Corea del Nord, dove poteva arrivare il missile sul Giappone

Ha percorso 2.700 km prima di inabissarsi ma secondo Seul poteva raggiungere i 5 mila km. Possibile un nuovo test nucleare

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Un maxi schermo mostra la mappa della Corea del Nord e del Giappone con il tracciato del missile lanciato il 29 agosto – Credits: TOSHIFUMI KITAMURA/AFP/Getty Images

Redazione

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All'alba del 29 agosto un missile della Corea del Nord ha sorvolato il territorio del Giappone per poi inabissarsi al largo dell'isola di Hokkaido. 2.700 chilometri di percorso e un unico risultato: alzare nuovamente la tensione tra Pyongyang e l'asse Usa-Giappone-Corea del Sud.

Il missile balistico sarebbe infatti il primo disegnato per trasportare una testata nucleare come riportato dai media sudcoreani che definiscono questa minaccia come la più aggressiva di Pyongyang verso un alleato Usa.

Ma c'è di più. Secondo il ministero della Difesa sudcoreano la Corea del Nord avrebbe limitato alla metà delle sue potenzialità la gittata del missile che, se programmato al massimo delle sue possibilità, avrebbe potuto percorrere tra i 4.500 e 5.000 km. Una distanza sufficiente per raggiungere le basi militari Usa nell'isola Guam.

Secondo quanto riferito dal vice ministro sudcoreano della Difesa Suh Choo-suk, è "probabile" che Pyongyang continui con i suoi lanci, "inclusi quelli di missili balistici e un sesto test nucleare, per dimostrare i miglioramenti nelle capacità sul fronte delle testate nucleari".

Perché è importante

L'operazione nordocoreana è una chiara provocazione a un Paese che, negli ultimi mesi, si è mostrato assolutamente solidale con gli Stati Uniti d'America nella sfida contro Pyongyang.

È la terza volta che un missile viene lanciato verso il territorio giapponese dopo il primo test del 1998 e il secondo del 2009. Continua dunque la strategia della paura del dittatore nordcoreano Kim Yong-un, che ogni tanto sgancia una sua testata a titolo dimostrativo (18 nel 2017).

Gli ultimi tre missili balistici a corto raggio sono stati sparati tra il 25 e il 26 agosto e uno era caduto proprio nel mar del Giappone. Il governo di Tokyo aveva allertato le forze di autodifesa.

Le reazioni

Il governo giappponese, infatti, ha subito definito l'operazione "una minaccia grave senza precedenti" che mina "la pace e la sicurezza" mentre da Seul è arrivata la prima risposta militare con manovre aree al confine.

Inoltre è stata convocata una riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza dell'Onu in cui Tokyo ha già anticipato che "chiederà con forza di aumentare le pressioni sulla Corea del Nord con la cooperazione della comunità internazionale", ha spiegato il premier giapponese Shinzo Abe che ha anche sentito il presidente americano Donald Trump con il quale ha concordato sulla necessità di intensificare le pressioni su Pyongyang. Trump ha detto che gli Usa "sono al 100% con il Giappone" e ha ribadito il forte impegno nella difesa di Tokyo, secondo quanto riferito da Abe.

Anche la Russia si è detta "estremamente preoccupata" dalla situazione e ha denunciato "una tendenza verso l'escalation" delle tensioni.
"Vediamo una tendenza all'escalation e siamo estremamente preoccupati dallo sviluppo generale della situazione", ha dichiarato il viceministro degli Esteri russo,
Serghei Ryabkov, citato da Ria Novosti. Il viceministro ha poi ribadito quanto già sostenuto in passato da Mosca: "È evidente a tutti che la risorsa della pressione sulla Corea del Nord attraverso le sanzioni è esaurita"

Sullo stesso tono la Cina che ha avvertito: le tensioni nella penisola coreana sono arrivate "a un punto di non ritorno" e ha chiesto moderazione.
La portavoce del ministero degli Esteri a Pechino, Hua Chunying, ha ripetuto l'appello a colloqui di pace da parte del governo di Pechino, sostenendo che "pressione e sanzioni" contro la Corea del Nord "non possono di fatto risolvere la questione".

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