Conferenza sul Medio Oriente: ha senso senza Israele?

Va in scena a Parigi un tentativo di mediare la pace in Medio Oriente, ma senza Tel Aviv. Il j'accuse del colonnello israeliano Lerman

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I soldati israeliani intorno ai corpi dei colleghi uccisi nell'attentato dell'8 gennaio 2017 – Credits: MENAHEM KAHANA/AFP/Getty Images

Eran Lerman*

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Per Lookout news

Mentre circa cinquanta nazioni partecipano al vertice di Parigi sul processo di pace in Medio Oriente - senza Israele - si è tentati dall’usare una metafora teatrale: sembra un’altra rappresentazione di “Amleto senza il principe”.

Con i decisori politici israeliani e con un ampio spettro dell’opinione pubblica sempre più distanti dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite 2334 e dalle sue conseguenze, è improbabile che la conferenza di Parigi produca un’ondata di sostegno per i rinnovati sforzi di pace che il governo francese sembra voler cercare. È più probabile che accada il contrario. Le pressioni internazionali finiranno direttamente per essere manipolate dall’estrema destra israeliana, che vede tutto ciò come la prova che non c'è davvero nessuna differenza tra il quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme e alcuni avamposti su una collina brulla a metà strada tra Ramallah e Nablus.


È vero, sono in molti nel mondo - tra cui il Consiglio di Sicurezza - ad aver denunciato il recente attacco terroristico di Gerusalemme e ad aver riconosciuto che, in questo senso, Israele si trova fianco a fianco con il mondo civilizzato e con le forze di stabilità e progressiste del mondo arabo, contro la follia che minaccia d’inghiottire la regione. Tuttavia, questi stessi che lo hanno fatto - e non c'è motivo di dubitare della loro sincerità - non riescono a domandarsi se il sostegno alla 2334 o a un simile spettacolo coercitivo in scena a Parigi (che potrebbe portare a un’altra proposta al Consiglio di Sicurezza) non riduca invece l’effettiva capacità di Israele di difendere i propri cittadini da tali attacchi d’ora in avanti.


In ciò risiede una contraddizione pericolosa. Dal punto di vista di Israele, per sostenere la propria capacità difensiva - non ultimo, attraverso robuste misure di sicurezza che implichino una presenza militare a lungo termine nella Valle del Giordano, di vitale interesse tanto per gli israeliani, quanto per palestinesi e giordani (che non può essere sostituita da presenza straniera) - è inevitabile un compromesso doloroso da raggiungere tra le parti al tavolo dei negoziati. Mentre, invece, azioni come la 2334 e spettacoli come quello di Parigi, riducono notevolmente la motivazione necessaria ai negoziatori palestinesi di pervenire a tali ardue decisioni, se gli si permette di accarezzare la speranza che potranno comunque ottenere il sostegno attraverso una soluzione imposta.


Lo stesso vale per la questione del compromesso territoriale. Supporre che la sistemazione finale delle aree conseguite da Israele nella guerra del 1967 comporti lo sradicamento massiccio di centinaia di migliaia di ebrei dalle proprie case nella loro patria, è pura fantasia: ma forse, ispirato dai film di Hollywood, il raduno a Parigi offre alla leadership palestinese i biglietti per questo La La Land.

 

Le vere prospettive di pace - che richiederanno concessioni molto dolorose da entrambe le parti, ma che non possono certo conformarsi allo stato mentale palestinese indotto dalla 2334 - non si possono basare su qualcosa che suggerisce anche lontanamente che Israele possa dover essere costretto a un così massiccio trasferimento di persone (per non parlare della spartizione della città di Gerusalemme). La Conferenza di Parigi sembra quindi destinata a rappresentare un esercizio di futilità - o, peggio, uno spettacolo diplomatico autolesionista e controproducente.

 *Il Colonnello Eran Lerman è oggi ricercatore del Begin-Sadat Center for Strategic Studies. Già deputato per la politica estera e gli affari internazionali presso il Consiglio di sicurezza nazionale nell’Ufficio del Primo Ministro israeliano, ha ricoperto incarichi di alto livello nell’intelligence delle forze armate israeliane per oltre vent’anni ed è stato direttore israeliano dell’American Jewish Committee.

 

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