Come cambierà il Venezuela dopo la fine del chavismo

La vittoria delle opposizioni mette con le spalle al muro Maduro. Ma è sul piano economico che si deciderà il destino del Paese

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Il leader dell'opposizione Henrique Caprilles – Credits: Federico Parra/AFP/GETTY

Rocco Bellantone

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Per Lookout news

I risultati finali delle elezioni legislative venezuelane di domenica 6 dicembre hanno assegnato una vittoria netta alla coalizione di opposizione MUD (Mesa de Unidad Democratica). MUD ha ottenuto 112 dei 167 dell’Assemblea Nazionale, conquistando la maggioranza dei due terzi del parlamento venezuelano. Il PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela) del presidente Nicolas Maduro non è invece andato oltre 55 seggi.

L’esito di questo voto, avvalorato dall’alta affluenza alle urne (74,3% su 19 milioni di elettori) pone fine a 17 anni di chavismo, rendendo di fatto impraticabile il terreno politico su cui Maduro sarà costretto a governare da qui alla fine del suo mandato nel 2019.

 

La strategia dell’opposizione
Il nuovo parlamento entrerà in carica dal prossimo 5 gennaio. Si è parlato molto nei giorni successivi al voto della strategia su cui punterà l’opposizione. In cantiere ci sarebbero almeno tre mosse nell’immediato. La prima, quella più immediata, è la richiesta di scarcerazione dei membri dell’opposizione finiti in carcere negli ultimi anni. La seconda è la convocazione di un referendum per delegittimare il presidente attraverso il voto del popolo, ma la consultazione potrà essere convocata solo nell’aprile del 2016, superata la prima metà del mandato di Maduro. La terza, quella di più complessa, è la richiesta di dimissioni dei magistrati della Corte suprema di giustizia, azione fondamentale per puntare poi alla convocazione di una nuova Assemblea Costituente per modificare la Costituzione di ispirazione socialista e bolivariana fatta approvare da Hugo Chavez nel 1998.

Pur ammettendo la sconfitta, Maduro non sembra intenzionato a piegarsi a queste richieste. Ha subito respinto l’ipotesi di scarcerazioni di massa degli attivisti antigovernativi dichiarando che non concederà alcuna amnistia. Ha inoltre annunciato un rimpasto di governo e convocato un congresso straordinario del PSUV. Ma soprattutto, a stretto giro, potrebbe effettuare delle nuove nomine nella Corte suprema piazzando dei magistrati vicini al PSUV fin quando i numeri del parlamento glielo consentiranno.

“Non dimentichiamoci però – spiega a Lookout News il giornalista del Foglio Maurizio Stefanini, esperto di questioni latinoamericane – che l’opposizione venezuelana è composta da 21 partiti e che si tratta, dunque, di una realtà molto variegata da cui emergono diverse ideologie e diverse strategie. Se ne parla come di una coalizione di centro-destra, ma in realtà al suo interno vi sono partiti socialdemocratici, partiti di sinistra e anche ex chavisti che hanno lasciato il PSUV. In questa tornata elettorale tutte queste anime sono state tenute insieme dal nemico comune, Maduro e il chavismo. Ma quando questo nemico comune verrò meno, le componenti dell’opposizione potrebbero facilmente tornare a trovarsi in disaccordo”.

 La questione della leadership nel MUD tiene già banco in Venezuela in vista di possibili elezioni presidenziali anticipate. “Una delle divisioni più marcate all’interno dell’opposizione – prosegue Stefanini – è quella tra il radicale Leopoldo Lopez, attualmente in carcere dove deve scontare una lunga pena, ed Henrique Capriles, sconfitto da Maduro alle presidenziali del 2013 e su posizioni molto più moderate. Maduro ha già detto che si opporrà alla richiesta di amnistia dei membri dell’opposizione in prigione, ma paradossalmente se rimandasse in libertà Lopez farebbe un favore a se stesso perché creerebbe una forte posizione di contrasto all’interno dell’opposizione. Ma il presidente finora ha fatto tutte le mosse sbagliate possibili che poteva fare, quindi è molto probabile che sbaglierà ancora”.

Tutte queste incognite avranno dunque il loro peso nella formulazione di una strategia condivisa da parte dell’opposizione in parlamento. “Tecnicamente – continua Stefanini – possono far concludere in anticipo il mandato a Maduro con un referendum, considerato che hanno preso 100mila voti in più di quelli che servirebbero per batterlo a eventuali elezioni presidenziali. Con la maggioranza che hanno conquistato possono pensare di poter fare di più convocando un’Assemblea Costituente per archiviare la Costituzione riscritta da Chavez. Sarà interessante vedere anche come reagirà a questa sconfitta il PSUV. Anche al suo interno ci sono diverse correnti e negli ultimi mesi ci sono state molte defezioni importanti. Bisognerà vedere se sarà ancora Maduro il leader o se qualcuno al posto di lui sarà in grado di ricompattare il partito”.

La situazione economica
Oltre il confronto politico, c’è attesa per capire come il Venezuela reagirà sul piano economico dopo queste elezioni. Il Paese è ostaggio di una crisi economica dilagante. Il suo tasso di inflazione è il più alto al mondo e nel 2016, secondo il Fondo Monetario Internazionale, dovrebbe arrivare al 200% con una contrazione dell’economia del 16%. Negli ultimi mesi il governo ha cercato di controllare i prezzi dei beni di consumo, ma la maggior parte dei commercianti di fatto ha mantenuto i prezzi fissi. Il nodo principale del collasso economico venezuelano resta però soprattutto la flessione del prezzo del petrolio, risorsa da cui deriva oltre il 90% dei proventi delle esportazioni nazionali. Il crollo del prezzo per barile, arrivato a 40 dollari dai 115 del mese di giugno, ha fatto perdere punti su punti al PIL. Eppure, nonostante ciò, il governo di Caracas ha continuato a produrre greggio nel tentativo di contrastare la crescita dello shale gas.

 

“L’economia venezuelana ha sempre dipeso fortemente dall’andamento del prezzo del petrolio – sottolinea Stefanini -. L’opposizione non ha una ricetta economica per far uscire il Paese dalla crisi. Cercheranno sicuramente di allentare tutti quei vincoli che per anni hanno pesato sugli imprenditori privati. Ma non hanno un vero modello alternativo. Hanno la maggioranza in parlamento, ma fino a quando Maduro sarà presidente dovranno trovare il modo per confrontarsi con lui”.

 

Gli equilibri politici in America Latina
Infine, c’è da tenere conto anche del riflesso di questo voto sullo scacchiere politico regionale. Ma alla luce dell’esito delle elezioni venezuelane e della fine del kirchnerismo in Argentina, parlare di virata a destra dell’America Latina in risposta alle politiche economiche fallimentari dei governi di sinistra non è corretto. “Bisogna ricordare che diversi altri Paesi della regione – conclude Stefanini – sono guidati da governi di ispirazione socialista che sul piano economico stanno facendo bene. Ecuador e Bolivia, ad esempio, pur con delle derive a tratti populiste e autoritarie, stanno registrando dei tassi di crescita importanti. Come il Venezuela di Chavez hanno puntato sull’aumento della spesa destinata al sociale coinvolgendo poi gradualmente i privati nel processo di crescita. Chavez prima e Maduro poi hanno invece portato avanti una guerra interna contro i ceti medi, impedendo ogni forma di iniziativa imprenditoriale privata e aggrappandosi esclusivamente al petrolio. Il loro principale errore è stato questo”.

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