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Esteri

Chi sono i Sufi, i mistici musulmani vittime dell'odio jihadista

Mistici, sunniti e sciiti: ecco chi sono i sufi e quali sono le origini di questo ramo ascetico dell'islam

L'attentato sanguinoso a firma jihadista (probabilmente del ramo del Sinai dello Stato Islamico) di venerdì 24 novembre alla moschea di al Rawda a Bir al Abed nel nord del Sinai, in Egitto, ha fatto una strage fra Sufi riuniti in preghiera. L'attacco ha riacceso i riflettori su questa comunità di fedeli musulmani.

Espressione mistica dell'Islam

Il sufismo è l’espressione mistica dell’islam. Tra i più conosciuti imam sufi in Occidente si ricordano soprattutto Gialal al Din al Rumi,la mistica Rabia al Adawwia e l’imam al Ghazali. I libri che riportano loro citazioni costituiscono un prezioso patrimonio culturale di riferimento per gli studiosi e i devoti dell’islam.

Tra le pratiche di derivazione sufi più conosciute al mondo, anche per il carattere folcloristico che ha assunto, c’è la “danza” dei dervisci (letteralmente poverelli), che sono discepoli di confraternite che vivono in una continua ricerca di ascesi e salvezza e attraverso un modo rotatorio continuo simboleggiano il distacco dalla vita terrena e la ricerca di Dio.

È interessante analizzare la triplice etimologia della parola sufi e tutte le implicazioni che tali derivazioni linguistiche portano. Suf in lingua araba significa lana, materiale con cui venivano confezionate le tuniche dei primi asceti, che vivevano in povertà e avevano quell’unico capo, che si logorava e si bucava nel tempo.

Un'altra origine della parole sufi è ahl al-suffa (quelli della veranda), richiamando i primi discepoli dell’islam che avevano lasciato tutto pur di vivere il più vicino possibile al profeta, sistemandosi sotto una veranda della casa di Aisha.

Il terzo significato è Safa, purezza, perché il tasawwuf è l’aspirazione continua al massimo grado di elevazione e purezza.

I sufi o mutasawwifun sono musulmani che aspirano alla trascendenza attraverso un elaborato percorso interiore, ma anche attraverso pratiche esteriori ed esoteriche. Tra gli studiosi islamici, il primo sufi è considerato lo stesso profeta Muhammad, nella misura in cui viveva una grande ricerca interiore e aspirava alla massima elevazione e santità nell’amore di Allah. È scorretto quindi considerare il sufismo altro dalla dottrina sunnita tradizionale.

Il sufismo ha assunto nel tempo un carattere più strutturato e meno individualista nel XII secolo, con la formazione delle turuq, delle vere e proprie confraternite raccolte intorno a un maestro, chiamato Shaykh in arabo e Pir in persiano (entrambe le parole significano anziano, saggio).

“Il tasawwuf è particolarmente diffuso nel sunnismo" - conferma il filosofo iranista Herny Corbin nel suo libro Storia della filosofia islamica (Adelphi, 1991, p.194) "e assai meno nello sciismo, in cui sono attive, infatti, solo due confraternite islamiche, la Niʿmatullahiyya e la Dhahabiyya, a fronte delle decine di confraternite sunnite tuttora operanti ” .

Il sufismo si è esteso dal Medio Oriente all’Africa, passando per la Turchia e i Paesi del sud est asiatico. Alcune scuole di pensiero islamiche più ortodosse e oscurantiste considerano il tasawwuf una pratica di derivazione antinomistica e per questo non lo vedono di buon occhio.

Il wahabismo arriva a negare la veridicità delle pratiche sufi, mentre nel mondo sciita si osteggia il tasawwuf perché il Pir tende a sostituirsi all’imam e non risponde quindi alle nomine degli Ayatollah.

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