Luciano Tirinnanzi

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Se crediamo alla Russia, allora crediamo che il presidente Recep Tayyip Erdogan della Turchia sia il perno di un sistema da miliardi di dollari per il contrabbando giornaliero di qualcosa come 200.000 barili di petrolio, che lo Stato Islamico commercia ed esporta verso i mercati internazionali.

Invece, secondo Matthew M. Reed, vicepresidente di Foreign Reports Inc. con sede a Washington, il Califfato è sì convenzionato con un vicino di casa discreto, che alimenta il mercato nero petrolifero, ma il vicino non è la Turchia. È il regime siriano di Bashar Al Assad, con cui ISIS ha fatto affari sin dal primo giorno di guerra, proprio come fanno i qaedisti di Al Nusra e altri ribelli.

Gli intermediari

Come riporta anche il Daily Beast, la maggior parte del petrolio dello Stato Islamico è acquistato dai residenti all’interno del territorio da loro controllato. ISIS, infatti, non opera con una propria flotta di autocisterne, anche perché sarebbe uno spreco di risorse e di manodopera. Piuttosto, i miliziani possono contare su centinaia di intermediari che, al loro posto, provvedono a esportare petrolio fuori dai territori sotto il controllo del Califfato, con proprie autocisterne e pagando direttamente in contanti al momento dell’approvvigionamento presso i giacimenti.

Se lo Stato Islamico fosse considerato un paese, sostiene Reed, diremmo allora che questi intermediari indipendenti sono nient’altro che businessmen, i quali comprano l’oro nero a prezzi concorrenziali. I contrabbandieri, cioè, sono abili uomini d’affari niente affatto obbligati dallo Stato Islamico ma intermediari del tutto indipendenti, capaci di sguazzare agilmente nell’economia di guerra.

Turchi, certamente, ma soprattutto siriani, che tuttavia hanno poco a che fare con il fanatismo religioso o con la politica e che si caricano di rischi considerevoli (vedi i bombardamenti russi sopra i convogli) per il solo fine economico. Le autobotti, del resto, non devono viaggiare troppo lontano per vendere il loro prodotto: è più facile per loro vendere ai locali e ai mercati confinanti, che si trovano non lontano dai giacimenti. Ed ecco spiegato il prezzo competitivo.

Anche chi acquista piccole quantità di petrolio, secondo Reed, sono per lo più nuclei familiari di arabi disperati, non per forza appartenenti allo Stato Islamico, che raffinano a mani nude il petrolio non lavorato nel tentativo di sopravvivere alla guerra nel modo più facile possibile, in una terra che ormai ha da offrire poco altro oltre agli idrocarburi.

Il combustibile estratto in queste raffinerie artigianali è infine venduto nelle stazioni di benzina lungo le strade o ai procacciatori che riforniscono i centri abitati dove la domanda è maggiore.

L’economia di guerra

Dunque, l’amministrazione (ISIS) controlla il petrolio all’origine proprio come una vera compagnia petrolifera nazionale. La compagnia poi vende il prodotto ai traders, che a loro volta rivendono a raffinatori privati, i quali poi vendono il prodotto finale ai consumatori, diretti o indiretti. In tale schema, il coinvolgimento dello Stato Islamico si limita alla transazione iniziale sul luogo di produzione.

La Russia stima che questa produzione si aggiri intorno ai 200mila barili al giorno, mentre gli Stati Uniti stimano una produzione ben inferiore, che inizialmente si aggirava intorno ai 55mila barili ed è scesa poi a 40mila barili nel 2015.

Una cifra comunque notevole, ma che potrebbe appena bastare al consumo giornaliero all’interno del territorio controllato dal Califfato, dove vivono tra i 5 e gli 8 milioni di abitanti che, volenti o nolenti, devono continuare a vivere, spostarsi e lavorare e hanno più bisogno che mai di benzina per alimentare anche la corrente elettrica.

Inoltre, essendo in guerra, lo Stato Islamico può provvedere solo così a far funzionare efficacemente la propria macchina bellica. La domanda interna, perciò, esaurisce pressoché la totalità dell’offerta di petrolio, se crediamo alle stime americane.

