Che cosa si nasconde dietro l'avanzata del Califfato

Sunniti schiacciati dal governo sciita di Baghdad, fedelissimi  di Saddam in cerca di rivalsa, combattenti stranieri e soldi sauditi

Isis

Profughi iracheni fuggiti dalle zone controllate dall'Isis – Credits: GETTY IMAGES 

Fausto Biloslavo

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«Durare ed espandersi» è il motto semplice ma efficace del Califfato che ha allargato le sue conquiste dalla Siria all’Iraq, ma coltiva mire ben più ampie, dal Mediterraneo all’Oceano Indiano. In pochi mesi i seguaci dello Stato islamico (Is) hanno messo a segno una clamorosa avanzata giungendo alle porte di Baghdad. All’inizio erano poche migliaia di uomini. Come sono stati in grado di raggiungere simili risultati? Chi li ha aiutati?

«Le colonne jihadiste non hanno vinto da sole» spiega a Panorama Alfredo Mantici, direttore di Look Out, sito di sicurezza e geopolitica. «Hanno trovato alleati fra i sunniti che pur rappresentando il 35 per cento della popolazione sono stati messi in un angolo dall’ex premier sciita, Nouri al Maliki. Non aspettavano altro per ribellarsi, con le armi accantonate da tempo. Il Califfato ha cavalcato questa volontà di rivalsa».

La rivolta sunnita in Iraq era iniziata lo scorso anno, ben presto la brutale repressione del governo centrale ha peggiorato la situazione. Il risultato è stata la perdita del controllo su bastioni sunniti come Falluja e la provincia di Anbar, confinante con la Siria, dove stava crescendo la forza dell’Isis, lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (ora Is). Un’organizzazione che si è ispirata ad Al Qaeda diventando ancora più estremista, ma pragmatica «con una capacità strategica senza precedenti» secondo Jamsheed Choksy, responsabile del dipartimento di Studi eurasiatici all’Università dell’Indiana.

Non a caso sul terreno gli emissari del Califfo, Abu Bakr al Baghdadi, stringevano da mesi accordi con i correligionari sunniti per avanzare fino a Baghdad. «Non sono mancati alleati di comodo fra i 100 mila miliziani delle tribù sunnite, che avevano combattuto per gli americani contro Al Qaeda nel 2007, ma poi a differenza di quanto promesso, sono stati solo in minima parte integrati nelle forze armate» fa notare Riccardo Redaelli, direttore del Centro di ricerca sul sistema Sud e Mediterraneo allargato dell’Università cattolica di Milano. «Mentre gli ex fedelissimi di Saddam Hussein aspettavano da anni un’occasione di rivincita».  
I sopravvissuti del partito Baath, nostalgici della dittatura sunnita, hanno formato «l’esercito dell’Ordine dei Naqshbandi». La leggenda vuole che siano guidati da Izzat Ibrahim Al Douri, il vicepresidente di Saddam con i capelli rossi, considerato uno dei suoi uomini più fedeli. Dato per morto diverse volte, è il «re di fiori» del famoso mazzo di carte dei latitanti ricercati dagli americani dopo l’invasione del 2003. L’unico gerarca che non è mai stato catturato. Agli inizi di luglio di quest’anno qualcuno che si presenta come Al Douri ha lanciato un messaggio audio inneggiando «alle vittorie degli eroi e dei cavalieri di Al Qaeda e dell’Isis» invitando i sunniti a unirsi agli jihadisti per la «liberazione di Baghdad».

A Mosul, la grande città dell’Iraq settentrionale dove è stato proclamato il Califfato, il portavoce del Consiglio militare che governa la città è Muzhir al Qaisi, un ex ufficiale di Saddam. A Tikrit, città natale del defunto dittatore, il nuovo ordine è garantito da Ahmed Abdul Rashid, un altro ex generale, come Ahmed Azhar al Obeidi coinvolto nell’alleanza locale che ha reso possibile l’avanzata del Califfato. L’Is si serve anche dei tecnici del regime di Saddam, che conoscono bene i sistemi idrici del fiume Tigri per condurre la guerra dell’acqua. Il  Califfato ha perso il controllo della grande diga di Mosul grazie ai bombardamenti aerei americani. Ma la strategia è chiara: «I jihadisti conquistano le dighe e chiudono i rubinetti per costringere le popolazioni ad andarsene» rivela Marzio Babille, responsabile Onu nel Nord dell’Iraq.
Molti giovani sunniti hanno accolto i miliziani jihadisti con le bandiere nere, come «liberatori». Così i 6 mila uomini che dalla Siria erano penetrati in Iraq sono diventati in poco tempo una forza di 20-30 mila combattenti. Non solo: quattro divisioni irachene si sono sciolte a causa delle faide fra milizie sciite integrate nell’esercito, ma contagiate dalle lotte di potere che infuriano a Baghdad. A metà giugno il vicepresidente iracheno sunnita,Tariq al-Hashimi, condannato a morte in contumacia nel corso di un processo politico, ha salutato l’avanzata del Califfato come «la primavera irachena». Le potenti tribù sunnite hanno combattuto al fianco dello Stato islamico contro l’odiato governo di Al Maliki, ma proprio questa alleanza può trasformarsi nel tallone d’Achille del Califfo.

