Al-Adnani, ministro della propaganda dell'Isis

La biografia dell'uomo che si occupava di reclutare nuovi shahid: per lo Stato islamico è un colpo molto duro

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Al Adnani, ex comandante Isis ucciso da un drone americano in Siria

Rocco Bellantone

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Per Lookout news

 Abu Mohammad Al-Adnani, il portavoce dell’ISIS e numero due dell’organizzazione jihadista secondo solo al Califfo Abu Bakr Al Baghdadi, è stato ucciso in un raid aereo vicino ad Aleppo, probabilmente nei pressi della località di Al-Bab, in cui sono stati eliminati circa 40 miliziani jihadisti. Lo comunica il ministero della Difesa russo, sciogliendo i  dubbi su chi avesse - tra gli americani e i russi - compiuto il raid.

 Le notizie che circolano in queste ore sulla morte di Al-Adnani vanno comunque prese con le dovute precauzioni. Nel gennaio scorso il portavoce di ISIS era stato dato per ferito in Iraq, vicino alla diga di Haditha, durante la ritirata di ISIS da Ramadi. Ma quella notizia venne successivamente smentita. 

 

 Secondo diverse fonti, compresa Amaq, Al-Adnani si trovava in quest’area di Al-Bab – dove da giorni imperversano combattimenti incrociati tra milizie curde, ribelli siriani e gruppi jihadisti e bombardamenti di americani e russi - per sollevare il morale delle truppe del Califfato e spingerle a difendere fino al martirio un’area di importanza strategica per le sorti del Califfato nel conflitto siro-iracheno.

Nel gennaio scorso il portavoce di ISIS era stato dato per ferito in Iraq, vicino alla diga di Haditha, durante la ritirata di ISIS da Ramadi. Ma quella notizia venne successivamente smentita.

 

Il profilo di Al-Adnani
Non solo portavoce ma anche tra i principali ideologi dello Stato Islamico, Al-Adnani è stato la mente dei più sanguinari attentati che hanno colpito nell’ultimo anno l’Occidente, guidando in prima persona l’Amn al-Kharij. Si tratta dei servizi esterni del Califfato, il cui quartier generale è a Raqqa, capitale di ISIS in Siria, responsabili degli attacchi di Parigi, Bruxelles, Dacca e di quelli più volte in Turchia.

 Nato nel 1977 a Taha Subhi Falaha nella provincia di Idlib, in Siria, Al-Adnani aveva lasciato il Paese per recarsi in Iraq a combattere le truppe di occupazione americane nel 2003. Qui Adnani si era unito ad Abu Musab al-Zarqawi, il leader di Al Qaeda in Iraq, organizzazione dalle cui ceneri nel 2014 sarebbe poi nato l’ISIS di Al Baghdadi.

 Rinchiuso dagli americani in una delle carceri irachene, era poi riuscito a fuggire tornando in Siria nel 2011 dopo l’inizio della guerra civile nel marzo del 2011.

 Per anni gli americani ne hanno perso le tracce, intercettandolo solo nel 2013 e inserendolo nell’elenco dei terroristi internazionali, ponendo su di lui una taglia di 5 milioni di dollari.

 Descritto come appassionato lettore e assiduo frequentatore di moschee, sotto il Califfato Al Adnani è divenuto una sorta di ministro per la propaganda. Dalla prima avanzata in Iraq e Siria dell’esercito del Califfato nell’estate del 2014, è stato lui a sovrintendere a tutte le comunicazioni ufficiali e ai messaggi veicolati ai media da ISIS. Si ritiene anche che abbia personalmente curato la dichiarazione ufficiale multilingue del 29 giugno 2014, che annunciava al mondo la creazione dello Stato Islamico.

 Era stato lui con un messaggio lanciato pochi giorni prima delle stragi di Orlando, Parigi, Nizza, Ansbach e Rouen, ad aver ispirato l’ultima ondata di attacchi contro “gli infedeli” in Occidente: “Monoteisti, ovunque siate cosa farete per aiutare i vostri fratelli dello Stato Islamico, attaccati da tutte le nazioni? Alzatevi e difendete il vostro stato, dovunque voi siate. Se potete uccidere un infedele americano o europeo – specialmente gli schifosi francesi – o un australiano o un canadese o un qualsiasi infedele, inclusi i cittadini delle nazioni che ci stanno facendo la guerra, allora abbiate fiducia in dio e uccidete in ogni modo. Uccidete il militare e il civile, sono la stessa cosa. Se non potete trovare un proiettile o una bomba, usate una pietra per rompergli la testa, o un coltello, o investitelo con l’automobile o gettatelo dall’alto, o strangolatelo oppure avvelenatelo. […] Se i tiranni vi hanno sbarrato la porta per raggiungere lo Stato Islamico aprite la porta del Jihad in casa loro. Davvero apprezziamo di più un’azione piccola commessa in casa loro che un grande gesto qui, perché così è più efficace per noi e più dannoso per loro. Terrorizzate i crociati, notte e giorno, fino a che ciascuno non avrà paura del proprio vicino […] Saremo sconfitti e voi vittoriosi se prenderete Mosul o Sirte o Raqqa o tutte le altre città e noi torneremo come all’inizio? No, la sconfitta è perdere la volontà e il desiderio di combattere”.

