Consigli di sopravvivenza per i Paesi dell’Eurozona mediterranea

L’uscita di Atene dall’Eurozona non è mai stata considerata un’alternativa possibile: ecco perché gli Stati indebitati devono cambiare strategia

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Il cancelliere tedesco, Angela Merkel, con il suo ministro delle Finanze, Wolfang Schauble – Credits: ODD ANDERSEN/AFP/Getty Images

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Durante questi mesi si è sentito più volte ripetere che non esisteva un piano B per la Grecia. Quindi per l’esecutivo del premier Alexis Tsipras l’unica opzione possibile era il rispetto di quanto concordato tra la Troika e i governi ellenici precedenti e l’accettazione del nuovo piano di riforme, privatizzazioni e tagli elaborato dai tecnici di Bruxelles.  Questo nuovo piano non prevedeva nessuna ristrutturazione del debito greco, ma soltanto una serie molto lunga di misure draconiane che avrebbero non solo aggravato la crisi economica e sociale che ha sconvolto negli ultimi cinque anni la Grecia, ma posto una pesante ipoteca sul futuro delle prossime generazioni del suo popolo, di fatto condannato a onorare un debito insostenibile.  In questo lasso di tempo nella Troika e nelle strutture intergovernative di Bruxelles non si è sentita nessuna voce fuori dal coro, ad eccezione dello staff tecnico del Fondo Monetario Internazionale (FMI), almeno dal 2013 sostenitore della necessità di un deciso haircut del debito sovrano di Atene.

Di tutt’altro avviso è stato il direttore generale del FMI, quella Christine Lagarde, delfina dell’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, così determinata nel richiedere la capitolazione di Atene da meritarsi l’appellativo di “capo dei terroristi” da parte dei greci.

La Grexit non è mai stata un’opzione per l’UE
Il professore di economia Yanis Varoufakis, giovane ministro delle Finanze greco fino a poche settimane fa, ha però rischiato di far deragliare il treno dell’austerità ad ogni costo e dei bilanci in ordine. Applicando quello che insegna ai suoi studenti con la teoria dei giochi, Varoufakis ha riaperto la partita e offerto una chance non solo alla Grecia, ma a tutta l’Eurozona mediterranea accomunata dallo stesso destino. La premessa è che, come hanno affermato in molti, la Grexit non è mai stata un’opzione per l’Unione Europea, per un insieme di ragioni che proviamo ad analizzare.  

La Grexit avrebbe segnato il fallimento di un processo d’integrazione economica, sociale e politica codificato a partire dai Trattati di Roma. La Grexit avrebbe aperto la strada ad attacchi senza fine ai titoli dei Paesi con debito eccessivo. I circa 2.000 miliardi ripartiti su 28 Stati su cui può contare la Banca Centrale Europea (BCE) sono misera cosa rispetto alla potenza di fuoco della speculazione internazionale. Uno a uno, come in un tragico effetto domino, i Paesi della cintura mediterranea dell’euro sarebbero caduti e la crisi dello spread alla fine avrebbe coinvolto Italia e Francia.  

Secondo la BCE in euro è denominato il 26% delle riserve valutarie mondiali, al secondo posto dopo il dollaro, e il 39% degli scambi internazionali. Cosa sarebbe accaduto se improvvisamente l’euro semplicemente non fosse più esistito perché Spagna, Portogallo, Italia e Francia insieme alla Grecia (in totale oltre il 50% degli abitanti dell’Unione) fossero stati costretti ad abbandonare l’Eurozona?  Sarebbe stata una tempesta perfetta capace di travolgere ogni cosa, dalla tenue crescita degli USA, all’intero sistema bancario mondiale, in cui le banche “Troppo Grandi per Fallire” (TBTF, Too big to fail) – stracolme di derivati, circa il 98% dei quali su tassi di interesse, tassi di cambio e CDS (credit default swap) nelle banche USA o in Europa nella Deutsche Bank – non avrebbero potuto onorare gli impegni per centinaia di migliaia di miliardi di dollari. Le banche TBTF sarebbero fallite perché questa volta nessuno avrebbe potuto salvarle e allora, come annota splendidamente Julie Steinhardt (Eli Wallach) in Wall Street 2 – Money never sleeps, “Gonna be the end of the world”.  

