Charlie Hebdo: ma è opportuno insistere con Maometto?

I limiti della libertà di stampa e il diritto di satira: qualche domanda irriverente ai sopravvissuti della strage

First International Edition Of Charlie Hebdo Published Since Paris Terror Attacks

Code all'alba nelle edicole parigine per comprare Charlie – Credits: Pascal Le Segretain/Getty Images

Paolo Papi

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Vengono in mente due riflessioni a proposito dell'ultimo numero di Charlie Hebdo stampato in tre milioni di copie e già esaurito nelle edicole francesi. La prima riflessione è di ordine pratico. È davvero opportuno, in un momento in cui faticosamente l'opinione pubblica mondiale cerca di isolare le spinte estremiste presenti nel cuore del vecchio continente, pubblicare una serie di vignette che raffigurando Maometto, anziché spegnere l'incendio, rischiano di fornire nuova benzina ai pazzoidi islamisti?

Immolarsi in nome della sacrosanta libertà di espressione non fornisce il pretesto per nuovi attentati? Ne vale la pena? È un caso che tutti i quotidiani americani abbiano deciso, senza eccezione, di non pubblicare - in controtendenza rispetto all'Europa - le vignette maomettane di Charlie?

La seconda riflessione è di ordine squisitamente politico. Charlie Hebdo è ed era un giornale satirico laico, libertario e di sinistra che ha sempre sbeffeggiato i potenti della terra e le distorsioni di tutte e tre le religioni rivelate, fregandosene bellamente di quelli che sono i ragionamenti sull'opportunità e sulla convenienza dei loro graffi su carta. È, per certi versi, giusto così: la satira è irriverenza assoluta contro il potere e i potenti, altrimenti è solo insulto e ghigno contro i deboli.

L'effetto politico di quelle vignette è però esattamente opposto a quello che si auguravano i dodici martiri della rivista: non una società più libera e democratica, capace di mettere in discussione (anche con lo sberleffo!) gli altri e se stessi, ma una società più chiusa che, per difendere quello che pomposamente chiamiamo il nostro stile di vita, è costretta a restringere gli spazi di libertà, dare la stura a una stretta sulle intercettazioni di massa e sui controlli di polizia nei confronti di tutti, preventivamente.

Non è questa la sede per discutere del paradosso, di cui ha scritto il nostro Luciano Tirinnanzi, di un Occidente che per difendere la Libertà è costretta a limitare le libertà individuali. Ma una domanda, forse inutile e provocatoria, si impone: la stretta annunciata è ciò che si auguravano i vignettisti uccisi? È quello che si augurano le penne sopravvissute? Non è il caso, qualche volta, di mordersi la lingua (o di stemperare le matite) per evitare che (non mordendosela) la nostra conclamata e praticata libertà di satira produca l'effetto opposto a quello che ci auguravamo? Quali sono i limiti insomma, non imposti per legge ma per buon senso, della libertà di stampa? Non saltate sulla sedia: è la stessa domanda che si pone anche oggi, in fondo, il New York Times.

Infine, una postilla, politica e, visto che siamo in tema, sovversiva. L’endorsement delle cancellerie mondiali che hanno sfilato a Parigi - tra le cui fila c'erano molti leader che sono tutt'altro che Charlie come il primo ministro turco Davutoğlu o l'emiro del Qatar Tamin al-Thani - non è un abbraccio mortale per un settimanale satirico? Non rischia, Charlie, di divenire solo una delle tante gazzette delle grandi potenze? Domande, e un dubbio, quello sì, eversivo: Charlie Hebdo è morto sotto i colpi dei fratelli Kouachi o morirà perché calpestato dai passi delle cancellerie mondiali?

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