 

Quali conseguenze per lo Stato Islamico
Dopo averne annunciato la morte attraverso la sua agenzia ufficiale Amaq, ISIStramite il giornale Al-Naba, altro suo organo di informazione, ha lanciato un nuovo messaggio di sfida all’Occidente. “Oggi l’Occidente si rallegra per l’uccisione di Al-Adnani [...] ma presto piangerà nel momento in cui, con il permesso di Allah, i nostri soldati e i nostri fratelli li sopraffaranno infliggendo loro i peggiori tormenti”.

 Al netto di queste dichiarazioni ormai rituali nel registro comunicativo del Califfato, è evidente che, se confermata, la morte di Al-Adnani, sommata a quelle di Abu Ali al-Anbari, vice di Al Baghdadi, e di Abu Omar Al-Shishani, l’alto comandante dello Stato Islamico e “ministro della guerra” cui il Califfato aveva affidato le operazioni siriane (dato per morto per la terza volta nel luglio del 2016), certifica il momento di profonda difficoltà attraversato da ISIS nel conflitto in corso in Siria e Iraq.

 Costretto a riparare da nord verso la parte centrale della Siria, ISIS continua comunque a mantenere il controllo di una vastissima area del Paese al confine con l’Iraq. Ma i raid aerei della coalizione internazionale guidata dagli USA, i bombardamenti dell’aviazione russa e la perdita di molte delle vie d’accesso che in questi due anni hanno permesso al Califfato di ricevere armi e di contrabbandare petrolio all’estero attraverso la frontiera turca, stanno adesso causando seri problemi all’organizzazione jihadista tanto sul piano militare quanto su quello strettamente economico.  

 In particolare, nella provincia settentrionale di Aleppo, proprio dove Al-Adnani sarebbe stato ucciso mentre ISIS si apprestava a respingere un’offensiva, negli ultimi mesi lo Stato Islamico ha perso terreno, subendo a fasi alterne gli attacchi delle milizie curde delle SDF e dell’YPG (sostenute dagli Stati Uniti), dei ribelli del Free Syrian Army (appoggiati da Turchia, Arabia Saudita e Qatar) e venendo allo scontro anche i gruppi jihadisti che adesso operano in quest’area sotto l’ombrello del Front for the Conquest of Syria, il nuovo brand utilizzato dai qaedisti di Jabhat Al Nusra per evitare l’isolamento internazionale.

 In questi attacchi ISIS ha perso molti dei suoi uomini chiave, tra cui come detto Al-Anbari, Al Shishani e adesso Al-Adnani. Si tratta di gravi perdite che indubbiamente avranno delle ripercussioni sulla capacità organizzativa e sulla tenuta militare dell’esercito del Califfato.

 Ma, almeno nel breve periodo, queste perdite, come già accaduto in passato, saranno sopperite dall’ISIS con la nomina di nuovi leader e, soprattutto, con nuove offensive in Medio Oriente e Nord Africa (come l’“offensiva Al Anbari”, una delle più grandi campagne militari lanciate dallo Stato Islamico, concentratasi soprattutto nel settore iracheno) e con nuovi attenti in Occidente.

 Pertanto, il sistema congeniato e oliato in questi anni da Al-Adnani per reclutare nuove leve, addestrarle al combattimento, consegnare loro denaro e armi e ispirarle al martirio - non solo in Iraq e Siria ma in ogni angolo del pianeta attraverso il web - non cesserà di funzionare dopo la sua morte. Come avvenuto con Al-Anbari e Al-Shishani, l’ammissione della sua morte da parte di ISIS presto potrebbe tradursi in un invito globale a tutti gli adepti e i miliziani del Califfato, affinché con il loro sacrificio vendichino gli alti comandanti uccisi in battaglia.

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