Dal referendum alla soluzione del protettorato tedesco
Con l’idea del referendum Yanis Varoufakis aveva rilanciato la posizione greca e con un pacchetto di misure – emissione di cambiali IOU (“I owe you”, “Ti devo”), sottrazione del controllo della Banca di Grecia alla BCE e prima ristrutturazione del debito verso la BCE – avrebbe messo in seria difficoltà la Troika.

La minaccia della Grexit, agitata come una clava da mesi dal cancelliere tedesco Angela Merkel e dal suo discusso ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble, sarebbe diventata una strategia anche a uso della Grecia e, per una sorta di compensazione, Atene sarebbe uscita dal negoziato. La Grecia con quelle misure dichiarava di non temere alcuna soluzione estrema, non solo perché nei fatti l’uscita dall’euro avrebbe prodotto minori danni del pacchetto di proposte avanzato dalla Troika, ma soprattutto perché dimostrava di essere consapevole che la sua realizzazione avrebbe prodotto danni infinti all’Eurozona, all’Unione e all’intera economia mondiale.  Purtroppo le proposte di Varoufakis sono state bocciate (4 a 2) dall’esecutivo di Syriza e, dopo la sua sostituzione con Euclid Tsakalotos, il premier Tsipras si è presentato senza potere negoziale all’Eurosummit di Bruxelles. A quel punto ha avuto buon gioco il ministro Schauble a imporre, nella peggiore tradizione nazionale, una “pace cartaginese” e a trasformare la Grecia in un protettorato, “distruggendo in una sola notte il capitale politico accumulato in oltre mezzo secolo”, ha affermato Jurgen Habermas, padre della scuola di Francoforte e uno dei più autorevoli filosofi tedeschi.

Consigli per i Paesi dell’Eurozona mediterranea
La lunga trattativa tra Atene e Bruxelles e le sue recenti evoluzioni (proposta di taglio del debito da parte di FMI e BCE) offrono alcuni importanti suggerimenti per un futuro, non troppo lontano, che potrebbe vedere altri Paesi dell’Eurozona mediterranea oggetto delle prove muscolari della Germania e dei suoi vassalli:

1) Le trattative vanno condotte da esperti capaci di governare le emozioni con la razionalità e in grado di sopportare il peso di rischi estremi;
2) Le negoziazioni sono un processo lungo e bisogna convincere la controparte di essere in grado di accettare e gestire con il proprio popolo le conseguenze estreme (il blocco navale a Cuba servì a convincere l’URSS a smantellare le armi nucleari installate nel Paese centroamericano e scongiurare l’“olocausto nucleare”, così come il bombardamento della Cambogia servì a convincere Mosca e Pechino a restare fuori dalla guerra del Vietnam ed evitare agli Stati Uniti le battaglie campali di una nuova Corea);
3) Anche la parte più debole, se gioca bene le sue chance, può comportarsi come un “leone tra agnelli” e vedersi riconoscere una resa condizionata.

  Gli sviluppi della pace cartaginese imposta alla Grecia da Schaeuble non sono affatto conclusi e le sorprese, come l’apertura della Merkel alla ristrutturazione delle scadenze e degli interessi sul debito greco, sono dietro l’angolo. Con il passare dei giorni, quello che emerge sempre più chiaramente è che la Grexit non è mai stata considerata dalla Troika un’alternativa possibile e che una resa meno onerosa – nessuno infatti ha mai ritenuto che la Grecia potesse vincere la battaglia contro ogni riforma – era per Atene assolutamente a portata di mano.

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