Corea del Nord: il ruolo della Cina per evitare la guerra

Dopo aver sostenuto l'iniziativa Onu, Pechino pone le sue condizioni, e chiede a Seul e Washington di interrompere le esercitazioni militari nella Penisola

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Il lancio del missile intercontinentale del 29 luglio 2017 su schermi televisivi a Pyongyang, Corea del Nord – Credits: KIM WON-JIN/AFP/Getty Images

Claudia Astarita

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Abbiamo già scritto che il fatto che la Cina non abbia ostacolato l'approvazione di nuove sanzioni contro la Corea del Nord fosse un segnale molto positivo, nonostante Kim Jong-un abbia subito colto la palla al balzo per minacciare che i paesi che hanno approvato le sanzioni "pagheranno un prezzo mille volte maggiore" per questa scelta sconsiderata.

Eppure, il semplice fatto che il Consiglio di Sicurezza sia riuscito a trovare all'unanimità un accordo che dovrebbe privare Pyongyag di circa un miliardo di dollari all'anno in introiti generati dall'export vietando agli Stati che fanno parte delle Nazioni Unite di importare carbone, ferro, piombo e prodotti ittici, che insieme rappresentano circa un terzo delle esportazioni coreane, è una grande novità.

E lo è ancora di più se si pensa che le sanzioni Onu vietano di creare joint ventures che coinvolgano entità, imprese o individui coreani, e impediscono di aumentare il numero di lavoratori coreani già impiegati in progetti di collaborazione bilaterale che hanno come protagonista la Corea del Nord. Il che vuol dire niente più rimesse dall'estero, altra fonte di reddito importante per il regime visto nel 2015 erano stati censiti almeno 50mila lavoratori nordcoreani impiegati in una dozzina di paesi, tra cui i più rappresentativi sono Cina, Russia, Mongolia e Polonia. 

 

Perché la Cina ha approvato le sanzioni

Se consideriamo che la Cina è il partner economico di riferimento per la Corea del Nord, sia sul piano commerciale sia su quello degli investimenti interni, è evidente che il suo appoggio incondizionato al nuovo regime sanzionatorio potrebbe fare la differenza per il successo dello stesso. In passato, infatti, le sanzioni hanno fallito anche perché c'è sempre stato qualche altro paese, e in particolare Cina e Russia, pronto a non rispettarle lasciando a Pyongyang un margine sufficiente per rimanere a galla.

Oggi la situazione pare cambiata: la Cina appoggia la comunità internazionale perché, evidentemente, non ce la fa più a sopportare gli alti e bassi di Kim Jong-un. Attenzione però: il fatto che la Cina abbia deciso di partecipare all'iniziativa Onu non significa che Pechino non abbia chiesto nulla in cambio, anzi.

Le condizioni di Pechino

A 24 ore di distanza dall'approvazione delle sanzioni è uscito un editoriale sul People's Daily, di fatto la voce del Partito cinese, che rilancia la possibilità di dialogo basata su quello che la Cina definisce la "doppia sospensione". Una manovra che impegnerebbe Stati Uniti e Corea del Sud a sospendere ogni attività militare nell'area, esercitazioni congiunte incluse, a patto che la Corea del Nord interrompa a sua volta test missilistici e nucleari. A quel punto, una volta recuperata un minimo di stabilità nella regione, sarebbe di nuovo possibile sedersi a un tavolo per negoziare.

L'editoriale del People's Daily sottolinea anche come la Cina sia stato, fino ad oggi, l'unico paese ad agire in maniera responsabile nei confronti della Corea del Nord: vale a dire mostrandosi infastidita dai test, ma senza mai minacciare una risposta automatica, e schierandosi anche contro l'installazione di un sistema antimissili in Corea del Sud che non fa altro che aumentare i rischi di un'escalation. 

Perché la Cina potrebbe avere ragione

Ha ragione la Cina? In parte. Per quanto Pechino, soprattutto nell'era di Xi Jinping, non sia riuscita a mantenere un buon rapporto con la Corea del Nord, il semplice fatto di essere il paese che più soffrirebbe per un eventuale collasso nordcoreano (sia per i profughi sia per la difficoltà di ritrovarsi a negoziare una nuova linea di confine con Stati Uniti e Corea del Sud), l'ha indotta a mantenere un atteggiamento più cauto. 

È possibile però che la diplomazia si riuscita in questi mesi di grandi tensioni ad aprire un canale di dialogo con Pyongyang, ed è possibile che l'approvazione delle sanzioni in sede Onu sia una delle tante mosse di un programma di de-escalation concordato anche con Kim Jong-un.

Come negoziare con Kim Jong-un

Quest'ultimo non si può permettere di rimanere economicamente isolato, ma nemmeno può perdere la faccia, con la comunità internazionale e col suo popolo. Ecco perché proprio oggi la "doppia sospensione" potrebbe funzionare: il giovane Kim ha già dimostrato di aver fatto passi avanti notevoli in campo nucleare, e il paese potrebbe sentirsi soddisfatto dall'avere la consapevolezza di poter colpire, se necessario, il territorio statunitense con un missile balistico intercontinentale. Quindi smettere oggi di fare esperimenti potrebbe non essere un problema.

Per fare in modo che Kim Jong-un accetti questa possibilità, però, è necessario ricompensarlo in qualche modo. Interrompere ogni tipo di attività militare nella penisola potrebbe essere un buon modo per farlo. Lo stesso vale per lo smantellamento del sistema antimissile, il Thaad, che la Corea del Sud ha messo in piedi con il sostegno degli americani. Mossa, questa, che farebbe contenta anche la Cina che si è opposta con grande forza al progetto sin da quando quest'ultimo è stato messo per la prima volta sul tavolo (e iniziando una manciata di mesi fa anche una mini guerra commerciale con la Corea del Sud quando Seul ha deciso di ignorare le sue critiche e procedere all'installazione).

Il punto di vista di Stati Uniti e Corea del Sud

Confermare questa ricostruzione è come sempre molto difficile visto che tra i paesi chiamati in causa ve ne sono alcuni che spiccano per la non trasparenza delle loro decisioni. Tuttavia, vista la situazione, forse potrebbe valere la pena esplorare la strada proposta dalla Cina, anche se così facendo sarebbero Stati Uniti, e soprattutto Corea del Sud, ha pagarne il prezzo più alto in termini di credibilità strategica nella regione. Resta quindi da vedere se per Seul e Washington sarà più importante evitare una guerra nucleare o arretrare di un paio di posizioni sullo scacchiere asiatico.

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