Esteri

Canada, i problemi di Trudeau, il premier immagine

Il premier liberal, fotogenico e politicamente corretto sarà giudicato dai suoi elettori il 21 ottobre. Un voto non scontato

Trudeau

Gian Marco Litrico

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Sembra passata un’era geologica da quando il leader autoproclamatosi «femminista» o invece «sexy come un modello di Calvin Klein», nella perfida definizione del comico Hasan Minhaj, aveva presentato al mondo un governo gender balanced, con 15 uomini e altrettante donne, oltre a ministeri nuovi di zecca come quello del Cambiamento climatico o per l’Immigrazione, i rifugiati e la cittadinanza. Il primo ministro canadese Justin Trudeau, a una decina di giorni dal voto federale del 21 ottobre, è tutt’altro che sicuro della sua rielezione.

Il leader politico più pop dalla fine dell’era Obama, dopo l’ascesa folgorante alla guida dei liberali nel 2013 e il trionfo nelle elezioni nel 2015 con un programma tutto ambiente, giustizia sociale e deficit pubblico «controllato» per stimolare l’economia si trova, nei sondaggi degli ultimi due mesi, in un incerto testa-a-testa col conservatore Andrew Scheer. Eppure Trudeau era il predestinato. Fotografato da bambino in braccio a Richard Nixon e a Fidel Castro, o davanti al numero 10 di Downing Street con Margaret Thatcher e il padre Pierre, è un politico per il quale l’immagine è fondamentale.

Hanno fatto il giro del mondo le sue foto da primo ministro, mangiato con gli occhi da Melania Trump, oppure pensieroso sotto un arco di ghiaccio nell’Artico, o ancora in posa sotto lo sguardo del suo capo di Stato, Elisabetta d’Inghilterra.

Eppure proprio sul piano dell’immagine il premier ha commesso diversi passi falsi (il più recente gli è costato tre punti nei sondaggi della prima settimana di campagna: ancora un volta, una foto, quella che lo ritrae, nel 2001, truccato da Aladino, col fondotinta scuro per partecipare a una festa a tema. Secondo il politically correct, un gesto razzista, di cui Trudeau si è voluto scusare in pubblico).

Passi falsi che in parte spiegano la picchiata dell’indice di gradimento personale, dimezzato in tre anni dal 65 per cento del 2016 al 32 registrato a luglio. Per giudicare il suo primo quadriennio e tentare di leggere le carte alle elezioni di ottobre, però, bisogna guardare al di là degli infortuni del Trudeau uomo-immagine.

Per molti, il vero pericolo per il Trudeau del 2019 non è nel terzetto di sfidanti (di cui fanno parte anche Jagmeet Singh, il leader del New Democratic party, ed Elizabeth May dei Verdi), ma nel Trudeau del 2015, con le sue promesse non mantenute. Come il deficit raddoppiato rispetto alle previsioni o la mancata riforma elettorale in senso proporzionale, visto che il 21 ottobre si giocherà ancora con le regole del maggioritario.

L’economia va bene, anzi è quella che è andata meglio nel G7, e Trudeau se ne prende i meriti: «Abbiamo creato quasi 800 mila posti di lavoro negli ultimi tre anni e abbiamo il più basso tasso di disoccupazione della storia canadese».

Un impulso al Pil (+2/3 per cento) venuto in parte dal raddoppio degli investimenti in infrastrutture, e in parte dal Canada child benefit, un sistema di robusti assegni famigliari che hanno portato fuori dalla povertà 900 mila canadesi e almeno 300 mila bambini.

Con la firma degli obiettivi di Parigi, il premier ha riportato il Paese nella coalizione globale contro il cambiamento climatico, promettendo zero emissioni in un futuro lontano a sufficienza come il 2050. Ma al tempo stesso, dopo aver introdotto un’impopolare carbon tax federale, ha nazionalizzato per quasi 5 miliardi di dollari la Trans mountain pipeline, servendo all’opinione pubblica un paradosso difficile da digerire, e cioè che «gli introiti del petrolio servono a preparare il futuro dell’economia canadese, libera dai combustibili fossili».