Gli affari tra ISIS e l’uomo di Assad

Ma se il primo cliente è il Califfato stesso, il secondo non è comunque la Turchia, che al limite rappresenterebbe il terzo cliente. Il secondo fa sempre parte della Siria ed è il regime di Bashar Al Assad, proprio gli alleati dei russi che gridano allo scandalo contro Ankara.

Sin dal primo giorno della guerra, Assad ha mantenuto il business petrolifero con le aree occupate dai vari insorti per il semplice motivo che gli è indispensabile farlo. E per fare ciò, ha designato un uomo, il businessman George Haswani.

Haswani è un siriano cristiano della città di Yabroud, vicino al confine con il Libano. Secondo i media turchi, è lui il perno dei commerci petroliferi del regime siriano, addestrato in Russia e successivamente facilitato nella creazione di una compagnia di progettazione d’impianti chiamata HESCO, che si occupava della manutenzione degli impianti poi passati sotto controllo dello Stato Islamico.

Haswani ha doppia cittadinanza siriana e russa, ha sposato una donna russa in prime nozze e poi una siriana legata al clan degli Assad. La notizia non è nuova: l’Unione Europea lo ha inserito tra gli uomini da sottoporre a sanzioni economiche lo scorso marzo e il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti lo ha fatto a novembre.

Il presidente turco Erdogan sostiene che la Turchia ha le prove per dimostrare che George Haswani traffica sia con il governo sia con lo Stato Islamico. Non ci sono certezze sulle quantità di questo traffico: secondo le stime citate da Reed, nella prima metà del 2015 la produzione di petrolio del regime era di meno di 10.000 barili al giorno. Questo prima che le forze pro-Assad si ritirassero dai territori più ricchi di petrolio e di gas. In ogni caso, è certo che il regime di Assad abbia un disperato bisogno di petrolio.

ISIS vende al regime anche il gas naturale, semplicemente perché non può fare diversamente: il gas deve essere preso alla fonte e trasferito per mezzo delle sole condutture collegate ai giacimenti di gas. Che poi sono le centrali elettriche, le raffinerie e le industrie, concentrate nelle roccaforti di Assad. In cambio del gas, il regime fornisce allo Stato Islamico l’elettricità, da cui ISIS ricava di conseguenza i proventi delle tasse. Giacimenti di gas naturali sono, ad esempio, quelli intorno a Palmira, dove si producono anche idrocarburi. Da qui, il gas passa così ad Assad.

Conclusioni

L’analisi di Matthew M. Reed ci porta ad alcune conclusioni.

Primo: La Russia ha ragione di sfruttare in proprio favore le accuse alla Turchia, perché si basano su dati incontrovertibili ma che, al tempo stesso, offrono una doppia lettura, come in ogni conflitto. In Turchia è dimostrato il contrabbando di carburante, ma non di petrolio grezzo. La differenza è importante. Lo Stato Islamico si limita a vendere il greggio tramite intermediari e non invece il carburante, poiché molte delle sue raffinerie, circa una dozzina, sono ormai state bombardate. Anche i curdi siriani contrabbandano con la Turchia, da quando hanno strappato parte di quei territori a ISIS. Ed ecco anche perché sono loro i più acerrimi nemici del Califfato.

Secondo: sebbene ufficialmente nemici giurati, il regime di Assad non può fare a meno né delle risorse né dei profitti interni alla Siria stessa, di cui lo Stato Islamico controlla al momento una buona parte. Viceversa, lo Stato Islamico non può fare a meno del suo miglior acquirente.

Terzo: se i nemici dello Stato Islamico contribuiscono al suo finanziamento, è evidente che il Califfato altro non rappresenta se non un fenomeno locale, del quale al momento nessuno degli attori regionali può fare a meno. Quando ISIS sarà sconfitto, la sua popolazione resterà esattamente lì dove si trova ora, e chi lo sostituirà si troverà di fronte alla medesima situazione: quella in cui c’è un fiorente mercato nero, che trova nella guerra la ragione di essere.

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