Come uscire dal pantano ucraino

Kiev vuole vincere militarmente, i filorussi non mollano: ed è stallo

UKRAINE-RUSSIA-POLITICS-CRISIS

Miliziani filoucraini del Donnbass – Credits: GENYA SAVILOV/AFP/Getty Images

di Aldo Ferrari,
docente all’università Ca’ Foscari di Venezia
e analista all’Ispi

Nei giorni scorsi la fragile tregua tra le forze militari ucraine e i separatisti del Donbass sostenuti dalla Russia è stata violentemente infranta. Intensi gli scontri in particolare intorno all’ormai distrutto aeroporto di Donetsk, che le forze armate di Kiev hanno dovuto abbandonare il 22 gennaio dopo mesi di accanita resistenza. Nello stesso giorno la distruzione di un autobus a Donetsk ha provocato la morte di 13 civili, mentre il 24 a Mariupol decine di persone sono state uccise in un mercato.


 È l’intero percorso di pacificazione fondato sull’accordo di Minsk di settembre che pare non reggere, nonostante il fatto che proprio alla vigilia dei nuovi tragici eventi, il 21, a Berlino sia stato raggiunto un nuovo accordo dopo l’incontro dei rappresentanti diplomatici di Germania, Francia, Russia e Ucraina. Il nuovo accordo è incentrato sulla creazione di una fascia di sicurezza tra le truppe di Kiev e i separatisti. Si tratta di un passo potenzialmente importante, ma che appare poco significativo in assenza di una reale volontà di entrambe le parti di arrivare a una soluzione definitiva del conflitto.


Nel Donbass si confrontano due posizioni antitetiche. Da un lato Kiev, che si sente (ed è) appoggiata politicamente e militarmente dall’Occidente, appare intenzionata a riconquistare con la forza i suoi territori orientali. Dall’altro i separatisti, sostenuti in via ufficiosa ma efficace da Mosca, non sono per niente disposti ad abbandonare il territorio che hanno faticosamente «occupato» o «liberato», a seconda dei punti di vista. L’ipotesi più probabile è che si vada verso la costituzione di un’entità politica de facto nel Donbass simile a quelle nate negli anni Novanta nel Caucaso meridionale (Karabakh, Ossezia meridionale e Abkhazia) e in Transnistria. L’intensificazione dei combattimenti potrebbe derivare dalla volontà delle due parti di occupare più quantità possibile di territorio in vista di un congelamento a tempo indeterminato del conflitto. E non sarebbe neppure il peggior scenario ipotizzabile.


La situazione sul campo in realtà è estremamente pericolosa, fluida, incerta da ricostruire e soprattutto da prevedere. I separatisti da soli non sono in grado di resistere alle forze armate di Kiev, né queste possono confrontarsi con quelle di Mosca. L’evoluzione del conflitto dipende quindi in primis dall’azione degli attori esterni. L’intensificazione degli aiuti militari occidentali aumenta le capacità offensive di Kiev e quindi ne accresce la tentazione di risolvere con la forza la questione dei territori orientali.
D’altro canto, non sarebbe difficile per Mosca «aiutare» i separatisti ad accrescere ancor più il territorio in loro possesso in direzione della cruciale città portuale di Mariupol e quindi oltre, non solo creando una continuità territoriale con la Crimea, ma raggiungendo pure Odessa e la Transnistria. In tal modo, l’obiettivo di far rinascere quella che in epoca zarista si chiamava  Nuova Russia sarebbe raggiunto e Mosca potrebbe (forse) rassegnarsi alla fuoriuscita definitiva di Kiev e del resto dell’Ucraina dalla sua orbita politica.


Si tratta evidentemente di uno scenario inquietante, che l’Occidente non potrebbe accettare e che porterebbe il livello di scontro con Mosca a un’altissima intensità di rischio. Proprio per scongiurare un’evoluzione di tal genere appare più che mai  necessario intensificare il lavoro sul piano politico. Il primo passo, il più facilmente percorribile da parte occidentale e in particolare dall’Ue, sarebbe quello di imporre a Kiev la rinuncia al suo tentativo di riconquista militare del Donbass. Tentativo segnato anche da gravi sofferenze della popolazione e dalla distruzione di una parte notevole delle infrastrutture sociali e industriali della regione.

La volontà di Kiev di accostarsi ai parametri politici e morali dell’Europa odierna dovrebbe essere testata anche in base alla sua capacità di giungere a soluzioni negoziate e non militari con le regioni separatiste, senza replicare cioè nel Donbass le politiche brutali usate a suo tempo da Mosca per riprendere il controllo della Cecenia.
Ciò richiederebbe però una parziale modifica dell’atteggiamento sinora tenuto dall’Ue con la nuova dirigenza ucraina, cui è stato concesso un supporto nel contempo eccessivo e insufficiente. Al tempo stesso occorrerebbe trattare con Mosca in modo più lungimirante di quanto fatto negli ultimi mesi, tentando di recuperare un rapporto di partenariato politico, economico e strategico di cui tanto Mosca quanto l’Ue hanno assoluto bisogno. In particolare, l’isolamento politico e la crisi economica che si sta aggravando potrebbero indurre il Cremlino a essere più collaborativo, almeno riguardo il Donbass, mentre pare difficile ipotizzare il ritorno della Crimea all’Ucraina. La normalizzazione delle relazioni russo-europee non può che fondarsi su una soluzione condivisa della crisi ucraina, che deve partire dalla reale interruzione dei combattimenti nel Donbass per poi affrontare in un’ottica di collaborazione, e non di scontro strategico, il futuro del paese.    


 

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