Come fermare i tagliagole del califfato

In Iraq e Siria centinaia di cristiani e yazidi sono stati massacrati, migliaia sono stati costretti a fuggire; gli sciiti sono sotto assedio e gli occidentali vengono decapitati. La ferocia dell’Isis dilaga. Come reagire? Ecco tre opinioni a confronto

Il giornalista americano James Foley decapitato il 19 agosto 2014 da Jihadi John

Lo Stato islamico ha goduto di cospicui finanziamenti ottenuti attraverso i paesi del Golfo. Per fermarli è necessario agire sull’ambiguità del Qatar, ma anche della Turchia. Intensificare i raid aerei e sostenere i partner più fidati nell’area: Israele, Giordania e curdi. E l’Occidente deve uscire dall’indolenza e dall’ipocrisia che l’ha portato ad allearsi con i sauditi.

BASTA COI DOPPOPESISMI

Di Edward Luttwak

È necessaria anzitutto un’operazione verità sull’Islam e la «umma» (comunità, ndr) islamica. Per i musulmani sunniti trucidare yazidi o altri pagani che rifiutano la conversione, rimuovere i crocifissi «arroganti» delle chiese trasformandole in moschee, decapitare apostati come gli alawiti che governano la Siria, può risultare non molto gentile, ma del tutto legale per i dettami islamici. Le bandiere nere del Califfato, che sono apparse anche a Berlino, Parigi e Londra, raffigurano cartine di un mondo islamico che include la Spagna e buona parte dell’India, così come Israele.
È la legge islamica a prescrivere che qualunque territorio un tempo dominato dai musulmani è un «vakf», una promessa sacra, e mai potrà essere ceduto a non musulmani. L’apostasia è reato in 23 paesi musulmani, ed è costata la vita a molte persone decapitate in Iran e in Arabia Saudita. In Turchia l’apostasia dall’Islam è ammessa, ma solo grazie alla costituzione che
gli attuali leader vogliono smantellare pezzo a pezzo.
Il neopresidente turco Recep Tayyp Erdogan e il primo ministro designato Ahmet Davutoglu definiscono
la comunità del siriano Assad  «Nusayri», dispregiativo sunnita per dire «alawita».
Il cosiddetto Califfato e i suoi metodi appaiono a noi estremi e brutali, ma lo sono assai meno agli occhi della comunità sunnita cui si rivolgono,
la stessa che ha votato con entusiasmo Erdogan proprio per i suoi violenti slogan islamisti. Non c’è perciò da stupirsi della potenza attrattiva esercitata dall’Isis su migliaia di volontari provenienti dall’Europa occidentale. Per loro si tratta di praticare l’Islam che hanno appreso nelle scuole e nelle moschee. L’altro Islam, la «religione della pace» spesso invocata nei discorsi pubblici dal presidente Obama, è una visione minoritaria, priva di legittimazione islamica, i cui fautori sono bistrattati e sospettati di essere burattini di governi stranieri (di recente alcuni predicatori «moderati» sono stati assassinati in Russia e in Cina). Il «vero» islam non lo rappresentano i simpatici imam del dialogo interreligioso che pranzano con Obama e Cameron, ma i jihadisti attivi nelle Filippine, in Nigeria, Thailandia, Iraq, Pakistan, India, nella striscia di Gaza. Il fronte di Abu Bakr Al Baghdadi si distingue solo perché mostra le decapitazioni su Youtube allo scopo di attrarre reclute. Che fare? Occorre anzitutto fermare il doppio gioco di Qatar e Turchia che sostengono gli estremisti: è assurdo che la Turchia rimanga nella Nato
e che Qatar Airlines continui ad atterrare in Europa. Bisogna sostenere gli unici alleati affidabili dell’Occidente: Giordania, Curdi e Israele. In terzo luogo, visto che non c’è possibilità di occupare l’area via terra, bisogna massimizzare gli attacchi aerei.

