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Esteri

Carles Puidgemont: il capopolo fuggitivo senza carisma

La fuga a Bruxelles ricorda personaggi come Assange o Snowden. Ma loro hanno lasciato un segno nella storia, lui una regione distrutta

Mandato di cattura europeo. Inutile cercare sfumature in un provvedimento che parla da solo. Carles Puigdemont, e con lui altri quattro ministri, è stato raggiunto a Bruxelles dalla vendetta di Madrid.

Vedremo dopo se la linea delle fermezza scelta da Rajoy abbia lungimiranza politica o meno; prima di tutto è interessante capire se Puigdemont sia davvero il pericolo pubblico numero uno per la Spagna. Troppo onore, verrebbe da dire.

Perché, a ben guardare, l’ex presidente della Catalogna incarna un profilo di capopopolo piuttosto mediocre. Figlio di pasticceri e con un passato di giornalista sportivo (senza offesa né per lo sport, né per i dolci) si è messo a studiare da presidente. Non bastandogli la Catalogna autonoma, ha voluto renderla indipendente con un referendum, questo sì, molto sportivo. Al momento, gli è andata piuttosto male.

Nessun carisma, molto imbarazzo

Se come presidente autoproclamato non è possibile paragonarlo ad altri leader, come giornalista in fuga sì. I due nomi che s’impongono sono quelli di Julian Assange e di Edward Snowden: ma quale differenza di visione! Se quest’ultimi, nel bene e nel male, hanno scritto la storia della cyber-guerra e sono entrati di diritto nel mito come moderni Robin Hood informatici, Puigdemont appare come un politico che ha mandato il suo popolo allo sbaraglio, esponendolo al ridicolo. E ora anche alla rappresaglia del governo centrale.

Mentre Assange e Snowden portano avanti la battaglia della trasparenza rispetto alla ragion di stato e scontano un esilio blindato a Londra e a Mosca, Puigdemont rischia a breve d’imbarazzare Bruxelles, che avrà pure nelle sue corde una sensibilità per l’indipendentismo fiammingo, ma rimane la capitale dell’Europa e la sede, scusate se è poco, della NATO.

Se c’è una logica tattica nella protezione che l’ambasciata dell’Ecuador a Londra offre ad Assange e nel permesso di soggiorno speciale che Mosca sta offrendo a Snowden, non si capisce bene come Bruxelles potrà tenere una posizione ambigua nei riguardi di Puigdemont, il quale, dal canto suo, sta tentando di esaltare alcuni errori zelanti di Madrid giocando la carta del perseguitato politico.

Le elezioni del prossimo 21 dicembre saranno l’occasione per Madrid di archiviare formalmente l’interregno e di consegnare la Catalogna ai suoi nuovi rappresentanti, restituendo al contempo l’autonomia revocata, ma solo a patto che il governo centrale non dia l’impressione di voler schiacciare il dissenso catalano.

I problemi che restano aperti

Anche perché, nel medio periodo, qualora Madrid dovesse riuscire a riportare l’ordine istituzionale in Catalogna, rimarrebbero aperti tutti i problemi politici all’origine della crisi, che poi hanno una chiarissima matrice economica.

Se con il PIL nazionale in crescita per il terzo anno consecutivo la disoccupazione giovanile rimane sopra il 40% significa che qualcosa non funziona. Vuol dire che le statistiche macro non rappresentano la realtà quotidiana della Spagna dove nessuno crede più alla favola degli indicatori economici come specchio di posti di lavoro stabili e non precari (oltre 7 milioni).

Gli evidenti limiti politici di Puigdemont fanno quindi da contraltare a quelli programmatici di Rajoy, il quale sembra al momento determinato ad affrontare il voto del 21 dicembre con l’ex governo catalano in stato di fermo giudiziario, cioè in carcere. Da una parte Rajoy, seguendo la linea della fermezza, non vuole creare epigoni di Puigdemont e soci, ma dall’altra deve stare molto attento a non creare martiri.

Madrid insomma sta mostrando il pugno di ferro, come fece il terribile Duca d’Alba nel XVI secolo contro i protestanti nei Paesi Bassi, il quale però vinse tutte le battaglie ma finì per perdere la guerra.

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