Esteri

La Cina 4.0 sommersa dalla plastica

Tra gli effetti collaterali dell'economia digitale, il boom delle app di consegna di cibi a domicilio. Il risultato sono milioni di tonnellate di rifiuti. Che Pechino non riesce a smaltire.

Rifiuti di plastica

Redazione

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Per anni, la Cina è stata la più grande discarica a cielo aperto di rifiuti di plastica al mondo. Come ha rivelato lo scorso aprile un rapporto di Greenpeace, al culmine del fenomeno, nel 2016, la Terra di mezzo ne importava 600 mila tonnellate al mese. Allarmata per le ripercussioni sul già precario ecosistema, lo scorso anno Pechino ha bandito l'importazione di rifiuti di polimeri.

Ma le condizioni ambientali cinesi non sono migliorate. Anzi. Proprio mentre stava bandendo questo genere di import, Pechino ha visto esplodere un problema ancor più grave. Nel 2017, i rifiuti prodotti dagli imballaggi di plastica dei cibi portati a casa sono aumentati di nove volte rispetto all'anno precedente. In sostanza, i contenitori, le bacchette, i cucchiai e i sacchetti usati ogni giorno per mangiare l'anatra alla pechinese o i wonton davanti alla scrivania o al televisore, hanno raggiunto una cifra astronomica: 1,6 milioni di tonnellate.

Il fenomeno, denuncia un argomentato articolo del New York Times, è scoppiato in concomitanza con il boom delle app di consegna di cibo a domicilio, che in un Paese sempre più indaffarato e sempre più affaticato stanno sperimentando una crescita inaudita. L'app Meituan, leader di mercato per la consegna a domicilio assieme a Ele.me di Alibaba, nel 2018 ha fatturato 37,7 miliardi di euro. La concorrente Ele.me non ha rivelato cifre ma, secondo una stima della società di analisi iResearch, nel 2018 il fatturato complessivo della distribuzione di cibo online è stato di 70 miliardi di dollari, quasi 63 miliardi di euro.

Come termine di paragone, il giro d'affari del food delivery previsto per quest'anno negli Stati Uniti dovrebbe raggiungere i 19 miliardi di dollari: quasi un quarto rispetto al dragone cinese. Non bastasse, Pechino non dispone degli impianti necessari per riciclare tutta la plastica che produce. Secondo le statistiche governative, riesce a riciclarne solo un quarto. Il resto finisce in discariche più o meno improvvisate o, più semplicemente, accatastata a cielo aperto. Da lì a finire in mare il passo è breve. Alcuni ricercatori hanno stimato che, solo nel 2015, il fiume Yangtze ha scaricato nel Mar cinese meridionale 367 mila tonnellate di rifiuti di plastica. Più di ogni altro fiume al mondo.

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Per anni, la Cina è stata la più grande discarica a cielo aperto di rifiuti di plastica al mondo. Come ha rivelato lo scorso aprile un rapporto di Greenpeace, al culmine del fenomeno, nel 2016, la Terra di mezzo ne importava 600 mila tonnellate al mese. Allarmata per le rischiosissime ripercussioni ambientali, lo scorso anno Pechino ha bandito l'importazione di rifiuti di plastica.

Ma le sue condizioni ambientali non sono migliorate. Anzi. Proprio quando stava bandendo quato genere di import, Pechino ha visto esplodere un problema ancor più grave. Nel 2017, i rifiuti prodotti dagli imballaggi di plastica dei cibi portati a casa sono aumentati di nove volte rispetto all'anno precedente.

In sostanza, i contenitori, le bacchette, i cucchiai e i sacchetti usati da milioni di cinesi ogni giorno per mangiare l'anatra alla pechinese o i wonton davanti alla scrivania o al televisore, due anni fa hanno raggiunto la cifra astronomica di 1,6 milioni di tonnellate.

Il fenomeno, denuncia un argomentatissimo articolo del New York Times, è scoppiato in concomitanza con il boom delle app di consegna del cibo pronto a domicilio, che in un Paese sempre più indaffarato e sempre più affaticato stanno sperimentando un incremento inaudito.

L'app Meituan, leader di mercato per la consegna a domicilio assieme a Ele.me di Alibaba, nel 2018 ha fatturato 37,7 miliardi di euro. La concorrente Ele.me non ha rivelato cifre ma, secondo una stima della società di analisi iResearch, nel 2018 il fatturato complessivo delle consegne di cibo a domicilio è stato di 70 miliardi di dollari, quasi 63 miliardi di euro.

Come termine di paragone, il giro d'affari previsto per quest'anno negli Stati Uniti dovrebbe raggiungere i 19 miliardi di dollari: quasi un quarto rispetto alla Cina. Non bastasse, la Cina non dispone degli impianti necessari per riciclare le colossali quantià di plastica che consuma. Secondo le statistiche governative, ne ricicla solo un quarto.

Il resto finisce in discariche improvvisate o, più semplicemente, accatastata all'aperto. Da lì a finire in mare il passo è breve. Alcuni ricercatori hanno stimato che, solo nel 2015, il fiume Yangtze ha scaricato nell'oceano 367 mila tonnellate di rifiuti di plastica. Più di ogni altro fiume al mondo.

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