GLI USA TORNINO LEADER
Di Giuliano Ferrara

Non si possono costringere gli islamici a essere liberi e laici. La contraddizione non lo consente. Si possono arginare le pulsioni espansioniste delle loro classi dirigenti, questo sì, e dissuadere con la deterrenza militare e culturale chi organizza la violenza bellica e il terrorismo, la cui ultima versione (ma solo una delle ultime versioni) è il Califfato. Nella prospettiva si può contare sui prodigi o effetti dello sviluppo economico e sulla crescita tecnico-scientifica, oltre che su una battaglia culturale e morale, religiosa, per sradicare il conformismo teologico e la propensione al jihad in ambito islamico (senza distinzioni tra sciiti e sunniti, se non tattiche). La condizione affinché questo sia fatto è un ordine mondiale in cui i flussi del denaro, delle armi e delle migrazioni umane, oltre che i segreti del potere ribelle nella umma (comunità, ndr) internazionale, Occidente compreso, siano governati da noi. Chi siamo noi? Siamo quelli che hanno stretto un patto pluridecennale con l’Arabia Saudita wahabita; quelli che sul finire della Guerra fredda hanno foraggiato la resistenza antisovietica degli Osama Bin Laden; quelli che fanno lucrosi affari con gli emiri finanziatori dell’esercito dello Stato islamico; e siamo anche quelli che oscillano tra multiculturalismo spinto e slabbrato, multilateralismo paralizzante in sede Onu, e iniziativa politica, diplomatica e militare sulla traccia della reazione americana e dei paesi willing, in Afghanistan e Iraq, all’11 settembre 2001. Il petrolio, una volta misura delle nostre reazioni derivanti dalla quasi totale dipendenza energetica, è divenuto nel frattempo meno centrale di una volta.
       Chi siamo? Siamo tante cose. Le stesse classi dirigenti occidentali ospitano diverse identità. La riluttanza indolente è poi il tratto dell’ultima presidenza degli Stati Uniti. L’Europa non è una nazione, delle nazioni non ha né il cuore né la testa, come si vede dalla questione ucraina (ennesima guerra civile nel continente). È l’America l’ultima nazione occidentale. È suo il potere potenziale globale. Non c’è altra via d’uscita che ripartire da una presidenza americana imperiale, capace di un progetto di ordine razionale, compassionevole, come si dice, ma strutturato e significativo. Il resto è noiosa divagazione intorno a ciò che potrebbe essere e non è. 

TAGLIARE LE FONTI DI FINANZIAMENTO

Di Lori Plotkin Boghardt

Gli Stati Uniti hanno identificato il Qatar, uno degli alleati più stretti, come un punto caldo nella rete del finanziamento
al terrorismo, grazie a un ambiente permissivo che consente ai privati di sostenere gruppi terroristici all’estero. Washington dice di non averele prove che il governo del Qatar finanzi l’Isis, ma ritiene che individui del paese aiutino il gruppo estremista, e che le autorità non facciano abbastanza per fermarli. Per influenzare le mosse del Qatar gli Usa hanno applicato la tattica del bastone e della carota. Lodano gli alleati per aver approvato nuove regole contro il finanziamento dei terroristi, ma li ammoniscono in privato, talvolta anche pubblicamente,  per il loro sostegno ai gruppi armati.
Il problema fondamentale è che la politica  antiterrorismo Usa confligge a volte con ciò che il Qatar percepisce come proprio interesse. La strategia del paese del Golfo è stata di sostenere una vasta rete di gruppi a livello regionale e internazionale, da Hamas ai talebani, per porsi al riparo dalla minaccia terroristica. Permettere la raccolta fondi per i gruppi islamici all’estero era parte di questa strategia. E chiudere questi canali, come vorrebbe Washington, per il Qatar sarebbe contrario alla propria politica di sicurezza. Ciònonostante la pressione internazionale può ottenere risultati, come è accaduto in Kuwait, che di recente ha rafforzato le norme contro il finanziamento al terrorismo.  L’allarmante avanzata dell’Isis in Iraq rappresenta un’occasione importante per convincere il Qatar ad adottare misure per bloccare il flusso di denaro ai terroristi. ll Qatar lo potrebbe fare se avvertisse l’Isis, o altri gruppi sostenuti da donatori locali,  come una minaccia diretta, o se pensasse che lo potrebbero diventare i jihadisti di ritorno dal fronte siriano.  Un’efficace applicazione di regole più stringenti è cruciale, perché i successi dell’Isis potrebbero alimentare i finanziamenti ad altri gruppi sunniti attivi in Siria e Iraq.  La maggior parte dei fondi di cui dispone l’Isis, tuttavia, deriva ormai dalla vendita del petrolio, dal contrabbando, dall’estorsione e altre attività criminali in Iraq e Siria. Non da donatori del Golfo. Per minare la base finanziaria del gruppo è necessario tagliare l’accesso a queste fonti.
*analista al Washington Institute
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