Esteri

Cinque modi per capire la salute della democrazia nel mondo

Venezuela, Catalogna, Israele, Russia, Stati Uniti: è ancora un principio basato su valori intangibili per tutti?

HONG KONG-CHINA-POLITICS-DEMOCRACY

Alessandro Turci

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Ogni notizia politica investe, più o meno in profondità, il concetto di democrazia. Forma di governo basata sul principio della più ampia rappresentanza possibile che tuttavia cambia d’aspetto e di segno in relazione al Paese, al passato storico, al contesto attuale, alle ingerenze esterne e, perfino, alle mode del momento.

Cinque esempi concreti per capire, oggi, se la democrazia sia un principio basato su valori intangibili per tutti o se, come l’acqua, assuma la forma e la capienza del vaso dove la si mette.

Venezuela

La cosa è passata sotto silenzio da noi, ma domenica 10 dicembre i venezuelani sono andati a votare. E’ stato un voto amministrativo, che ha coinvolto 335 municipalità. E le opposizioni hanno commesso un errore clamoroso: hanno disertato le urne.

La loro protesta era chiara, il voto è controllato e alterato dalle pressioni del governo illiberale di Nicolas Maduro. Eppure, l’altra mattina col New York Times in mano a Washington non si parlava (quasi) d’altro, insomma le elezioni si onorano sempre! Anche quando sono una farsa. Anche perché la politica, e la democrazia che è il suo apice, parte appunto dal basso, e non può ridursi all’elezione di un presidente anti-chavista che non mai messo piede nel fango di un villaggio rurale. O no?

Infatti Maduro ha ringraziato e non si è fatto sfuggire l’occasione: chi non si presenta alle elezioni non le merita, ha detto in soldoni.

I partiti che hanno disertato le elezioni di domenica saranno esclusi dalle elezioni presidenziali del 2018, quelle che diranno quale strada prenderà il Venezuela di domani. Democrazia da country club o Chavismo giacobino?

Catalogna

Ma non doveva succedere qualcosa di molto importante in Catalogna? Cioè il voto per la nuova Generalitat? Ne avete letto da qualche parte? Eppure al 21 dicembre manca poco.

I partiti secessionisti hanno scelto di non presentarsi con una lista unica ma di andare ciascuno col proprio simbolo. Non sono scuri di vincere, e quindi ripartiscono la sconfitta? Sembra.

E’ chiaro che pensano già al dopo, con una lettura molto italiana della crisi, del tipo: le prossime elezioni non contano, saranno quelle dopo ancora le decisive (sentita troppe volte!).

Per i secessionisti la massima espressione di democrazia è stato il referendum sull’Indipendenza finito male, per Madrid è la costituzione, cioè la continuazione del franchismo sociologico con metodi condivisi. Non si metteranno d’accordo neanche questa volta, ma le elezioni del 21 avranno molto da dire sul futuro della Spagna.

Israele

E’ giusto scriverlo e ricordarlo ogni volta: Israele è l’unica democrazia della Regione. Per chi un giorno avesse la fortuna di trovarsi nel Paese la sera del voto vedrebbe come, talmente è piccola la Knesset, un’ora dopo la chiusura dei seggi si sanno già i nomi dei 120 deputati e di chi guiderà il governo. Pochi dubbi da alcuni anni a questa parte: è Benjamin Netanyahu.

La democrazia può piegarsi, lo fece anche con Ariel Sharon, ma non si spezza mai, è questa la forza strepitosa dell’idea. Un giorno quindi anche Netanyahu passerà il testimone e forse un leader più colomba potrà gestire il processo di pace. Ma siamo sicuri che con Ehud Barak al governo la politica d’Israele (negli insediamenti, nei rapporti col Libano, etc) fosse più morbida di oggi? No davvero.

In Israele se la democrazia fosse più debole verrebbe spazzata via, e se fosse più forte di com’è smetterebbe di essere tale. Anche questa è una croce scomoda da portare.

Russia

Il russo medio della democrazia, scusate l’espressione, se ne frega. E’ un lusso da intellettuali occidentali; e poi, siamo seri, ci sono lussi occidentali più divertenti e che danno molte più soddisfazioni. Qualcuno al comando deve esserci, ragiona il russo, risparmiateci quindi l’illusione di sceglierlo noi, e limitatevi a mettere uno capace.

Il sistema ha prodotto Vladimir Putin. Affare fatto per tutti.

Si vota a metà marzo con Putin praticamente candidato unico: vincitore in Siria e in Crimea (un fatto di “giustizia storica” per il Cremlino) la democrazia russa replica il meccanismo del Politburo sovietico, individuare un uomo al comando del vapore nell’interesse del vapore medesimo.

Con l’Urss l’interesse era il dogma socialista da perpetuarsi identico, con Putin la forza della Russia di oggi e di domani. C’è in questo una logica patriottica e populista, ma stringente. Un sillogismo costruito sui valori tipicamente russi che Putin incarna meglio di chiunque: tradizione, famiglia, ruoli sociali definiti.

Certo, la coperta è corta per chi ne resta fuori: minoranze lgbt, situazionisti, intello-nostalgici della gloriosa dissidenza dei grandi artisti in esilio, oligarchi in disgrazia. Ma anche loro servono sul palcoscenico della “democrazia alla russa”, anche loro sono una parte essenziale di una messa in scena che salva forme e sostanza.

Stati Uniti

Gli americani rimproverano spesso alla Russia di essere una plutocrazia (cioè un regime basato sul potere del denaro). Senti chi parla, si potrebbe dire troppo facilmente dopo la trionfale ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca.

Money talks! Ma attenzione, prima di Trump lo ha detto Michelle Obama lanciando la campagna per il secondo mandato del marito: se volete contribuire alla politica, firmate l’assegno più ciccione (the fattest check) che potete e tante grazie.

In un’America dove pochissimi privati donano tantissimo alla politica, e guarda caso iniziano a triplicare gli utili subito dopo questa disinteressata liberalità, Trump almeno ci ha messo del suo.

I cani da guardia della democrazia americana sono poi le grandi testate del giornalismo d’inchiesta, che guarda caso prima dei loro lettori devono rendere conto ai loro azionisti.

I dividendi, insomma, dettano la linea editoriale. Eppure, nonostante il dio denaro, gli Stati Uniti rimangono la nazione dove l’opinione pubblica ha l’ultima parola sulla salute della democrazia. E’ accaduto per la lunga ed emozionante marcia dei diritti civili, e anche per la guerra in Vietnam.

A sentire i generali del Pentagono, mai il Golia americano avrebbe potuto perdere contro il Davide vietnamita, ma l’opinione pubblica pensava il contrario e alla fine prevalse. E poi il Watergate e l’Irangate, cioè una nazione che non ha vergogna dei suoi clamorosi passi falsi. Questa è la vera forza della democrazia Usa, ammettere i propri limiti, non confondere mai sputtanamento con verità, e non cedere alle scorciatoie autoritarie.

p.s. Nel 2004, autore il premio Nobel Amartya Sen, apparve in Italia un bel libro: La Democrazia degli Altri. Perché la Libertà non è un’invenzione dell’Occidente.

Nelle prime righe Sen spiegava come il processo democratico andasse sostenuto a livello globale, citando su tutti due paesi nei quali la democrazia si trovava in estrema difficoltà: Iraq e Zimbabwe.

Quattordici anni dopo l’Iraq è appena scampato all’assalto del Califfo, mentre lo Zimbabwe gattopardescamente è rimasto dov’era prima di Mugabe.

La Democrazia, insomma, richiede costanza, amore e buona memoria.

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