Caso Regeni: adesso Al Sisi punta l'indice contro i giornalisti egiziani

Il generale nega il coinvolgimento dei servizi e accusa la stampa di aver dato credito alle "bugie" dei suoi nemici

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Il presidente egiziano Al Sisi a Sharm el Sheikh – Credits: KHALED DESOUKI/AFP/Getty Images

Non sono stati i servizi segreti egiziani ad uccidere Giulio Regeni, ma «gente malvagia» che aveva tutto l'interesse a «mettere in imbarazzo l'Egitto a livello internazionale». Il governo egiziano ha agito in «totale trasparenza» per trovare i responsabili dell'omicidio del giovane ricercatore italiano, collaborando con il governo italiano con cui i rapporti sono e rimangono «unici», essendo stata l'Italia «il primo Paese a stare dalla nostra parte dopo la rivolta del 30 giugno».

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Dall'inizio della vicenda alcuni di noi hanno accusato gli apparati di sicurezza attraverso i social network e molti di noi hanno preso per buone queste notizie Al Sisi


INDICE PUNTATO CONTRO I GIORNALISTI
Se problemi ci sono stati, e se Roma ha deciso di richiamare l'ambasciatore al Cairo, è perché «dall'inizio della vicenda alcuni di noi hanno accusato gli apparati di sicurezza attraverso i social network e molti di noi hanno preso per buone queste notizie». La responsabilità delle frizioni con il governo italiano sarebbe dunque, secondo la versione comunicata dal presidente Al Sisi in un'affollata conferenza stampa, di quei giornalisti egiziani che «senza fonti e senza fare le necessarie ricerche» hanno voluto dare credito alle «menzogne» messe scientementemente in circolazione sui social network dai nemici del suo governo.

Il cerchio si chiude ed è una porta in faccia al pool di investigatori italiani coordinati da Pignatone che hanno chiesto invano agli inquirenti egiziani - e a più riprese - di poter avere le tracce dei tabulati telefonici e le immagini videoregistrate delle telecamere di sicurezza della metropolitana del Cairo che avrebbe preso il ricercatore italiana quella maledetta sera del 25 gennaio 2016, quando fu sequestrato.

AL SISI E IL FRONTE INTERNO
La versione di Al Sisi sull'omicidio del giovane ricercatore, torturato a morte dopo il sequestro fino al punto da renderlo riconoscibile - come ha sostenuto la madre del ragazzo - «solo dalla punta del naso», è dunque tutta giocata sul fronte interno. E potrebbe preannunciare anche un giro di vite contro i «giornalisti egiziani» colpevoli di aver ripreso il tam tam dei social network sulle responsabilità dei servizi segreti nella morte di Regeni. Insomma: formalmente, sul piano delle indagini, si registra la totale assenza di passi avanti, la mancanza di una reale collaborazione giudiziaria tra i due Paesi, l'apparente gioco a nascondino del pool di investigatori egiziani che ha rilevato lo stesso Pignatone.

Non basta certo la disponibilità a tenere una seduta pubblica sul caso Regeni nel parlamento egiziano - ottenuta a Strasburgo grazie all'impegno profuso dai deputati azzurri Alberto Cirio, Fulvio Martusciello e Massimiliano Salini - per mettere a tacere le polemiche e superare i dissidi creatisi tra Roma e Il Cairo dopo la morte del ricercatore. Tutto sarà superato, probabilmente, ma non sono queste le parole che la procura italiana e il nostro governo si attendevano da Al Sisi dopo le polemiche delle ultime settimane.

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