Lo sceicco Ali Hatem al Suleimani del clan Dulaimi sminuisce la forza degli estremisti islamici: «In termini numerici rappresentano il 10 per cento dei combattenti». Molte tribù rimangono al fianco dell’Is, ma il 15 agosto Al Suleimani, altri sceicchi e religiosi sunniti hanno scritto al nuovo premier sciita iracheno, Haider al Abadi, chiedendo maggiori poteri amministrativi e lo stop dei bombardamenti nelle province sunnite. Il fanatismo del Califfato sta provocando attriti con gli alleati dell’ex partito Baath. Lo stesso Al Douri, il 23 luglio, ha denunciato «l’allargarsi dei crimini dell’Is». Sul terreno si registrano i primi arresti e sparizioni di ex ufficiali di Saddam, che potrebbero tradire la causa del Califfato.
La brutale determinazione del nocciolo duro dell’Isis è rafforzata dall’arrivo continuo di volontari stranieri e dalla liberazione dei terroristi dalle prigioni nelle zone conquistate. In giugno 2.590 detenuti si sono uniti alle falangi del Califfo. Lo scorso anno lo Stato islamico aveva attaccato il famigerato carcere di Abu Ghraib, alla periferia di Baghdad, liberando circa 500 detenuti, tra i quali molti condannati a morte per terrorismo.

Grazie ai continui successi l’Isis attira sempre più volontari stranieri anche dall’Occidente, compresi i convertiti. Dodicimila volontari stranieri da 74 paesi sono andati a combattere in Siria. Con lo Stato islamico è schierata una brigata di jihadisti libici che hanno abbattuto il regime di Gheddafi. Dalla Bosnia sono partiti un migliaio di volontari, dal Kosovo un centinaio di uomini. Fra i 2 e 3 mila combattenti da paesi occidentali l’80 per cento combatte con lo Stato islamico. Tra loro 500 e 700 giovani inglesi con una dozzina di ragazze o fidanzate «della guerra santa». I francesi sarebbero 900 e non mancano australiani, canadesi, americani pronti a farsi saltare in aria.

L’intelligence Usa ha lanciato l’allarme rivelando che «lo Stato islamico sta organizzando le sue cellule in Europa», ma il vero fiasco è non avere previsto la rapida espansione dell’Isis. «Dalle primavere arabe in poi abbiamo assistito alla Pearl Harbor dell’intelligence» sostiene Mantici. « L’avanzata in Iraq che nessuno immaginava è solo l’ultimo fallimento».
Peter Neumann del King’s college di Londra stima che l’Is, con 2 miliardi di dollari a disposizione, sia il gruppo terroristico più ricco al mondo. 500 milioni arrivano dai forzieri delle banche di Mosul, ma il Califfato controlla pozzi petroliferi nella Siria orientale e raffinerie in Iraq. Fin dall’inizio ha beneficiato di denaro proveniente da Arabia Saudita e Qatar. Donazioni private e di enti religiosi, non direttamente riconducibili ai governi, incanalate attraverso associazioni e pseudo Ong, che le fanno arrivare ai combattenti. In giugno il primo ministro iracheno, Nouri Al Maliki, aveva dichiarato: «Riteniamo l’Arabia Saudita responsabile del sostegno morale e finanziario fornito all’Isis».
Non è un caso che in Siria quello saudita sia il contingente straniero più numeroso nei gruppi estremisti, ma adesso la monarchia di Ryad ha paura. Secondo Choksy «l’Isis è sfuggito di mano a chi ne propiziava, o silenziosamente tollerava, la crescita e ora che ha fondato il Califfato non risponde più ai comandi dall’esterno».

(ha collaborato Mattia Ferraresi - da New York)
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