Anche sull’immmigrazione Trudeau ha spinto sull’acceleratore: ha accolto 100 mila rifugiati, più di tutti al mondo, portando a un milione il tetto per gli ingressi entro il 2021. Questo nonostante il 56 per cento dei canadesi sia contrario ad accogliere ancora stranieri e nonostante le critiche degli ambientalisti, come l’economista John Erik Meyer, secondo il quale «l’immigrazione vuole dire aumento dei consumi energetici e dell’inquinamento, compressione dei salari, congestione urbana, incremento del costo dei servizi sociali e del prezzo degli immobili». Voci fuori dal coro, per i liberali, che pensano che l’immigrazione sia una scelta obbligata perché il Canada ha il 181° tasso di fertilità al mondo e cinque milioni di baby-boomers che andranno in pensione entro il 2035, quando saranno necessari 350 mila nuovi immigrati all’anno per far marciare l’economia.

Bilancio in chiaroscuro per la politica estera, dove - lasciando da parte le grane con Cina e Russia - Trudeau si è trovato di fronte il ciclone Trump. Praticamente nel giardino di casa, visto che il 70 per cento dell’export canadese va negli Stati Uniti ed entrambi sono partner militari nella Nato e nel Norad, il comando per la difesa aerea. Il nuovo trattato Nafta ha portato a risultati indigesti per Ottawa, come l’obbligo di comprare il latte americano, pieno di ormoni, e i limiti alla produzione di auto, ma ha anche tolto a Trump il manganello delle tariffe su acciaio e alluminio. All’attivo, invece, il Ceta, l’accordo per il libero commercio che ha eliminato il 98 per cento delle tariffe tra Europa e Canada. Lo stesso su cui la nuova ministra per le Politiche agricole Teresa Bellanova si è impegnata per una rapida ratifica da parte dell’Italia e che non piace al Movimento 5 Stelle perché considerato insufficiente a proteggere il made in Italy.

I sondaggisti, intanto, misurano febbrilmente il polso del Paese, per capire come si vivono queste elezioni nelle strade di Toronto o di Calgary e nelle aree rurali. Per Eric Grenier della Cbc i due terzi dei canadesi sono preoccupati per l’ambiente, ma solo il 50 per cento pagherebbe in tasse più di 100 dollari all’anno per combattere il cambiamento climatico e solo il 34 potrebbe rinunciare all’aria condizionata.

C’è chi, come Shachi Kurl, direttore dell’Angus Reid Institute, vede invece «il pericolo di un forte astensionismo giovanile perché il marchio personale di un primo ministro che aveva promesso di fare le cose in modo diverso si è incrinato. C’è anche una intensa frustrazione nelle province dell’ovest, che galvanizzerà a votare per i conservatori e Andrew Sheer». A ottobre, sarà lui lo sfidante più pericoloso. Contrario alla carbon tax e al servizio sanitario National Pharmacare proposto dai liberali, Scheer ha promesso il pugno duro contro il crimine, ma anche il pareggio del bilancio federale nei primi cinque anni di governo. Trudeau, dal canto suo, ha garantito una campagna elettorale d’attacco: «Ai conservatori piace dire che sono dalla parte della gente, ma alla fine tagliano le tasse ai ricchi e i servizi sociali a tutti gli altri».

La piattaforma elettorale presentata nei giorni scorsi dai liberali, invece, contiene «regali per tutti, eccetto per quelli che gradiscono di sapere chi paga il conto» ha scritto il settimanale Macleans. Due miliardi di alberi da piantare nei prossimi 10 anni, aumenti per gli assegni familiari e le pensioni di vecchiaia, due anni senza interessi per i mutui per finanziare l’educazione universitaria, niente rate da pagare per gli studenti finché non guadagnano 35 mila dollari all’anno. E niente bolli per chiedere la cittadinanza, più poliziotti e più giudici. A spanne, un deficit di 20 miliardi all’anno per quattro anni, anche dopo aver introdotto una tassa del 3 per cento sui guadagni dei giganti hi-tech e una del 10 per cento su barche, auto di lusso e aerei privati. Care generazioni future, forse vi lasciamo un ambiente vivibile, ma di certo anche un bel po’ di debiti. 

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