguardo apparentemente impossibile visto che l'escalation nucleare lanciata da Kim Jong-un era già iniziata da mesi. E invece, con pazienza infinita e pragmatismo, Moon è riuscito nel suo intento. O quanto meno è andato molto più avanti di quanto siano stati in grado di fare i suoi predecessori o i suoi alleati.

Pur non conoscendo Kim Jong-un, Moon sa bene che nessuno può permettersi di perdere l'attimo quando si tratta di negoziare con Pyongyang, perché tutti i passi indietro fatti potrebbero richiedere mesi, se non anni, per essere recuperati. E così, pur sostenendo indirettamente Cina e Stati Uniti nei rispettivi tentativi di esercitare pressioni su Kim, Moon ha scelto di non associarsi a nessuno dei due, ed è andato avanti da solo appena le circostanze lo hanno permesso. Giocando su un terreno, quello della fratellanza intercoreana, molto caro anche a Kim.

L'assist olimpico

Le Olimpiadi hanno fatto il resto: non appena, nel discorso ufficiale di inizio anno, Kim Jong-un ha esplicitato la sua intenzione di far partecipare la Corea del Nord alle Olimpiadi invernali di Pyeongchang, Moon ha fatto in modo che questo succedesse. Accettando tutte le condizioni di Pyongyang che, a sua volta, consapevole dell'importanza della posta in gioco e della linea estremamente conciliante adottata da Moon, ha deciso di non esagerare. E così gli atleti delle due Coree hanno sfilato insieme sotto la bandiera della riunificazione, gli sciatori del Nord e del Sud si sono allenati insieme, è stata creata una squadra femminile di hockey "coreana", e anche i campioni di taekwondo hanno combattuto insieme.

Kim Yo-jong

La vittoria più grande per Moon non è stata quella di vedere competere squadre coreane, ma di poter accogliere Kim Yo-jong, la sorella minore di Kim Jong-un e prima componente della famiglia Kim a recarsi al Nord dal 1948, in Corea del Sud. I due si sono incontrati nel Palazzo presidenziale a Seul, dove la donna ha consegnato a Moon una missiva del fratello contenente l'invito a recarsi al Nord per un nuovo summit intercoreano.

La reazione dei coreani del Sud

Non tutti i coreani sembrano essere d'accordo sul considerare l'invito di Kim Jong-un un successo. La sua ambiziosa linea coreana Moon l'ha pagata cara sul piano dei consensi: dall'82 per cento degli inizi il Presidente è sceso al 59,7 per cento, il tasso di popolarità più basso mai registrato. Molti pensano che le concessioni di Moon non porteranno a nessun risultato concreto, ma stanno solo regalando maggiore prestigio e forza politica a Pyongyang.

Il dibattito sulle concessioni eccessive

Quello che non tutti sanno è che per permettere alla Corea del Nord di partecipare alle Olimpiadi è stato necessario fare tantissime concessioni. Il regime sanzionatorio contro Pyongyang, ad esempio, è stato parzialmente sospeso, e una serie di misure di transito temporanee sono state adottate per permettere agli atleti di arrivare al Sud. Anche l'equipaggiamento è stato un problema, perché per quanto il Cio autorizzi gli aiuti ai Paesi in Via di Sviluppo, per evitare problemi e polemiche sono state selezionate solo attrezzature sportive non realizzate da aziende americane, e queste ultime non sono state regalate ma solo noleggiate o prestate. Insomma, Seul ha fatto davvero di tutto per risolvere in fretta tutti i problemi che avrebbero potuto impedire la partecipazione della Corea del Nord alle Olimpiadi e non perdere l'occasione per massimizzare i risultati di questa improvvisa apertura. Ma i dubbi sui vantaggi reali di una linea estremamente conciliante restano.

L'ambiguità della retorica sulla riunificazione

Le incognite più grandi restano due. La prima è freddezza americana sui passi avanti sul piano del dialogo, con il Vice Presidente americano Mike Pence che, lasciata Pyeongchang, avrebbe dichiarato "se ci tenete a parlare parleremo", ma "nessuna concessione concreta potrà essere autorizzata fino a quando la Corea del Nord non si impegnerà in un piano di denuclearizzazione". La seconda è l'insistenza di Pyongyang sul fronte della "riunificazione". Durante l'incontro con Moon Jae-in, la sorella di Kim ha fatto dichiarazione molto importanti. "Mi auguro di poterla vedere presto a Pyongyang", ha esordito, aggiungendo "Se incontrerà il presidente e scambierà con lui opinioni su molte questioni, le relazioni tra il Nord ed il Sud potranno migliorare rapidamente e il passato sembrerà un lontano ricordo". Congedandosi, la donna ha ribadito la sua speranza "che il presidente lasci la sua impronta nella storia e sarà ricordato dalle future generazioni per aver avuto un ruolo importante nell'aprire una nuova era per la riunificazione".

Ebbene, pare che il nodo dello scontro tra Washington e Seul sulla strategia coreana stia proprio nella diversa interpretazione di questa idea di "riunificazione" che sembra diventare sempre più popolare a Pyongyang. Kim Yo-jong è un'esperta di propaganda, quindi avrà certamente soppesato le sue parole. La Corea del Sud punta al pragmatismo, e crede che un equilibrio più problematico di quello attuale sia impossibile da raggiungere. Quindi investe sul dialogo nella speranza che Kim Jong-un decida di interrompere definitivamente l'escalation nucleare sulla Penisola. Washington invece rischia di più nell'immaginare gli interessi di Kim di lungo periodo, e teme che la nuova capacità nucleare possa essere usata per arrivare alla riunificazione sotto la bandiera del Nord. O almeno questo è ciò che pensa l'intelligence. La tensione, quindi, resta alta, e gli scenari futuri ancora più difficili da prevedere. L'unico appiglio che resta è sperare che Moon, grazie al suo background norcoreano, riesca meglio degli Stati Uniti a interpretare idee e umori di Kim Jong-un.

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