Esteri

Compravendita di visti: il caso del consolato italiano in Iraq

La Farnesina ha inviato ispettori per verificare 152 episodi sospetti di vendita di permessi per l'Europa per 10mila euro a siriani e iracheni già respinti

Battaglia di Mosul, Iraq

Luciano Tirinnanzi

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Entrare in Europa per iracheni e siriani non è mai stato così difficile. E costoso. Curdi e arabi dovevano pagare all’ambasciata italiana fino a 10 mila euro per ottenere un visto che ne costa solo 90. È questo, in sintesi, il cuore di “Visagate”, un’inchiesta ancora in corso che coinvolge la sede diplomatica italiana nella città di Erbil, capitale de facto del Kurdistan iracheno.

Sotto la lente degli ispettori inviati dal Ministero degli Esteri italiano, ci sono infatti oltre 150 visti d’ingresso sospetti che alcuni funzionari dell’ambasciata italiana avrebbero rilasciato ai richiedenti che desideravano entrare nell’area Schengen, dietro il pagamento di cifre esorbitanti e incongrue secondo i prezziari della Visametric, l’agenzia incaricata di preparare le domande ufficiali.

 

La Farnesina non ha commentato ufficialmente la notizia apparsa il 27 febbraio sul Corriere della Sera a firma di Lorenzo Cremonesi, secondo cui "è ormai quasi un anno che dalla sede della rappresentanza italiana a Erbil giungono voci di bustarelle e soprattutto operazioni poco pulite per ottenere l’agognato visto che permette l’accesso all’area Schengen".

Per il momento, il Visagate non ha ancora trovato spazio sugli altri media nazionali e internazionali, e la notizia è stata data in sordina dallo stesso quotidiano di Via Solferino. Ciò detto, anche se la notizia trapela solo ora, la Farnesina ha inviato una commissione d’inchiesta a Erbil già prima di Natale del 2016, allo scopo di far luce sulla triste vicenda. Il sospetto è che, se ancora a marzo non si è giunti ad alcuna chiusura dell’indagine, forse qualcosa d’irregolare è stato trovato davvero in Kurdistan.

I presupposti per lo scandalo ci sono tutti: chi si vedeva respinte le richieste d’ingresso nell’area Schengen, sapeva di potersi recare all’ambasciata italiana per ottenere quanto richiesto dietro compenso. A detta dai locali, infatti, la nostra rappresentanza diplomatica locale sarebbe stata considerata "più malleabile e vulnerabile dalle mazzette". Secondo le testimonianze di fonti curde, i comportamenti gravi erano noti: "Si devono versare soldi, tanti soldi in contanti. Altrimenti non riesci neppure a far giungere le tue pratiche agli sportelli del consolato", riferivano già nell’ottobre scorso.

Altre fonti del Corriere della Sera, definite “ben informate”, hanno fornito a Cremonesi altri dettagli: "molti tra coloro che hanno ottenuto il visto in modo irregolare sono cittadini curdi locali. Ma quasi la metà sarebbero arabi iracheni e tra loro anche tanti profughi siriani. La questione si fa delicata. Pare infatti che alcuni di questi ultimi fossero stati rifiutati da altri consolati europei per motivi di sicurezza. Con gli italiani invece è stato sufficiente pagare".

Adesso, si attendono i risultati dell’inchiesta predisposta dal Ministero degli Esteri. Se tali accuse dovessero essere confermate dagli ispettori della Farnesina, gli incartamenti finiranno sul tavolo della Procura di Roma, competente per i reati commessi all’estero secondo la legge italiana. Ad alimentare i sospetti e a pesare sul caso in qualche maniera è anche la prematura partenza del console italiano nel Kurdistan iracheno Alessandra Di Pippo, che a fine gennaio ha ufficialmente lasciato Erbil per "gravi problemi familiari". In proposito, il nuovo portavoce del ministero degli Esteri, Marco Peronaci, ha dichiarato: «la questione (dei visti, ndr) era stata segnalata con urgenza già a fine estate dalla nostra console, Alessandra Di Pippo, che, sebbene fosse arrivata a Erbil da poco tempo, ne aveva subito colto la gravità».

Sia come sia il Visagate - ancorché tutto da dimostrare - appare come una vicenda molto italiana, che ricorda da vicino le storie tragicomiche di corruzione di cui il nostro paese è spesso protagonista. Come i “giochi delle tre carte” descritti nel romanzo Albergo Italia di Carlo Lucarelli, un giallo ambientato nella Colonia Eritrea d’inizio Novecento e la cui sinossi recita: "inseguendo quello che appare un comico pasticcio coloniale, arrivano dritti al cuore nero di una Nazione appena nata, ma che somiglia moltissimo alla nostra".

Ecco, nel neonato Kurdistan come nel fallito Iraq oggi c’è anche un pezzo d’Italia e, forse, dopo il Visagate scopriremo che non è esattamente la sua parte migliore a essere rappresentata. Oltre a cercare di riportare la pace in Iraq e di riparare la diga di Mosul, infatti, il nostro paese si potrebbe distinguere anche per aver contribuito a scrivere un pezzo di storia assai poco edificante. Un episodio che, se non fosse immerso in un contesto tragico come la guerra civile siro-irachena, avrebbe i tipici risvolti farseschi che ci portiamo dietro da sempre. E che, di anno in anno, diventano sempre più grotteschi.

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