Esteri

Cina-Usa alta tensione su Hong Kong, e non solo

Trump firma lo Humen Rights Act a favore dei manifestanti mentre si tratta sui dazi

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Stefano Graziosi

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Riesplodono le tensioni tra Washington e Pechino. Mercoledì, Donald Trump ha siglato l’Hong Kong Human Rights and Democracy Act: un provvedimento approvato dal Congresso a maggioranza bipartisan. “Ho firmato queste leggi per rispetto verso il presidente Xi e il popolo di Hong Kong nella speranza che risolvano in maniera pacifica le loro differenze”, ha dichiarato il presidente statunitense. Nel dettaglio, questo provvedimento impone sanzioni su persone che violino i diritti umani ad Hong Kong, impedendo tra l’altro loro di entrare negli Stati Uniti. Inoltre, stabilisce che il Dipartimento di Stato americano rediga annualmente per il Campidoglio un rapporto che analizzi il grado di autonomia dell’ex colonia britannica rispetto al governo centrale cinese. Ciononostante la Casa Bianca ha specificato che verranno applicate soltanto alcune parti della norma, per evitare interferenze con l’esercizio dell’autorità presidenziale in materia di politica estera. Durissima la reazione di Pechino: il ministero degli Esteri cinese ha dichiarato in una nota che la norma statunitense “interferisce seriamente negli affari di Hong Kong e nella politica interna cinese”. “Ha violato gravemente il diritto internazionale e le regole di base delle relazioni internazionali. Tale comportamento chiaramente prepotente è fermamente osteggiato dal governo cinese e dal popolo cinese”, ha aggiunto. Il governo dell’ex colonia, dal canto suo, ha definito la legge “inutile e ingiustificata”. I dimostranti di Hong Kong hanno invece accolto favorevolmente il provvedimento, annunciando di voler organizzare una manifestazione filoamericana nelle prossime ore.

La mossa della Casa Bianca è destinata a determinare una serie di impatti significativi. In primo luogo, è chiaro che le relazioni tra Stati Uniti e Cina si stiano avviando verso una nuova fase di turbolenza. Anche perché la firma di Trump è avvenuta nel delicatissimo contesto delle trattative per arrivare a un accordo commerciale tra le due potenze: un accordo che dovrebbe mettere fine almeno ad una parte del conflitto tariffario in corso dal luglio del 2018. Anche per questa ragione, negli scorsi mesi, il presidente americano aveva assunto un atteggiamento piuttosto cauto sul dossier Hong Kong, attirandosi in tal senso anche le critiche dei falchi repubblicani che chiedevano una postura maggiormente aggressiva verso la Cina. Trump, in altre parole, ha ripetutamente cercato una mediazione, che gli consentisse di salvaguardare i dimostranti, senza tuttavia rompere i rapporti con il presidente cinese, Xi Jinping. Del resto, la ragione di questo equilibrismo era duplice: scongiurare un deragliamento delle trattative commerciali ed evitare di dare adito ad accuse di violazione dell’altrui sovranità.

Adesso, sebbene la firma della legge abbia complicato non poco i rapporti con Pechino, non è detto che la Casa Bianca opterà per una linea totalmente dura. È infatti probabile che Trump voglia alternare il bastone alla carota, nella speranza di ottenere un buon accordo commerciale, garantendo al contempo la difesa dei manifestanti di Hong Kong. D’altronde, questa duplice strategia sembra in buona sostanza già all’opera. La settimana scorsa, intervenendo a Fox News, il presidente americano ha dichiarato: “Sto dalla parte di Hong Kong, sto dalla parte della libertà”. Tuttavia, sempre la settimana scorsa, Henry Kissinger si è recato a Pechino, dove – incontrando Xi Jinping – ha sostenuto che Stati Uniti e Cina debbano superare le tensioni. “Non è assolutamente troppo tardi per farlo, perché siamo ancora sull'orlo di una Guerra Fredda”, ha dichiarato. Non va del resto dimenticato che proprio Kissinger sia stato, da consigliere per la sicurezza nazionale, il regista del disgelo tra Stati Uniti e Repubblica Popolare nel 1972.

È quindi chiaro che Trump voglia esercitare pressioni sulla Cina, evitando tuttavia un atteggiamento eccessivamente improntato all’unilateralismo. In questo senso, non si registra una convergenza piena con i falchi del Partito Repubblicano (come Marco Rubio e Tom Cotton), che sono mossi da intenti molto più aggressivi verso Pechino. Questa parziale differenza sorge del resto anche dalla molteplicità dei fronti di scontro tra i due Paesi. Se per Trump la priorità risulta la questione commerciale (che ha ricadute anche in vista delle presidenziali del 2020), per il Pentagono e per parte del Congresso il focus è l’ambito militare (con tutti i dossier che esso comporta, dal 5G all’intelligenza artificiale). Beninteso, si tratta di piani complementari e interconnessi. Ma ciascun attore ha, per così dire, la propria priorità. Ecco, proprio su questi piani differenti Trump dovrà riuscire a muoversi, per cercare di ottenere svariati risultati: un buon accordo commerciale con la Cina, la salvaguardia dell’autonomia di Hong Kong e un argine alla concorrenza militare e tecnologica cinese. Obiettivi ambiziosi e non certo facili da coordinare: il presidente dovrà infatti contemperare la propria anima realista con la difesa della libertà nell’ex colonia britannica, mettendo sotto pressione Pechino ma tenendo al contempo a bada i bollenti spiriti dei falchi di Washington. Quel che è comunque certo è che, siglando l’Hong Kong Human Rights and Democracy Act, la Casa Bianca abbia inferto un duro schiaffo alla Repubblica Popolare.

Uno schiaffo che, oltre alle suddette relazioni con Pechino, rischia di chiamare in causa anche i complicati rapporti che intercorrono ormai da tempo tra la Casa Bianca e la Santa Sede. Che si siano spesso verificati degli attriti tra Trump e papa Francesco non è un mistero. E una parte di questi attriti scaturisce proprio dalla politica estera marcatamente filocinese intrapresa negli ultimi anni dalla Segretaria di Stato vaticana (si pensi soltanto all’accordo sui vescovi siglato con Pechino nel settembre del 2018). Una svolta a cui, dalle parti di Washington, guardano come il fumo negli occhi. Non solo perché, a livello generale, il Vaticano sta accreditando una potenza ostile agli Stati Uniti ma anche perché, più nello specifico, gli americani temono una connessione tra l’atteggiamento filocinese dei sacri palazzi e l’entrata dell’Italia nella Nuova Via della Seta. Del resto, la visita a Roma del segretario di Stato americano, Mike Pompeo, lo scorso ottobre ha avuto al centro soprattutto questo tipo di questioni. In tal senso, la ferma presa di posizione su Hong Kong da parte dell’amministrazione Trump potrebbe voler fungere (anche) come un segnale chiaro alla Santa Sede: Santa Sede che, almeno finora, proprio sul dossier Hong Kong ha mantenuto una posizione particolarmente evasiva. Tutto questo ha poi ovviamente un’appendice: il governo italiano. Quel governo italiano che – guarda caso – ha assunto negli ultimi due mesi una collocazione smaccatamente vicina a Pechino. Basti pensare al fatto che, qualche settimana fa, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, si sia rifiutato di prendere una posizione chiara sulle proteste di Hong Kong. E intanto Roma continua ad allontanarsi da Washington. Per abbracciare progressivamente la Cina.

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