Contadino Usa contro Monsanto: un brevetto non è per sempre

Si è aperto alla Corte suprema il caso di un agricoltore che sfida la multinazionale sulla soia ogm. Anche in Europa sempre più semi con il copyright

Vernon Hugh Bowman davanti alla Corte suprema (credits: MANDEL NGAN/AP)

Franca Roiatti

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Lo scontro ha tutti i connotati  della classica lotta tra Davide e Golia, ma è soprattutto una sfida tra biotech e agricoltura, leggi dell’uomo contro leggi della natura. I contendenti sono la Monsanto e un contadino dell’Indiana, Vernon Hugh Bowman, 75 anni, da 5 in guerra con la multinazionale Usa dell’agrobusiness. E fin qui non ci sarebbe molto di nuovo. Il colosso di Saint Louis ha almeno 150 cause aperte contro contadini “ribelli”. Questo, però, è arrivato il 19 febbraio alla corte suprema degli Stati Uniti ha reso particolarmente nervosi non solo la Monsanto, ma anche la Bsa, associazione che raggruppa i produttori di software e molte università.

Perché? Questo è il primo caso che sfida la Monsanto sul terreno della durata di un brevetto. Fino a quando le caratteristiche genetiche modificate rimangono coperte dalla legge che regola la proprietà intellettuale? Per sempre o solo fino al raccolto della soia in questo caso?

Bowman, come tutti i coltivatori americani di soia ogm del tipo Roundup Ready, resistente all’omonimo pesticida, comprava regolarmente ogni anno le sementi pagando i diritti alla Monsanto. E, come da accordi, evitava di conservare parte del raccolto per la semina dell’anno seguente, perché i semi in questione sono coperti da brevetto. Ad un certo punto, tuttavia, avendo deciso di destinare alcune centinaia di ettari alla semina tardiva, più rischiosa, Bowman cerca un’alternativa più economica ai semi Roundup. Li acquista al locale consorzio che vende soia generica destinata, di solito, ai mulini o ai mangimi per gli animali.

L’agricoltore è convinto che in mezzo alla soia ordinaria, ci sia anche quella derivata da progenitori ogm, contenente i tratti che le permettono di sopravvivere ai pesticidi. Le prove sul campo gli danno ragione. Bowman individua le piante che sono sopravvissute alle sostanze chimiche, ne salva i semi e li ripianta per otto anni. In sostanza ha scoperto un buco nella fortezza legale che protegge i prodotti biotech, ed è così convinto di non infrangere alcuna norma che non si nasconde. In fondo i semi si moltiplicano e alcuni dei tratti ogm si sono tramandati.

La Monsanto, ovviamente non è d’accordo, e nel 2007 lo trascina per la prima volta davanti ai giudici, per  aver violato il brevetto Roundup, che secondo la multinazionale si estenderebbe anche ai semi derivati dagli originali ogm. In pratica per l’eternità. Due tribunali si sono espressi in modo opposto sulla vicenda. E ora la corte suprema deve dirimere la questione. Ha ragione Monsanto a reclamare un brevetto perpetuo o Bowman che dice io ho comprato semi generici “accidentalmente” ogm e quindi non più tutelati da accordi? In fondo i semi si moltiplicano in natura, computer, iPhone o macchine industriali no.  

L’eventuale sostegno alle tesi di Bowman. “Sarebbe devastante per i processi di innovazione” sostiene Monsanto, la Bsa parla di rischio aumento della pirateria. Bowman, che non si sente Davide, ma uno “che sta dalla parte giusta” replica: “ Monsanto non dovrebbe terrorizzare i contadini solo perché ha milioni di dollari da investire nelle spese legali”.

L’amministrazione Obama sembra parteggiare per la Monsanto. Il ministro della giustizia John Roberts ha detto che le aziende non  svilupperebbero nuove tecnologie se altri potessero copiarle senza pagare. Alcuni giudici della corte suprema avrebbero posizioni favorevoli alla multinazionale. Ma la partita è aperta e la decisione è attesa per giugno.  

Una cinquantina di gruppi e ong hanno fatto pervenire le loro motivazioni a sostegno di Bowman. Tra loro Center for Food Safety  e di Save our seeds  che denunciano da tempo  la concentrazione di mercato derivata dalle regole sulla proprietà intellettuale: “Dieci multinazionali controllano circa due terzi del mercato delle sementi per i principali prodotti agricoli. Questo si traduce in un continuo aggravio di costi per gli agricoltori americani”.

In Europa dove gli ogm sono ufficialmente banditi e dove la normativa sui brevetti non è così stringente come negli Usa, la questione di chi possiede semi e piante  fa comunque discutere.

Una direttiva Ue del 1998 stabilisce che non sono brevettabili varietà animali e vegetali e processi di selezione biologica degli stessi, tuttavia, surrettiziamente sta accadendo, denuncia l’associazione No Patent on seeds . Un rapporto fa alcuni esempi: la Monsanto ha incrociato con metodi convenzionali una varietà indiana di melone resistente a un virus che aveva devastato le produzioni in Europa, nord america e nord Africa. Ha ottenuto una specie con i tratti “indiani” che ha brevettato. Questo rende possibile, in teoria, impedire a chiunque l’accesso al materiale genetico che contiene la caratteristica della resistenza al virus. Altri brevetti simili sono stati accordati a Basf, Syngenta e altre grosse realtà del biotech.  

“Di fatto gli ogm come li conosciamo sono in declino, perché il costo di selezione è alto, e non sono più di moda, troppe polemiche” aggiunge Antonio Onorati dell’ong  Crocevia , “Si fa ricorso alla biologia molecolare per individuare il tratto necessario, si sposta laddove serve e poi si conclude il processo in campo attraverso incroci convenzionali. Tutto questo fa apparire il processo come naturale, ma in realtà spesso siamo più di fronte a prodotti di farmacia più che di agricoltura. Non a caso si parla di ogm clandestini ”

Nell’Ue è in corso una ridefinizione della legislazione, conclude Onorati, che avvicina sempre più  la possibilità di imporre brevetti anche sulle sementi non ogm.

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