Esteri

Cina, dalla rivoluzione all'impero globale

La Repubblica Popolare celebra il 70° anniversario di un paese dalla corsa economica incredibile tra mille contraddizioni

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Maurizio Tortorella

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Con l’ingarbugliato spirito burocratico di sempre, la Repubblica popolare cinese ha affidato l’incarico più delicato del 2019 al «vicedirettore generale dell’Ufficio operazioni del Dipartimento di Stato maggiore congiunto della Commissione centrale militare»: è toccato insomma al generale Cai Zhijun, in piedi sul palco rosso di una conferenza gremita dai diplomatici e dai giornalisti di oltre 200 Paesi, raccontare al mondo lo svolgimento della grande parata che il 1° ottobre ha aperto i tre giorni di festeggiamenti per i 70 anni della Rivoluzione.

Una sfilata imponente, qualcosa di mai visto, con una serie di misteriosi «nuovi armamenti avanzati» esposti su colossali mezzi cingolati, e missili sempre più potenti piazzati su camion a 12 ruote, e decine di migliaia di uomini e donne impegnati allo spasimo nel perfetto, sinistro passo dell’oca per cui «Zhongguo Renmin Jiefangjun Haijun» (ovvero l’Esercito popolare di liberazione, così chiamato dal 1949) va famoso.

«La parata militare non è indirizzata verso alcun Paese né verso qualsiasi incidente specifico» ha premesso Zhijun, senza specificare né il Paese, né l’incidente. Poi, alla provocatoria domanda dell’inviato di un quotidiano canadese che gli ha chiesto delle possibili proteste in occasione di una simile celebrazione, il generale ha sorriso senza dare alcuna risposta. Saggezza cinese.

Eppure per la sfilata, come sempre, è stato scelto il simbolico fondale di piazza Tienanmen, enorme rettangolo di pietra grigia nel cuore di Pechino che nell’estate 1989 era divenuto simbolo di una protesta democratica soffocata nel sangue. È in quel luogo che il primo ottobre 1949 Mao Tse-tung (allora si chiamava così, sarebbe divenuto Mao Zedong grazie alla diversa traslitterazione adottata negli anni Ottanta) proclamava la nascita della Repubblica popolare cinese, attorniato dai vertici del Partito comunista. Oggi la piazza è «pacificata». Non come Hong Kong, dove dai primi di giugno milioni di abitanti lottano disperatamente per non scivolare verso il sistema di ridotte libertà civili che il potere centrale da tempo sta loro apparecchiando. In Cina oggi stridono queste contraddizioni.

E c’è da dire che l’anniversario non arriva nel momento più propizio per Pechino. Cade nel bel mezzo, oltre che delle proteste a Hong Kong, della guerra dei dazi con gli Stati Uniti. Anche in conseguenza di ciò l’economia sta frenando bruscamente: nel secondo trimestre dell’anno, il Prodotto interno lordo è sceso ai minimi dal primo trimestre del 1992. Tra aprile e giugno è aumentato «solo» del 6,2 per cento rispetto al 2018. Il dato è inferiore alle attese e per la Repubblica popolare segnala la crescita più lenta da 17 anni. E nuove frenate sono in vista, se è vero che la produzione industriale nello scorso agosto è scesa al 4,4 per cento, la quota più bassa degli ultimi 27 anni.

Abituato a una crescita arrivata addirittura alle due cifre negli anni tra il 2006 e il 2010, il Pil cinese è anche un indicatore politico: Mario Deaglio, l’economista torinese che per decenni ha studiato la Repubblica popolare, ha più volte sostenuto che se il Paese avesse rallentato sotto la soglia del 5-6 per cento, le sue mille contraddizioni interne sarebbero esplose. Non siamo ancora a quel livello, ma si annuncia un futuro interessante da osservare.

È poco verosimile, peraltro, che la Repubblica popolare segua il destino dell’Unione sovietica, trascinata negli anni Ottanta in una mortale competizione economica dal presidente americano Ronald Reagan, il grande vincitore della Guerra Fredda. Le prime libertà economiche introdotte da Deng Xiaoping con le «Modernizzazioni» del 1978, e poi la costituzionalizzazione della proprietà privata nel 2003 (oggi solo la terra è esclusiva proprietà dello Stato), sono state funzionali alla strategia della crescita accelerata: scelte basate anche - e forse proprio - sulla volontà di non ripetere gli errori compiuti dai sovietici nella corsa agli armamenti combattuta contro le amministrazioni reaganiane e persa in partenza per la rigidità del collettivismo e la fragilità della struttura produttiva e tecnologica dell’Urss. In Occidente pochi sanno che Xi Jinping, il leader cinese che si è da poco autoproclamato presidente «a vita», si è laureato con una tesi sui motivi economici della crisi dell’Urss, e quindi sulle ragioni del dissolvimento del comunismo russo sa davvero tutto.

