Che cosa accadrà ora dentro Syriza

Attenzione a non dare per morto Tsipras: le spaccature dentro il suo partito non significano né voto anticipato né governo di unità nazionale

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Il premier greco Alexis Tsipras con il ministro delle finanze Eyclid Tsakalotos attendono il voto al Parlamento greco per le riforme - 15 luglio 2015 – Credits: ARIS MESSINIS/AFP/Getty Images

Paolo Papi

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Attenzione a non suonare le campane a lutto di Syriza, il partito del premier greco uscito spaccato dal voto in parlamento sul nuovo Memorandum. Attenzione a dare per scontato che, tra qualche mese, se mai il Paese ellenico dovesse andare alle elezioni anticipate, si presenteranno due Syriza, una radicale guidata da Yanis Varoufakis, e l'altra moderata ed eurista guidata da Alexis Tsipras.

Le cose, viste da Atene ma anche da Bruxelles e Francoforte, sono molto più sfumate, incerte, in rapida evoluzione, come dimostra la «bomba» lanciata ieri, a poche ore dal voto in Grecia, dal Fondo Monetario Internazionale della dottoressa Christine LagardeIl debito greco è insostenibile: senza una rinegoziazione i creditori non possono partecipare a nuovi prestiti»).

Una «bomba» che indirettamente dà ragione alla tesi del governo greco sull'«insostenibilità» del debito e che non sarà affatto semplice disinnescare, in Europa, prima che scada la tranche da 3,5 miliardi da restituire alla Bce prevista il 20 luglio 2015, prima che la situazione finanziaria di Atene faccia precipitare nell'abisso (chissà) altri Paesi dell'eurozona. Le bocce girano ancora, vorticosamente, e guardare solo alla «fiera delle vanità» andata in scena nel parlamento greco e dentro Syriza (come l'ha definita Marco Imarisio sul Corriere) rischia di essere un'illusione ottica.

Se l'opposizione, vedendo che alla maggioranza, mancano i numeri, chiede la siducia, siamo pronti a sostenere il governo del quale continuerò a fare parte al fine di difenderlo Panagiotis Lafazanis, leader dell'ala dissidente di Syriza

Una «bomba», quella lanciata da Lagarde, che, se l'Europa non troverà a breve una soluzione soddisfacente per tutti - compresi gli inglesi - ma soprattutto per il Fmi (dietro al quale pesano maggiormente gli investitori e il governo americano), potrebbe anche produrre l'effetto di ricompattare ancora una volta le fila di Syriza dopo gli stracci volati ieri al parlamento di Atene, con l'ex ministro delle Finanze Varoufakis che è giunto a paragonare l'accordo a un nuovo «trattato di Versailles» e il presidente della Camera, la pasionaria di Syriza Zoe Kostantopolou, che - invitando alla ribelione - è giunta a definire i creditori internazionali come «veri e propri criminali» .  

A spiegare come stanno le cose nel partito di maggioranza greco è stato in parlamento, dopo la sconfessione del nuovo Memorandum da parte del Comitato centrale di Syriza, Panagiotis Lafazanis, professore di matematica trotzkista divenuto ministro dell'Energia e leader indiscusso della Piattaforma di sinistra, l'ala ribelle del partito che rappresenta i deputati dissidenti che hanno votato contro Tsipras: «Votiamo no, io e altri 35. Ma non ci dimettiamo perché siamo pronti a sostenere il governo». «Siccome sappiamo che il centrodestra è favorevole all'accordo, siamo liberi di votare come ci pare. Ma se l'opposizione, vedendo che alla maggioranza, mancano i numeri, chiede la fiducia, siamo pronti a sostenere il governo del quale continuerò a fare parte al fine di difenderlo». Un capolavoro di «moroteismo» che lascia ancora aperto, sul fronte interno, qualsiasi scenario in parlamento.

 

Insomma: Syriza è spaccata, disillusa, tramortita, ma prima di dare per certo che ci sarà un governo di unità nazionale con Nuova Democrazia, Pasok e l'ala moderata del partito, come vorrebbe l'Europa, bisognerà ancora attendere, come bisogna attendere per capire se Tsipras, superata la tempesta, intende andare alle elezioni anticipate, forte di quel 60% di consensi che ancora oggi, nonostante tutti gli errori commessi, continuano a tributargli i cittadini greci. Questa è una partita che non si sta giocando soltanto ad Atene. E ogni pezzo del puzzle deve andare al suo posto prima che Atene faccia default.

L'obiettivo di Tsipras e Varoufakis di «internazionalizzare» la crisi greca, con l'inattesa sponda offerta da Lagarde e i primi dubbi che cominciano a squarciare l'apparente unanimismo pro-austerity dei funzionari Ue, potrebbe ancora aprire scenari nuovi, differenti. La situazione è così magmatica ed eccezionale che fotografare solo le spaccature dentro Syriza - quasi che da queste ne derivino necessariamente  scenari razionali e politicamente prevedibili - sarebbe l'ennesimo errore prospettico.

La «Grexit» di cui ha parlato Wolgang Schauble non è scongiurata, ma nemmeno si può escludere che la questione della «rinegoziazione del debito» della Grecia ma anche dei Paese dell'area sud del Mediterraneo - la vera bomba politica che rende incerto il futuro dell'eurozona e rischia di cambiare anche gli assetti geopolitici nel vecchio continente - diventi nei prossimi mesi il tema centrale del dibattito nel governo e nel parlamento europeo.

Anche perché, sullo sfondo, ci sono - questione finanziarie a parte -  il voto di fine 2015 in Spagna dove il partito fratello di Syriza, Podemos, corre per vincere, lo spettro di una vittoria di Marine Le Pen nel 2017, quando la Francia sceglierà il successore di Hollande, le elezioni in Germania dell'autunno 2016 nelle quali Angela Merkel non intende passare alla Storia come colei che ha affossato il progetto europeo ma nemmeno può permettersi di sconfessare il suo popolarissimo ministro  delle Finanze. Insomma: le spaccature di Syriza sono solo una parte di questa complessa partita che si sta giocando a Atene ma anche in tutte le capitali europee. Syriza o meno, il futuro dell'Unione europea, a ventitre anni dalla firma del trattato di Maastricht, non è mai stato così incerto.

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