In realtà, un’implosione della Cina è difficile da prevedere anche perché, pur se oggi rallenta, in questi 70 anni la corsa economica e geopolitica della Repubblica popolare è stata a dir poco sconvolgente. Per capirlo, basta leggere i dati di un vecchio numero di Panorama, che si trova riprodotto nelle pagine seguenti: nell’ottobre 1969, celebrando il ventesimo anniversario della rivoluzione di Mao, analizzava proprio l’arretratezza della società cinese. Rispetto a quel che era il Paese nel 1949, all’inizio dell’era maoista, con 542 milioni di abitanti al 90 per cento analfabeti, nel 1969 la popolazione era già aumentata di un terzo, a 760 milioni, e l’analfabetismo era sceso al 65 per cento. Ma oggi, ancora mezzo secolo dopo, i cinesi sono 1 miliardo e 420 milioni e gli alfabetizzati sono il 97 per cento. Secondo la Banca mondiale, nel 1949 il reddito disponibile pro-capite cinese valeva appena 49,7 yuan, l’equivalente di 127 dollari. Oggi, con una popolazione quasi triplicata, il reddito individuale supera i 28.200 yuan, 4.030 dollari: tenendo conto dell’inflazione, è una crescita di oltre 59 volte. Del resto, solo 30 anni fa il Pil pro capite cinese era fermo a 259 dollari, ma nel 2018 è balzato a 9.794 dollari, moltiplicandosi di 37 volte. Nulla di simile si è mai verificato nella storia del mondo, nemmeno nella rivoluzione industriale inglese del Settecento.

È vero che, rispetto all’Occidente libero, il governo cinese gode di innegabili vantaggi competitivi: può usare la forza e i poteri dittatoriali dell’ultimo regime leninista della storia; con quei poteri può muovere quasi un quinto degli abitanti del globo; dispone di risorse ingenti e di abbondantissime materie prime.

Eppure, a rileggere quel che nell’ottobre 1969 scriveva Panorama, sembra veramente di avere a che fare con un altro Paese. Per l’economia cinese, mezzo secolo fa si prevedevano sfracelli. È vero che in quel momento si era a tre anni esatti dall’avvio della «Rivoluzione culturale», la sanguinosa epurazione tesa a spazzare via gli oppositori del regime, ma Panorama sosteneva che, grazie all’eliminazione fisica o all’internamento nei campi di lavoro di un’intera classe di docenti universitari, nessuno si sarebbe laureato per i successivi tre anni. E l’economia marciava al rallentatore: «Dal 1959 a oggi il tasso non ha mai superato l’1 per cento all’anno» si leggeva «e l’economia segna il passo tanto che da alcuni anni la Cina non pubblica più statistiche economiche». La diagnosi finale era impietosa: «Economicamente arretrata, militarmente debole e politicamente divisa, la Cina non ha molte speranze di inserirsi nella comunità dei Paesi progrediti».

È andata all’opposto. Oggi, dopo gli Stati Uniti, la Cina è il Paese tecnologicamente più progredito e ha già il predominio nei brevetti internazionali: nel 2017 ne ha registrati 1,34 milioni (su 3 milioni in tutto il mondo) e i brevetti di Pechino valgono più della somma di quelli depositati insieme da Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Germania.

Come c’è riuscita, la Repubblica popolare? Con lo strumento dei regimi: piani collettivi pluriennali. Quello dei «Mille Talenti», lanciato nel 2008, ha richiamato in patria 10-15 mila tra i migliori accademici e ricercatori cinesi emigrati. Sono stati messi loro a disposizione sussidi e posizioni di ruolo nelle principali università cinesi, e premi per chi avesse avviato ricerche sulla base delle conoscenze scientifiche acquisite nel lavoro all’estero: insomma, se si fossero consegnate alla patria le tecnologie «rubate» altrove. Nel 2015 Pechino ha poi lanciato il piano «Made in China 2025», che in 10 anni punta a rivoluzionare il tessuto produttivo: da fabbrica a basso costo a industria ad altissima tecnologia. Il piano sovvenziona fusioni e acquisizioni di aziende occidentali e vuole rafforzare le catene produttive cinesi nell’hi-tech. In Occidente quasi non se n’è parlato, ma è un errore, perché la minaccia è grande: con «Made in China 2025», il potere centrale ha imposto a imprese pubbliche e private l’obiettivo di trasformare il Paese in leader mondiale nei 10 settori delle principali innovazioni. Dal militare alle biotecnologie. L’obiettivo è trasformare l’economia cinese, creando un substrato di produzioni hi-tech che renda il Paese interamente autonomo dall’Occidente. A quel punto, altro che sfilate faranno, a Pechino...

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